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Fotogrammi di vita - Percorsi di lavori tra il cinema e la TV
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Mary V. Cass
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Lella Siniscalco
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Hubert Schulze-Hobeling
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Rehard Desai
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Rosalyn Dauber
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Winfried Baetz

TAVOLA ROTONDA - 1°parte

Introduzione e presentazioni

Lella Siniscalco

Iniziamo le sessioni dedicate al Cinema e la Televisione e diamo il benvenuto a tutti. Siamo certi che insieme daremo vita a questi momenti, portando ciascuno la ricchezza dei proprio bagaglio culturale e professionale. In questa prima sessione vedremo alcuni prodotti video, portati da alcuni di voi. Abbiamo dovuto fare una scelta, purtroppo, per il tempo a disposizione, e abbiamo dato più spazio a chi è venuto da più lontano.

 

 

Questo momento ha come titolo "Fotogrammi di vita", e non sarà una rassegna per definire il migliore o per assegnare premi! Sarà invece la testimonianza, da parte di ogni autore, della volontà di comunicare il proprio mondo interiore, l'amore all'uomo, il rispetto delle differenze, il valore della fratellanza.

Mary Cass

Sì, questo è lo spirito che vorremmo mantenere e portare avanti durante tutto il programma di oggi, proprio attraverso il dialogo tra di noi, senza alcuna competizione. Quindi ringraziamo tutti della partecipazione.

Invitiamo Ron Austin, che è un grandissimo amico di NetOne e del Movimento dei Focolari, da più di dieci anni, ormai! Autore, produttore, regista, è un personaggio molto conosciuto, a Hollywood, sia dalla sua generazione che dalla generazione dei giovani americani. Oggi si dedica in particolare all'insegnamento in una scuola istituita da lui stesso. E' sicuramente uno dei membri più illustri della comunità di Hollywood, e siamo estremamente onorati di averlo in questi giorni con noi.

Abbiamo con noi anche Hubert Schulze-Hobeling.

Lella Siniscalco

E' un produttore che da dieci anni lavora in una televisione regionale della Germania del Nord, ha prodotto dei documentari anche per la prima rete nazionale la ARD, uno dei quali, sul tema del celibato, ha avuto molto successo.

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Hubert Schulze-Hobeling

Ci muoviamo dall'Europa all'Africa, in una delle parti più belle, il Sud-Africa. Andiamo a Johannesburg e parliamo di una persona di quarantun anni, il cui nome è Rehard Desai.

Aveva cinque anni quando è dovuto andare via dal Sud Africa. Si è trasferito a Londra e successivamente vi è ritornato. Il resto della storia ve la racconterà lui.


Rehard Desai

Per me venire qui, incontrare tante persone significa molto, per me è un modo di essere in connessione con gli altri, molto più che non attraverso Internet! Io provengo da un background rivoluzionario socialista e per vent' anni ho vissuto all'interno di questa visione del mondo.

Mi sono poi allontanato da quella realtà, volevo lavorare in un mondo che fosse meno materialista, volevo parlare di storie personali, più le storie sono personali più acquistano un significato.

Vedremo alcune sequenze da una di queste storie, una storia di una famiglia del Sud-Africana che ha dovuto lasciare il paese durante il periodo dell'apartheid. La storia parla di un uomo e della sua famiglia e mostra le conseguenze di opporsi al regime, la tragedia che ha dovuto subire e quali sono state le ricadute di questo impegno sociale su di lui e sulla sua famiglia, soprattutto nel suo rapporto con i figli. Nelle sequenze che ora vedremo, conosceremo uno dei personaggi, uno dei suoi figli.

Un'ultima cosa che voglio dire è che la ragione per cui i documentari stanno diventando così importanti è perché stiamo facendo documentari in un' epoca diversa dal tempo precedente e spesso, come ho fatto io, si parte da un approccio personale, e questo è il motivo per cui mi trovo qui oggi con voi.

PROIEZIONE

Rehard Desai

Per chi non l'avesse capito questa è la mia famiglia.

