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di Claudia Di Lorenzi

La Carta di Idomeni. Ne parliamo col giornalista greco Vassilis Nedos.

2016 04 09 Pireo2rid

Il 2015 ha visto il più alto numero di rifugiati dalla fine della seconda guerra mondiale: sono circa 65 milioni, 24 ogni minuto, oltre la metà sotto i 18 anni e più dell'86 per cento in Paesi a basso e medio reddito. È il record negativo che emerge dal "Global Trends 2015", il rapporto diffuso oggi dall'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr), nell’odierna Giornata mondiale del rifugiato.

Per l’occasione il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, in un messaggio inviato al delegato Unhcr per il Sud Europa, Stephane Jaquemet, ha sollecitato un “impegno autenticamente corale da parte della comunità internazionale, a partire dall'Unione europea» e ha ha aggiunto che «l'Europa è contrassegnata dal rispetto della persona umana, ma questo principio non può essere a fasi alterne, non può essere usato solo per chi vive in Europa». Il capo dello Stato ha sottolineato che la «ricorrenza giunge in un momento particolarmente tormentato, caratterizzato da ingentissimi flussi di profughi e, con essi, di rifugiati» ed ha ribadito che «I rifugiati arricchiscono il nostro Paese: l'Italia soffre di un tasso di demografia basso e l'arrivo di giovani di talento e capacità, se ben governato, la arricchisce». Per Mattarella l'arrivo di rifugiati «può essere governato solo con un'accoglienza intelligente, garantendo tranquillità e ordine».

Del tema delle migrazioni, con particolare riferimento alla cosiddetta “rotta dei Balcani” e al modo in cui i media d’Europa raccontano il fenomeno, abbiamo parlato con il giornalista greco Vassilis Nedos, esperto di migrazioni e politiche europee, tra i relatori al convegno promosso da NetOne ad Atene nell’ambito del progetto “Giornalisti e migrazioni” :

Come giornalista si occupa di migrazioni, è mai stato a Idomeni? Con quale atteggiamento si è posto di fronte alle persone incontrate?

“Ho visitato Idomeni solo una volta. Ma ho dedicato molta più attenzione ai campi di fortuna di Atene e ora al porto del Pireo e il vecchio aeroporto di Elliniko. Oggi la banchina n ° 5 del porto del Pireo è ancora occupata da 1.000 rifugiati e migranti, mentre Elliniko è un rifugio per circa 4.000 persone. Da un punto di vista umanitario, come si può porre un uomo di fronte a persone che sono fuggite da guerra, carestia, peste? Con umiltà e rispetto. Da un punto di vista professionale credo che sia molto più utile descrivere le condizioni che incontriamo, lodare quando dobbiamo farlo, e criticare aspramente se necessario. Non è sempre una cosa facile da fare, ma ci si deve provare. Ad esempio la zona del vecchio aeroporto di Ellinikon è piena di persone con gravi malattie, soprattutto a causa della mancanza di acqua pulita. C'è poi un aspetto ancora più cupo,  perché la polizia ha (ricevuto) varie lamentele circa episodi di prostituzione e altri crimini nella zona. Ellinikon è meno conosciuto di Idomeni, ma penso che la situazione lì sia altrettanto disumana e debba richiamare l'attenzione dei volontari di tutto il mondo”.

Stereotipi e pregiudizi sostanziano spesso le cronache sul fenomeno migratorio sui media europei, che paiono condizionati dall’orientamento politico dei rispettivi paesi. Incontra ostacoli nel veicolare un’informazione obiettiva, veritiera, indipendente?

“Direi che gli stereotipi sono evidenti anche nei media greci. La migrazione non è un soggetto neutro e in una società lacerata dalla crisi come quella greca il pregiudizio ha trovato una strada facile per infiltrarsi nel dibattito politico. Nel complesso credo che non vi siano ostacoli nel nostro sforzo di fare il nostro lavoro. Tuttavia, i media greci sono fortemente colpiti dalla crisi finanziaria e questo ha avuto le sue implicazioni sul modo in cui hanno coperto la crisi migratoria. Ad esempio, i media greci non possono permettersi lunghe missioni dei giornalisti sulle isole o altri siti in cui la migrazione è evidente. Questo migliorerebbe la loro capacità di comprendere la situazione”.

Che atteggiamento hanno i media greci sul fenomeno delle migrazioni e sulle scelte politiche del governo greco e dell’Europa?

“L'atteggiamento nei confronti del fenomeno migratorio è in genere caratterizzato da compassione, dall'aspetto umanitario, ma anche da una preoccupazione per problemi finanziari e di sicurezza. Cioè, (ci si chiede) se lo Stato greco può effettivamente gestire la crisi senza affondare più in profondità nei suoi problemi. O se i campi di fortuna di profughi disperati e migranti sono stati infiltrati da estremisti. C'è la critica sulle politiche del governo greco, ma c'è anche la critica contro i governi europei. C'è una disapprovazione generale sul modo in cui i paesi dei Balcani occidentali, dall’Austria fino alla Macedonia, hanno chiuso le frontiere, e una preoccupazione sul fatto l’UE ha deciso di utilizzare la Grecia come un enorme accampamento, al fine di evitare un ulteriore flusso di migranti verso nord”.

