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Domanda

Non temi che il tuo coinvolgimento come figlio, in questa storia che ci hai raccontato, abbia prevalso sul film maker? Cioè, tu hai scelto un punto di vista fortemente privato per raccontare la storia di tuo padre. Non credi che avresti potuto bilanciare questo aspetto del privato con l'aspetto pubblico? Mi è parso di capire che doveva essere molto diverso, quello che tuo padre era per la gente e quello che era per la famiglia.

Dicendolo in altre parole: quando racconti una storia, scegli un punto di vista, perché è impossibile avere una posizione neutra. In questo caso tu hai fatto una scelta precisa, se io non ho capito male, quella di raccontare la storia di tuo padre attraverso la sensibilità della tua famiglia. Forse un punto di vista più equilibrato avrebbe voluto che fosse bilanciata questa storia anche con la parte pubblica di tuo padre, mostrando non soltanto il padre assente, ma anche l'uomo pubblico, popolare per la gente. Non temi che in questa scelta abbia prevalso più il coinvolgimento emotivo di essere suo figlio piuttosto che la scelta di un film maker che cerca di essere equilibrato?

Rehard Desai

Non credo negli equilibri, non credo nell'oggettività. La cosa più importante di un film maker è proprio quella di dare il proprio punto di vista. E quindi comunicare ciò che egli vuole con il proprio film.

Nei primi venticinque minuti del film ho descritto le conquiste, di quest'uomo, gli ostacoli che ha dovuto affrontare nella sua vita, tutti i problemi che ha avuto. Nei primi minuti del film ho parlato di lui e quindi abbiamo cercato di costruire la figura di questo personaggio, io e mia sorella. Sì, francamente per me il pubblico più importante in questo film era la mia famiglia. E gli ho reso omaggio. Ma io ho voluto raccontare anche quale impatto aveva avuto quel momento storico su tutti noi, volevamo rompere un ciclo, non volevamo essere più ciò che nostro padre era stato, volevamo crescere secondo la nostra personalità. Volevamo essere uomini e donne che potevano cambiare la società partendo dall'amore.

Hubert Schulze-Hobeling

Ora ci spostiamo dal Sud-Africa agli Stati Uniti, ci spostiamo nel Colorado: Rosalyn Dauber ha fatto un documentario molto importante sul Tibet: questo suo lavoro ha vinto l'Oscar per i documentari.

Rosalyn Dauber

Fare questo documentario è stato per me una grande esperienza, perché mi ha insegnato, tra l'altro, come sia difficile parlare di una storia o di un gruppo di persone con cui non si sono avuti contatti precedentemente.

Ho filmato un gruppo di buddisti del Tibet e sono stata la prima film maker americana a trovarli, e questo è stato quasi un scoop per me.

Non avevo idea di come avrebbe influenzato la mia vita, questo perché nella cultura del buddismo non esiste la cultura dell'individualismo come in America. Ed è difficile che le persone parlino di se stessi, ed è ancora più difficile che le donne parlino di se stesse. Ho lavorato in Tibet per tre anni.

Ho prodotto questo documentario trattando il problema delle donne rifugiate nel Tibet. Ci sono altri documentari, che riguardano il Dalai Lama, i monaci del Tibet, ma io ho scelto di parlare delle donne del Tibet.

Ho passato un capodanno in uno dei monasteri in Tibet, ero l'unica donna e allora mi sono chiesta: dove sono le donne?

Non so se tutti voi conoscete o meno la storia del Tibet. Nel '39 il paese è stato occupato dal governo cinese, che ha vietando qualsiasi tipo di religione in Tibet. Il Dalai Lama è considerato il Budda vivente per il suo popolo. Siamo riusciti ad intervistarlo durante la produzione di questo documentario e ciò che ci ha detto è che a sua madre è stato rivelato che doveva dare vita al Dalai Lama. Veniva quasi vista come la vergine Maria. Vi mostrerò tre sequenze, e una riguarda proprio la vita della madre del Dalai Lama. L'altra riguarda la sepoltura dei cadaveri, che non avviene negli altopiani e si lascia che vengano divorati dagli avvoltoi. Infine l'ultima riguarda una donna tibetana che ha sposato un americano. Racconta la sua vita, proviene da una famiglia di cinquanta figli, di cui tutti hanno vissuto in India. Lei, diciamo così, è la più occidentalizzata.

E' stato un film molto importante, per me, molto forte anche per le donne, appunto. Posso dire che questo documentario è molto popolare tra le donne del Tibet. E hanno collaborato con noi in questo progetto, anche se era un lavoro molto difficile.

Penso che per il popolo del Tibet è proprio la religione, la spiritualità che ha permesso di sopravvivere in un periodo storico così terribile.

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