Sono stato traumatizzato dalla morte di mio padre. Soprattutto dal sentimento ambiguo che io provavo nei suoi confronti. Era un grande uomo, un grande leader, un grande modello soprattutto dal punto di vista etico e morale. Ma come padre era assente, non c'era per noi. E questo ha avuto degli effetti negativi su entrambi i miei fratelli. Quando ho cercato di scrivere la mia storia, ho capito bene l'effetto che poteva avere questa storia, raccontata dal mio punto di vista, ponendo me stesso al centro di questa storia. Per me è stato estremamente positivo lavorare in questo lavoro, anche per la mia famiglia. Quando ho iniziato a lavorare per questo film, mio fratello dipendeva dalla droga, e io mi rifiutavo di parlare con lui. Pensavo che era tempo perso, ma poi il documentario mi ha costretto a confrontarmi con lui, in un certo modo, e lui si è reso contro di quanto fosse malato. Dopo l'inizio del documentario ha iniziato ad ammalarsi seriamente. Questo è tutto.

Ron Austin

Apprezzo moltissimo il suo lavoro. Mi pare soprattutto interessante la sua evoluzione, il tentativo di parlare della sua storia dal punto di vista personale. Penso che questo approccio sia straordinario, e che richieda un'abilità speciale: quello di trovare la propria intimità attraverso la telecamera. Ci può parlare di come è riuscito a lavorare con le altre persone?

Rehard Desai

Io definisco questo quasi una "fusione ". Fusione e poi allontanamento dalla persona con cui ti confronti, ti relazioni. E' difficile farlo se ancora sei traumatizzato dalla tua gioventù, dalla tua famiglia, da tua madre, da tuo padre. E' importante per tutti fare il punto della propria esperienza personale.

Come abbiamo sentito questa mattina, è importante svuotarsi, allontanarsi dalla propria esperienza e quindi essere obiettivo, per poter parlare dei propri sentimenti . Tenere la tua storia, le tue esperienze personali in mente, porle in discussione in modo obiettivo. E se la tua storia è forte e sei in grado di sfidare la tua esperienza, allora dimentichi le telecamere, dimentichi di essere tu in questione. Capisci di chi stai parlando. Allora diventi consapevole di che cosa stai facendo, quali sono i tuoi obiettivi, che cosa stai dicendo.

Penso sia una cosa che richiede una grandissima umiltà.

Ron Austin

La capacità di creare questa fusione, questa unità, dal mio punto di vista, è una questione spirituale. Lei ha affermato quanto sia importante, ma a me sembra che chi fa un lavoro del genere fa un programma, sa che cosa deve fare, e quindi sa ciò che deve eliminare dall'esperienza di cui lei ha parlato, per creare questa fusione appunto di cui lei ha parlato.

Rehard Desai

Io sono d'accordo su questo, ma penso che prima di intraprendere qualsiasi tipo di storia bisogna prefiggersi un obbiettivo, bisogna stabilire quindi la dialettica della propria storia. Penso che questo quindi non emerga da una normale fase di preparazione, e che sia indipendente da un programma da stabilire. Devi cercare di comunicare attraverso il silenzio, la persona che stai intervistando vuole essere accettata da te, e ti darà una risposta che pensa sarà accettata da te. Qualche volta filmo per dieci,quindici minuti, mi soffermo sulla persona che ho davanti, in modo che dica ciò vuole dire, cerco che dica la sua verità e questo penso sia il lavoro più difficile.

Hubert Schulze-Hobeling

Lei ha un nuovo progetto?
Sì, ho preso lo spunto da una storia molto positiva. Nel mio paese, il Mozambico, vi era una società che produceva elementi chimici che creavano problemi all'ambiente. Un piccolo gruppo di indigeni, che poi sono stati presenti al Summit di Rio per la bio-diversità, sono stati costretti a convivere con questa situazione. I soldi minacciavano il loro modo di vivere, il loro modo di essere. Questa storia ha incominciato ad interessarmi e ho deciso di continuare a seguirla. Il film riguarda proprio il potere di questo popolo indigeno e la sua capacità di comunicare, la sua capacità di salvare l'intera umanità; la sua forza di reintegrare e riutilizzare in modo naturale il nostro ambiente e di proteggerlo.