I social network offrono finestre preziose sulla vita dei migranti nei campi profughi: una rete2016 04 09 Pireo3 rid informativa - e di solidarietà - che ha il merito di offrire informazioni in tempi rapidi e spesso “senza filtri” ideologici. Come valuta il contributo informativo offerto dai social?

“Non ho sensazioni positive sul ruolo dei Social Media su questo tema. Sono molto utili se i migranti stessi vogliono coordinarsi, trovare un riparo, condividere informazioni critiche. Ma nel complesso, come mezzo nelle mani delle persone del posto (in Grecia o altrove), i Social Media si sono dimostrati piuttosto ambigui”.

A fine maggio, per decisione del governo, il campo di Idomeni è stato smantellato e i 9mila profughi presenti sono stati distribuiti in altri campi più piccoli, in condizioni non diverse tuttavia da quelle da cui venivano. Il tutto è avvenuto nel silenzio dei media e della popolazione locale. Perché questo passaggio non è stato raccontato?

“Credo che la decisione di condurre l'operazione di evacuazione di Idomeni senza la presenza di mezzi sia stata corretta. Rifugiati e migranti non dovrebbero più vivere in queste condizioni tragiche aspettando l'apertura di una frontiera che è ben chiusa. Naturalmente, dal punto di vista mediatico tale divieto non poteva essere facilmente accettato dai professionisti dei media. Ma cerchiamo di essere onesti. Le fotografie e le immagini del pianto delle madri e dei bambini davanti alle telecamere porterebbero vantaggio ai rifugiati e ai migranti? Certamente no. Il campo di Idomeni era una vergogna per l'umanità ed il suo smantellamento è stato un vantaggio per tutti”.

La Carta di Idomeni nasce per offrire un codice etico ai giornalisti. Quali sono, secondo lei, i punti di forza?

“Credo che sia un testo molto positivo, che unisce tutti i principi e le tradizioni del buon vecchio giornalismo”.

Ci sono aspetti da rafforzare, integrare, modificare?

“Teoricamente no. Anche se penso che ci dovrebbe essere una sorta di un interdizione per i giornalisti che hanno promosso l'odio e il discorso razzista”.

Quanto è vincolante la Carta?

“La Carta non è vincolante, e non può esserlo, perché non ha (e non poteva avere) potere coercitivo”.

Tra gli obiettivi della Carta c’è la necessità di tutelare il ruolo sociale dei giornalisti, in nome della libertà di informazione: recandosi nei campi profughi ha trovato ostacoli nella raccolta di informazioni e testimonianze?

“Ci sono sempre problemi quando un giornalista cerca di fare il suo lavoro. Di solito il problema viene da gruppi di persone che identificherei come trafficanti o persone che collaborano con loro. Le autorità sono in genere confinate al loro ruolo di polizia. La situazione non è sempre così semplice come sembra”.

Secondo la Carta i giornalisti sono tenuti a chiedere preventivamente il consenso del soggetto ad essere intervistato, fotografato e ripreso, a non compromettere il benessere emotivo dei minori. Come si fa a mantenere l’equilibrio fra il diritto all’informazione e il diritto alla tutela per i migranti e i rifugiati?

“Penso che sia abbastanza semplice. Se una persona non vuole essere intervistata un giornalista dovrebbe rispettarla e cercare di trovare un'altra fonte!”

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The Idomeni Charter , to tell migration with respect and truth. We talk with the greek journalist Vassilis Nedos
by Claudia Di Lorenzi

The year 2015 saw the highest number of refugees since the end of World War II: they are about 65 million, 24 per minute, more than half under 18 years old and more than 86 percent in low and middle income countries. It is the negative record that emerges from the “Global Trends 2015 ", the report released today by the United Nations High Commissioner for Refugees (UNHCR), in today's World Refugee Day.

On this occasion the President of the Italian Republic, Sergio Mattarella, in a message sent to the UNHCR delegate for Southern Europe, Stephane Jaquemet, called for a "genuinely concerted effort by the international community, including the European Union" and added that "Europe is marked by respect for the individual human, but this principle can’t be on and off, can’t be used only for people living in Europe”. The President underlined that the "anniversary comes at a time tormented, characterized by very heavy flows of refugees and displaced persons”, and he reiterated that "the refugees enrich our country: Italy suffers from a low rate of demographics and the arrival of young talents and abilities, if well governed, enriches it”. For Mattarella the arrival of refugees "may be only he ruled with a warm intelligent, ensuring peace and order".

