di Maria Rosa Logozzo
Stamattina Federico Guiglia, nel corso di Prima Pagina su Radio3, ha letto integralmente una lettera a La Repubblica, di Pap Khouma, scrittore e giornalista di origine senegalese residente a Milano dal 1984.
“Sono italiano e ho la pelle nera”, così comincia il suo racconto, una carrellata di episodi quotidiani che dicono meglio di qualsiasi trattazione lo stato di rifiuto e paura del diverso che permea, purtroppo in crescendo, la società italiana.
Il rischio che stiamo correndo, con questo chiuderci a riccio, con questo trattare ogni uomo in base al colore della sua faccia, facendo uno stesso fascio di persone dabbene e delinquenti, è duplice: divenire operatori di ingiustizia e intisichire nel nostro piccolo vecchio mondo.
I comportamenti criminali vanno combattuti di certo, da qualsiasi sponda arrivino. Si può anche ammettere che i disagi di una immigrazione incontrollata possano nutrire la criminalità. Ma questo non ci autorizza a trattare ogni 'diverso da noi' alla stessa stregua.A volte mi viene un po’ da sorridere se spingo lo sguardo avanti solo di qualche anno. Il meticciato è inarrestabile. Come non ci accorgiamo che siamo perdenti in partenza se continuiamo a difendere, da nemici immaginari, un fortino di identità nazionale che è una chimera e non sta più in piedi?
Che senso avrà già nella prossima generazione affermare "Tu possiedi il passaporto italiano ma non sei italiano"?
Certo esistono culture diverse, usi e costumi diversi, ognuno con la sua specificità; ma non sarà che una nazionalità avrà in futuro un ricco bouquet di culture al suo interno, che si contamineranno a vicenda, arricchendo di disegni innovativi il caleidoscopio della storia?
L’informazione, quella che parte dalla realtà delle cose, e gli stimoli di vari esponenti del mondo culturale tentano di farcelo intuire. Ma occorre che ci rimettiamo a pensare liberandoci dal modello couch potato che si accontenta di fissare un palcoscenico immaginario, quello dei giochi, dei lustrini e dell’infoentertainment scandalistico o noir delle nostre TV.
Federico Guiglia, appena conclusa la lettura della lettera ha suggerito, con delicatezza, che “andrebbe letta nelle scuole della nostra Repubblica”. Magari!
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