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Panel 2 - Media, società locale e globale. Dialogo (im)possibile

c04-txt_rorizFátima Roriz
direttore gruppo TV, radio, stampa Jaime Câmara, Brasile


Sperimentazioni e dialogo

Amo quello che faccio e sento che in questo campo si trova la grande opportunità di costruire un mondo unito. Capisco il compito della comunicazione secondo le parole di Giovanni Paolo II: "La comunicazione sociale ha il compito d'unire le persone ed arricchirle."

Partecipare ad una tavola rotonda sulla possibilità di dialogo tra mass media locale e globale è una gran ricchezza. Penso che sia possibile, sì: il comunicatore è l'uomo del dialogo. Ci basti guardare la comunicazione più come una ricchezza che come un rischio.

Il primo passo è non confondere mezzi di distribuzione e telecomunicazioni con comunicazione sociale. Nonostante il convergere delle tecnologie, sono attività di nature diverse. Mezzi di distribuzione e telecomunicazioni sono strutture fisiche che creano enormi possibilità di migliorare la qualità di vita. La comunicazione sociale è il contenuto che circola per questi mezzi e che trasforma questa possibilità in realtà.

Citerò qui un piccolo brano d'un testo che non è mio, ma sento che arricchirà la nostra riflessione: "I mezzi di distribuzione sono un corpo, la comunicazione sociale è l'anima. Mezzi di distribuzione sono delle comodities , comunicazione è un bene culturale di valore strategico incommensurabile per un popolo. Entrambi i campi devono attuare insieme, senza che l'uno prevalga sull'altro. Comunicazione sociale senza mezzo di distribuzione è uno spettacolo per pochi, senza benefici per le popolazioni in generale. Mezzi di distribuzione che controllano la comunicazione sociale sono la via più corta per arrivare alla perdita della pluralità d'idee ed alla perdita d'identità culturale d'una nazione".

Insomma, quello che ci porta a pensare nell'impossibilità di un dialogo locale e globale è intavolare un rapporto planetario che presuppone la globalizzazione come causa d'impoverimento, che tutto impone, avvolge e manipula, mas che può essere contrapposta - come unica via di salvezza - dalla valorizzazione delle culture locali, come ci ricorda Domenico de Mais, sociologo.

E lui ricorda ancora: "La storia del mondo è una storia di potenze che crescono e tramontano. Nessuno aspetto geopolitico è destinato all'eternità. Quando un impero sembrerà sempre più invincibile, ci sarà il momento in cui sorgerà, da una altra parte, un'anomalia inaspettata, che lo indurrà a fare il rendiconto con la storia. Così è successo con l'Impero Romano quando è sorto il Cristianesimo, così è successo con l'impero napoleonico, quando esso non ha dato il dovuto valore alla resistenza spagnola."

Il mio Paese, il Brasile, è una nazione di grandi estensioni territoriali, d'una diversità culturale immensa. Anche se è ritenuto un paese emergente, è alla vanguardia nell'area della comunicazione sociale, come una ricchezza più che come un rischio, in particolare la Rete Globo di Televisione e le sue affiliate, la cui produzione locale e nazionale arriva a 80% dei suoi prodotti. Questo indice di efficienza è possibile raggiungere attraverso la valorizzazione delle culture locali. Il successo d'audience, qualità e credibilità vengono al di sopra dell'impegno sociale, che ha sempre guidato il suo fondatore, Dott. Roberto Marinho, un giornalista che se inquadrava nell'osservazione di Igino Giordani: "Un giornalista deve stare dinanzi al male morale, come il medico dinanzi al male fisico". Dott. Roberto è stato un giornalista che sempre ha voluto costruire una nazione attraverso la valorizzazione del suo popolo.

Ciò si deve anche al fatto di non aver fato tutto da solo e d'aver avuto l'intuizione seguenti: la percezione del sentimento locale si ha in contato con delle persone del posto, con imprenditori d'ogni regione, formando una grande rete con quasi 120 affiliate, sparse su tutto il Brasile, che condividono lo stesso ideale, la responsabilità di rinvigorire quest'alleanza affinché il messaggio nazionale non sia imposto, ma generi un'unità nella diversità culturale. Ripeto qui le parole di Roberto Irineu Marinho, attuale presidente delle Organizzazioni Globo: "Dobbiamo cercare la manutenzione dell'auto-stima d'una nazione, la garanzia del diritto che ogni cittadino ha di riconoscersi in quel che vede e sente, di sentirsi parte importante del mondo."