Domanda

Non temi che il tuo coinvolgimento come figlio, in questa storia che ci hai raccontato, abbia prevalso sul film maker? Cioè, tu hai scelto un punto di vista fortemente privato per raccontare la storia di tuo padre. Non credi che avresti potuto bilanciare questo aspetto del privato con l'aspetto pubblico? Mi è parso di capire che doveva essere molto diverso, quello che tuo padre era per la gente e quello che era per la famiglia.

Dicendolo in altre parole: quando racconti una storia, scegli un punto di vista, perché è impossibile avere una posizione neutra. In questo caso tu hai fatto una scelta precisa, se io non ho capito male, quella di raccontare la storia di tuo padre attraverso la sensibilità della tua famiglia. Forse un punto di vista più equilibrato avrebbe voluto che fosse bilanciata questa storia anche con la parte pubblica di tuo padre, mostrando non soltanto il padre assente, ma anche l'uomo pubblico, popolare per la gente. Non temi che in questa scelta abbia prevalso più il coinvolgimento emotivo di essere suo figlio piuttosto che la scelta di un film maker che cerca di essere equilibrato?

Rehard Desai

Non credo negli equilibri, non credo nell'oggettività. La cosa più importante di un film maker è proprio quella di dare il proprio punto di vista. E quindi comunicare ciò che egli vuole con il proprio film.

Nei primi venticinque minuti del film ho descritto le conquiste, di quest'uomo, gli ostacoli che ha dovuto affrontare nella sua vita, tutti i problemi che ha avuto. Nei primi minuti del film ho parlato di lui e quindi abbiamo cercato di costruire la figura di questo personaggio, io e mia sorella. Sì, francamente per me il pubblico più importante in questo film era la mia famiglia. E gli ho reso omaggio. Ma io ho voluto raccontare anche quale impatto aveva avuto quel momento storico su tutti noi, volevamo rompere un ciclo, non volevamo essere più ciò che nostro padre era stato, volevamo crescere secondo la nostra personalità. Volevamo essere uomini e donne che potevano cambiare la società partendo dall'amore.

Hubert Schulze-Hobeling

Ora ci spostiamo dal Sud-Africa agli Stati Uniti, ci spostiamo nel Colorado: Rosalyn Dauber ha fatto un documentario molto importante sul Tibet: questo suo lavoro ha vinto l'Oscar per i documentari.

Rosalyn Dauber

Fare questo documentario è stato per me una grande esperienza, perché mi ha insegnato, tra l'altro, come sia difficile parlare di una storia o di un gruppo di persone con cui non si sono avuti contatti precedentemente.

Ho filmato un gruppo di buddisti del Tibet e sono stata la prima film maker americana a trovarli, e questo è stato quasi un scoop per me.

Non avevo idea di come avrebbe influenzato la mia vita, questo perché nella cultura del buddismo non esiste la cultura dell'individualismo come in America. Ed è difficile che le persone parlino di se stessi, ed è ancora più difficile che le donne parlino di se stesse. Ho lavorato in Tibet per tre anni.

Ho prodotto questo documentario trattando il problema delle donne rifugiate nel Tibet. Ci sono altri documentari, che riguardano il Dalai Lama, i monaci del Tibet, ma io ho scelto di parlare delle donne del Tibet.

Ho passato un capodanno in uno dei monasteri in Tibet, ero l'unica donna e allora mi sono chiesta: dove sono le donne?

Non so se tutti voi conoscete o meno la storia del Tibet. Nel '39 il paese è stato occupato dal governo cinese, che ha vietando qualsiasi tipo di religione in Tibet. Il Dalai Lama è considerato il Budda vivente per il suo popolo. Siamo riusciti ad intervistarlo durante la produzione di questo documentario e ciò che ci ha detto è che a sua madre è stato rivelato che doveva dare vita al Dalai Lama. Veniva quasi vista come la vergine Maria. Vi mostrerò tre sequenze, e una riguarda proprio la vita della madre del Dalai Lama. L'altra riguarda la sepoltura dei cadaveri, che non avviene negli altopiani e si lascia che vengano divorati dagli avvoltoi. Infine l'ultima riguarda una donna tibetana che ha sposato un americano. Racconta la sua vita, proviene da una famiglia di cinquanta figli, di cui tutti hanno vissuto in India. Lei, diciamo così, è la più occidentalizzata.

