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Il mio Paese, il Brasile, è una nazione di grandi estensioni territoriali, d'una diversità culturale immensa. Anche se è ritenuto un paese emergente, è alla vanguardia nell'area della comunicazione sociale, come una ricchezza più che come un rischio, in particolare la Rete Globo di Televisione e le sue affiliate, la cui produzione locale e nazionale arriva a 80% dei suoi prodotti. Questo indice di efficienza è possibile raggiungere attraverso la valorizzazione delle culture locali. Il successo d'audience, qualità e credibilità vengono al di sopra dell'impegno sociale, che ha sempre guidato il suo fondatore, Dott. Roberto Marinho, un giornalista che se inquadrava nell'osservazione di Igino Giordani: "Un giornalista deve stare dinanzi al male morale, come il medico dinanzi al male fisico". Dott. Roberto è stato un giornalista che sempre ha voluto costruire una nazione attraverso la valorizzazione del suo popolo.

Ciò si deve anche al fatto di non aver fato tutto da solo e d'aver avuto l'intuizione seguenti: la percezione del sentimento locale si ha in contato con delle persone del posto, con imprenditori d'ogni regione, formando una grande rete con quasi 120 affiliate, sparse su tutto il Brasile, che condividono lo stesso ideale, la responsabilità di rinvigorire quest'alleanza affinché il messaggio nazionale non sia imposto, ma generi un'unità nella diversità culturale. Ripeto qui le parole di Roberto Irineu Marinho, attuale presidente delle Organizzazioni Globo: "Dobbiamo cercare la manutenzione dell'auto-stima d'una nazione, la garanzia del diritto che ogni cittadino ha di riconoscersi in quel che vede e sente, di sentirsi parte importante del mondo."

Ma cosa possiamo fare, in pratica, per progredire ancor di più in questa ricchezza e attenuare i rischi? Cosa fare per esercitare la liberà d'espressione con responsabilità sociale?

Credo che la comunicazione muove e trascina quando siamo autentici; se comunichiamo quello che non siamo, non trasmettiamo una realtà, bensì incentiviamo le virtualità, la superficialità e la distorsione.

Mi ricordo un'intervista a Madre Teresa di Calcutta. Una volta gli hanno chiesto che cosa c'era di sbagliato nella Chiesa. Lei ha risposto che ce n'erano soltanto due cose sbagliate nella Chiesa: "tu e me", ha detto lei. La Chiesa, quale Corpo Mistico di Cristo, è perfetta.

Se poniamo la domanda: cosa c'è di sbagliato nei mezzi di comunicazione? Potremmo rispondere allo stesso modo: tu e me, perché essi sono solo mezzi. Agli estremi c'è l'uomo; occorre mettere l'amore in mezzo a noi. Occorre ridonare un'anima al mondo.

In quanto comunicatori, c'imbattiamo quotidianamente nell'ipocrisia del denunciare, del cercare la verità, con l'intenzione di servire alla società, ma non resistiamo all'evidente compulsione di andare proprio a pescare gli aspetti negativi della vita. I media nazionali e perfino locale non si sono spogliati dall'arroganza e pregiudizio su quello che non hanno mai visto o sentito parlare. Cito qui il Movimento dei Focolari come esempio. Quanti Genfest, Familyfest, Mariapoli non hanno avuto spazio nei media nazionali e locali a scapito di materie su più morti, più disastri e più corruzione? Non ne danno importanza, ne rinnegano e, se ne fanno notizia, è soltanto per affermare che è stato citato, nella gran maggioranza delle volte, in forma distorta o incompleta, per l'assoluta mancanza d'interesse sulll'argomento o per la mancanza di parametri su cui quest'argomento edifica un rapporto fraterno.

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