Ma cosa possiamo fare, in pratica, per progredire ancor di più in questa ricchezza e attenuare i rischi? Cosa fare per esercitare la liberà d'espressione con responsabilità sociale?

Credo che la comunicazione muove e trascina quando siamo autentici; se comunichiamo quello che non siamo, non trasmettiamo una realtà, bensì incentiviamo le virtualità, la superficialità e la distorsione.

Mi ricordo un'intervista a Madre Teresa di Calcutta. Una volta gli hanno chiesto che cosa c'era di sbagliato nella Chiesa. Lei ha risposto che ce n'erano soltanto due cose sbagliate nella Chiesa: "tu e me", ha detto lei. La Chiesa, quale Corpo Mistico di Cristo, è perfetta.

Se poniamo la domanda: cosa c'è di sbagliato nei mezzi di comunicazione? Potremmo rispondere allo stesso modo: tu e me, perché essi sono solo mezzi. Agli estremi c'è l'uomo; occorre mettere l'amore in mezzo a noi. Occorre ridonare un'anima al mondo.

In quanto comunicatori, c'imbattiamo quotidianamente nell'ipocrisia del denunciare, del cercare la verità, con l'intenzione di servire alla società, ma non resistiamo all'evidente compulsione di andare proprio a pescare gli aspetti negativi della vita. I media nazionali e perfino locale non si sono spogliati dall'arroganza e pregiudizio su quello che non hanno mai visto o sentito parlare. Cito qui il Movimento dei Focolari come esempio. Quanti Genfest, Familyfest, Mariapoli non hanno avuto spazio nei media nazionali e locali a scapito di materie su più morti, più disastri e più corruzione? Non ne danno importanza, ne rinnegano e, se ne fanno notizia, è soltanto per affermare che è stato citato, nella gran maggioranza delle volte, in forma distorta o incompleta, per l'assoluta mancanza d'interesse sulll'argomento o per la mancanza di parametri su cui quest'argomento edifica un rapporto fraterno.

Facciamo discorsi sulla valorizzazione dell'essere a scapito dell'avere, ma dipendiamo dell'avere, del consumo ed anche senza dipenderne gli diamo priorità. Sullo stesso spazio in cui denunciamo la prostituzione dei minorenni, portiamo alle pagine degli annunci l'essere umano come un prodotto, incentivando quello settore.

Dirigo un giornale locale, il "Jornal do Tocantins", che ormai, da esattamente otto anni, non accetta questo tipo d'annuncio. È un esempio che ha generato un rapporto di fiducia con la comunità locale. Vivo in una bella città, ma che anche se è così nuova già convive con una triste statistica d'essere tra i capoluoghi brasiliani, la prima in ordine alla gravidanza nell'adolescenza. La posizione assunta dal giornale è soltanto un seme ma, come dice un poema del Tocantins (il mio Stato), scritto da
Pedro Tierra e Suor Martha Maria
:

"Solo la rosa artificiale è nata già grande
senza mai essere stata un bocciolo,
senza mai essere stata piccola.
Non appassisce, non muore,
ma anche non ha profumo
e non vedrà mai sbocciare altre rose"...

Siamo anche stati insigniti con distacco dall'ANDI, un'ONG molto rispettata nel mio Paese, per la ricerca di soluzioni ai problemi che affliggono il bambino e l'adolescente, con articoli che hanno messo a fuoco degli esempi che edificano. Un altro progetto vittorioso è la serie "È RIUSCITO BENE!", che da 6 anni è citata nelle edizioni dei giornali che distaccano iniziative positive, nei diversi ambiti, fomentando azioni simili e generando argomenti positivi nella società. E questo stesso giornale, da sei anni, non risponde a nessun'azione per danni morali e non ha mai perso un'azione precedentemente.