E' stato un film molto importante, per me, molto forte anche per le donne, appunto. Posso dire che questo documentario è molto popolare tra le donne del Tibet. E hanno collaborato con noi in questo progetto, anche se era un lavoro molto difficile.

Penso che per il popolo del Tibet è proprio la religione, la spiritualità che ha permesso di sopravvivere in un periodo storico così terribile.

PROIEZIONE

Hubert Schulze-Hobeling

Ho saputo che di recente hai avuto un grave incidente, un incendio?

Rosalyn Dauber

Sono poi tornata a vivere nella Caroline del Sud, circondata da paesaggi bellissimi, ma in venti minuti a causa di un fuoco ho perso il mio lavoro e la mia casa. E questo ha creato un enorme vuoto nella mia vita, non era tanto la perdita delle cose materiali, ma piuttosto tutti i rapporti con i miei amici erano cambiati. Per i primi due anni mi sentivo completamente persa, ciò che avevo era solo quello che indossavo e la mia macchina, tutto il mio lavoro era andato perso. Ma ho pensato di dover avere una forte fede e ho cercato di studiare i metodi di meditazione di questi popoli del Tibet, ho cercato ad affrontare in maniera diversa ciò che stavo vivendo.

Ricordo di aver chiamato il monastero in India, dove ero stata, dicendo che alcuni oggetti che mi avevano dato erano stati distrutti dal fuoco. Ho raccontato loro che c'era stato questo incendio e che tutto era stato distrutto, che non era rimasto nulla. Ma loro mi dissero: "Non ti preoccupare, sei stata purificata, non hai perso nulla ". E mi sono sentita meglio per i primi cinque minuti, ma io non sono una buddista! Loro insegnano a vivere soffrendo. Nel senso che tutti noi siamo destinati ad invecchiare e a morire. E questo non è molto affascinante. La mia famiglia è ebrea e questo non fa sicuramente parte nella filosofia ebraica. Ma dopo l'incendio ho avuto questa esperienza, ossia capire il senso di vivere la vita come una sofferenza. E lì ho capito che la morte fa parte della vita.

I miei amici buddisti sono stati estremamente solidali con me, a confronto di molti altri colleghi occidentali, e questo per me è stato molto positivo.

Hubert Schulze-Hobeling

Sono sicuro che molti film maker giovani vogliono parlare di documentari. Quali sono le difficoltà per un giovane che vuole realizzare un documentario?

Rosalyn Dauber

Negli ultimi sette anni ho insegnato in una università del cinema, e posso dire che c'è un grande interesse nei confronti dei documentari, la maggior parte delle persone vogliono trattare dei proprio argomenti, delle proprie esperienze, vogliono seguire un proprio percorso. Ma il business negli Stati Uniti è piuttosto difficile per i film maker indipendenti. Vi sono molti film maker con talento, che non hanno però i mezzi per portare avanti questo lavoro. Io incoraggio i miei studenti ad andare avanti, a produrre con i propri mezzi, da soli, per provare che sono in grado di farlo, e molti riescono a farlo.

In questo momento penso sia importante per tutti i produttori di documentari partecipare ai festival.

Hubert Schulze-Hobeling

Torniamo in Europa, in Germania. Winfried Baetz è un produttore da circa diciotto anni e ha creato documentari per la tv nazionale. Ci parla di una sua realizzazione.

Winfred Baetz

Questo, di cui parlo, è stato il mio ultimo documentario, perché poi ho cambiato un po' tipo di lavoro. Per diciotto anni ho prodotto con altri, anche con Hubert, dei reportage su vari temi. Ad un certo punto la televisione tedesca mi ha chiesto se ero in grado, in poche settimane, di produrre una documentario su una persona della storia tedesca morta ad Auschwitz , che è stata canonizzata nel ‘ 98: Edith Stein. Era una filosofa, con una personalità molto ricca. La sua vita si è dipanata tra due poli. Siccome ha vissuto un certo periodo della sua vita nella mia città non ho perso l'occasione, ho detto di sì, perché facendo questo documentario potevo tentare di capire chi era.