About the issue of migration, with special reference to the so-called "Balkan route" and the way in which the media of Europe tell the phenomenon, we spoke with the greek journalist Vassilis Nedos, an expert on migration and European policies, among the speakers at the meeting promoted by NetOne in Athens as part of the project "Journalists and migration":

As a journalist you take care of migration, have you ever been to Idomeni? With what attitude you place in front of the people you meet?

I have visited Idomeni only once. But I paid a lot more of attention to the makeshift camps of Athens and actually at the port of Piraeus and the former airport of Elliniko. Today the dock no 5 of the port of Piraeus is still occupied by 1.000 refugees and migrants, when Elliniko is a shelter for almost 4.000 people. From a humanitarian point of view, how can a man place himself in front of people that have fled war, famine, pestilence? With humility and respect. From a professional point of view I think that it is much more useful to describe the conditions we meet, to commend when we have to, and to criticize harshly if needed. It is not always an easy thing to do, but one must try. For example the area of the former airport of Ellinikon is full of people with serious disease, mainly because of the lack of clean water. There is an even darker aspect since Police has various complaints about prostitution and other crimes on the area. Ellinikon is less known than Idomeni, but I think that the situation there is equally inhumane and should draw the attention of volunteers around the world.

The news about the phenomenon of migration in the European media, which seem to conditional political orientation of their respective countries, are often full of stereotypes and prejudices. You encounter obstacles in conveying objective information, truthful, independent?

I would say that stereotypes are evident in Greek media as well. Migration is not a neutral subject and in a crisis-torn society such as the Greek one, prejudice had an easy way to infiltrate the political debate. Overall I think there are no obstacles in our effort to do our job. Nonetheless, Greek media are heavily hit by the financial crisis and that had its implications on the way they covered migration crisis. For example, Greek media cannot afford long mission of journalists on islands or other sites where migration is evident. That would enhance their ability to understand the situation.

What attitude do the Greek media on the phenomenon of migration and on the greek and European government policies?

The attitude vis-à-vis the migration phenomenon is usually marked by compassion, the humanitarian aspect, but also a concern about security and financial problems. That is, if the Greek state can actually handle the crisis without sinking deeper into it problems. Or if the makeshift camps of desperate refugees and migrants have been infiltrated by elements of extremists. There is criticism on the Greek government policies, but there is also criticism against European governments. There was a general disapproval on the way the western Balkan countries from Austria up to FYR Macedonia closed their borders and a concern on whether EU has decided to use Greece as a huge encampment, in order to avoid further migrant flux northwards.

Social networks offer valuable window on the lives of migrants in refugee camps: a network of information -and solidarity - which has the merit of providing information quickly and often "no" ideological filters. How do you assess the contribution made by social information?

I have no positive feelings over the Social Media role on this issue. They are very useful if the migrants themselves want to coordinate, find shelter, share critical information. But overall, as a means on the hands of natives (on Greece or elsewhere), Social Media have proven rather ambiguous.

At the end of May, for the government's decision, the field of Idomeni was dismantled and the 9 thousand refugees have been distributed in other smaller camps, in conditions not, however, other than those from which they came. It all happened in the silence of the media and the local population. Because this step has not been told?

I think that the decision of conducting the operation of Idomeni’s evacuation without the presence of Media was a correct one. Refugees and migrants should no longer live in such tragic conditions waiting for the opening of a border that is firmly closed. Of course, from the media point of view such a ban could not be easily accepted from media professionals. But let’s be honest. Photographs and images of weeping mothers and crying children in front of cameras would benefit refugees and migrants? Certainly not. The camp at Idomeni was a disgrace for humanity and it’s dismantlement was a benefit for everyone.

The Charter of Idomeni founded to provide a code of ethics for journalists. What are, in your opinion, the strengths?

I think that it is a very positive text, blending all the principles and traditions of good old journalism.

There are aspects to enhance, supplement, amend?

Theoretically no. Though I think that there should be some kind of a prohibition for journalists that have been promoting hatred and racist speech.

How binding the Charter?

The Charter is not binding, and cannot be binding, because it has no (and could not have) coercive power.

One of the objectives of the Charter is to protect the social role of journalists in the name of freedom of information: by going to the refugee camps, did you find obstacles in gathering information and testimonies?

There are always problems when a journalist tries to do his job. Usually the problem comes from groups of persons I would identify as traffickers or people that are collaborating with them. The authorities are usually confined to their policing role. The situation is not always as simple as it looks.

According to the Charter, journalists are required to ask for prior consent of the person to be interviewed, photographed and filmed, not to endanger the emotional well being of children. How do you maintain the balance between the right to information and the right to protection for migrants and refugees?

I think it is quite simple. If a person doesn’t want to be interviewed then a journalist should respect that and try to find another source!

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