Le nostre redazioni, sia di giornale che di televisione, ogni giorno di più, sono stimolate dal desiderio della comunità locale che vuole dei media che sottolineano valori positivi. Ricordando Giordani, "un giornalista deve infondere l'orrore e non l'attrattiva al male; un medico fa la cura affinché la malattia guarisca e non che diventi infezione". Il nostro maggior attivo è la nostra credibilità, basata sull'etica e sul rispetto della persona umana, valori del fondatore del complesso, Jaime Câmara, che 67 anni fa ha cominciato a costruire quest'ideale di far della comunicazione uno strumento d'integrazione sociale in una regione che per prima lottava per avere l'energia elettrica, ad esempio, perché poi fosse impiantato un segnale di radio o TV.

I nostri telegiornali locali hanno uno share , partecipazione dell'audience, d'oltre il 70% ed esso si mantiene nella misura in cui c'impegniamo nell'interesse pubblico. Non d'un pubblico specifico, che ci allontanerebbe da quell'ideale in cui crediamo.

Sono piccoli gesti che cambiano a poco a poco la realtà delle redazioni. L'editore deve fiutare il mondo per avvertire che questo mondo brama per una convivenza fraterna nella società globale. Ma il primo passo è costruire una fraternità locale, con la certezza che la grandezza umana frutta grandi materie tutti i giorni. È il notiziario fattuale, accompagnato dalla preoccupazione della convivenza pacifica, rispettando le nostre diversità, ma costruendo un amore reciproco. L'amore è così: conosce la realtà, ma sa trasfigurarla per far prevalere il bene negli altri.

Quando cito, come soluzione, la valorizzazione delle culture locali, affermo anche che occorre prima che puntiamo a noi stessi, osservando ad ogni momento presente la regola d'oro: "Non facciamo all'altro quello che non vogliamo che lui faccia a noi". Esercitiamo la nostra professione senza spogliarci dai valori e dalle virtù che ingrandiscono l'essere umano. Non puntiamo sullo spettacolo dell'orrore e sì sullo spettacolo della vita, non coltiviamo la vanità in modo così spettacolare, coltiviamo la via del servire, dell'essere utile, sulla ricerca del sogno d'un mondo unito. E per quelli che pensano che fare della comunicazione una ricchezza più che un rischio è un'utopia, ricordiamo il pensiero di Oscar Wilde, "il progresso è il compimento delle utopie".

Suggerisco che il Movimento dei Focolari istituisca un Premio della Comunicazione Sociale, con lo scopo di riconoscere, moltiplicare e proclamare dai tetti la testimonianza di quelli che, attraverso la comunicazione, stanno costruendo un mondo più unito.

Cerco d'essere una comunicatrice sulla via di Maria, anzitutto dicendo il mio sì di serva, anche senza capire come si avverrà questo mondo unito che a volte sembra impossibile, ma dicendo il mio sì: sia fatto conforme la volontà del Padre. Secondo, uscendo da me stessa, dal benessere della mia sala e vivendo il dolore dell'altro, avvicinando sempre di più della vita dell'escluso, nelle opere sociali della Chiesa, di quello che ha subito un sequestro o è malato di tumore, ma intravedendo il perché di Dio. Partecipando alle riunioni con diversi settori della società, facendomi uno con loro, con lo sguardo di Maria. Ascoltando la comunità locale, coinvolgendo le università, imprese, settori organizzati, coinvolgendoli nella necessità di non essere un telespettatore, uditore o lettore passivo, mas d'integrarsi in questa delicata mansione del perseguire la libertà d'espressione con responsabilità sociale, creando spazi maggiori e permanenti per quelli che condividono quest'ideale.

Concludo dicendo che, quando usciamo da noi stessi, siamo invasi da una gioia, perché in questo momento lasciamo che Gesù sia in noi. E così trasmettiamo in ogni testo, in ogni cronaca, l'essere prima il silenzio poi la parola che sarà luce. E quando leggiamo o assistiamo a quello che è stato pubblicato o veicolato avvertiamo l'arduo cammino che ancora dobbiamo percorrere.

Sento anche che, più autentica è la mia testimonianza, più grande sarà la mia opportunità di dialogo, innanzitutto con il mio pubblico interno, e poi con quello esterno. Perché sappiamo che la Parola muove, ma è l'esempio che trascina. E posso testimoniare che se usciamo per costruire una città, uno Stato o un Paese nuovo, non avremo esito se non edifichiamo uomini nuovi.
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