Edith Stein viene di solito presentata come una suora: i cattolici l'avranno vista con il vestito da suora carmelitana, ma avvicinandola mi sembrava una donna con una storia molto complessa, molto interessante e rappresentativa della prima parte del secolo scorso. Essendo donna, pur molto stimata come filosofa, non ha ottenuto il posto all'università che in qualche modo le spettava; poi come pedagogista, ha dovuto interrompere il suo impegno nella scuola per le leggi anti-ebraiche; convertitasi al Cristianesimo ed entrata nel Carmelo, fu trasferita in Olanda essendo lei ricercata ancora come Ebrea. Ma anche lì venne poi trovata e mandata a morire.

Il problema era appunto che non viveva più e non c'era quasi più nessuno che l'aveva conosciuta di persona, c'era solo una lontana parente che ricordava qualcosa della famiglia, e una suora, peraltro molto anziana, che era stata allieva in una scuola dove la Stein aveva insegnato, quindi la conosceva come insegnante.

Inoltre c'era il rischio che il discorso prendesse un risvolto o politico, o religioso: infatti, per gli Ebrei, Edith Stein è una donna ebrea, è nata ebrea! Cinquant'anni dopo la sua morte viene messa in rilievo come una cattolica, infatti la sua canonizzazione le conferisce una dimensione totalmente cattolica.

Tenendo conto di tutto questo, ho deciso di fare un documentario molto secco, molto oggettivo, portando in luce i fatti, in modo che chiunque vede questo documentario capisca qualcosa del valore di questa donna, capisca i suoi problemi, il contesto storico. Questo è stato il mio obbiettivo, far capire il perché della sua conversione al Cristianesimo e della sua scelta del Carmelo.

Per il titolo ho scelto una sua frase: "La verità di tutte le cose. Il segreto di Edith Stein ".

PROIEZIONE

Winfried Baetz

La realizzazione di questo documentario è legata a un momento particolare della mia vita di autore. Infatti, dopo quindici anni di lavoro come produttore di lavori importanti, il mio socio ha voluto che io mi ritirassi dalla ditta, per continuare da solo. In questa situazione appunto è arrivata questa domanda di fare questo film. Ho girato con la troupe che non era più la mia e far capire quello che volevo, spiegare il progetto del film, non è stato facile. Ma è stata anche un esperienza molto intensa fare questo film in due settimane di riprese!

Mentre realizzavo questo documentario mi sembrava che la storia di Edith Stein acquistasse un significato particolare per me, che le mie vicende personali, in qualche modo, anche se minimo, ricevessero una luce particolare dalle sue, che furono segnate da una serie di perdite, di distacchi.

Domanda

Come è stato per te esplorare questa personalità così forte?

Winfried Baetz

E' stato scoprire anche la vicenda del suo essere Ebrea. Dico la verità, pur essendo stato informato a scuola della storia tedesca, dei campi di concentramento, di tutto questo, a dire la verità non avevo mai guardato da vicino questo argomento, questa storia. A casa non se ne parlava, il che è molto comune, e la mia generazione è stata la prima a dover entrare nel vivo della storia. A scuola i professori trattano questo argomento come uno dei temi da studiare, ma è qualcosa del passato, tutto lì! Io avevo un ragazzo nella mia classe che era ebreo, molto bravo, siamo stati amici,però non ho mai collegato la sua persona con questa storia del popolo ebreo, con i campi di concentramento, con la persecuzione.

Conoscere la vita di Edith Stein, fare l'intervista con un professore ebreo molto famoso, molto amico dei cristiani, tra l'altro, mi ha portato ad entrare per la prima volta in un campo di concentramento come quello di Auschwitz. Mi sono sentito proprio male. Posso fare un film su una persona che è finita in questo modo? Non sono degno, ecco.

Poi ho pensato che questo è il mio lavoro e che vivendo, io stesso, un'esperienza di distacco e di perdita, in qualche modo potevo meglio capirla. Questa è stata la mia esperienza.

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