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La post-tv come personal shopper PDF Stampa E-mail
giovedė 17 maggio 2007

di Maria Rosa Logozzo

famigliaoggi Il numero di maggio/giugno 2007 di Famiglia Oggi è dedicato a Comunicazione e Infanzia. Mi ci sono imbattuta per caso in Rete e ho apprezzato molto alcuni degli articoli proposti.

  Ne vorrei segnalare uno, di Piermarco Airoldi - docente di media e processi sociali presso la Cattolica di Milano - intitolato Da baby-sitter a personal shopper. L'autore evidenzia alcuni aspetti che mi auguro riscuotano sempre maggiore attenzione da parte dell'opinione pubblica e degli educatori in particolare.

"Dopo la paleo-tv (1954-1980) e la neo-tv (1980-2000), siamo oggi di fronte a quella che diversi osservatori (come Franco Monteleone e Fausto Colombo) hanno definito post-tv: la televisione digitale, sia terrestre che satellitare, destinata a convivere ancora per qualche tempo con la vecchia Tv analogica ma già in grado di definire, accanto alla formula generalista e domestica che ben conosciamo, nuovi modelli comunicativi, tematici, mobili e interattivi.

(...) 

non si tratta solo di un ampliamento dell'offerta di canali ma anche del moltiplicarsi delle piattaforme sulle quali fruire la programmazione tv nei suoi nuovi e diversi formati: dal computer (nelle diverse forme di download o distreaming) al telefono cellulare di ultima generazione, all'i-Pod che consente la visione di formati audiovisivi brevi o lunghi, scaricati da Internet anche grazie alla moltiplicazione dei siti aggregatori come YouTube o My Space, o scambiati direttamente all'interno della rete degli amici.

(...)

la Tv tematica satellitare disegna un'offerta estremamente abbondante dal punto di vista quantitativo e molto segmentata per età che, a sua volta, definisce veri e propri target commerciali: come è noto, proprio la presenza di bambini in famiglia costituisce una delle principali motivazioni che spingono i genitori a sottoscrivere un abbonamento Sky, nella speranza di trovare nell'offerta tematica a pagamento quella qualità e quel grado di protezione dal rischio che non sembra più possibile attendersi dalla Tv commerciale free e, per certi versi, nemmeno dal servizio pubblico. 

(...) 

due fenomeni di particolare interesse che investono soprattutto la "vecchia" televisione generalista: il primo riguarda i processi di autoregolamentazione che le diverse emittenti televisive hanno avviato nella forma della sottoscrizione di un vero e proprio codice condiviso (...) mentre il codice recinta la fascia pomeridiana (h. 16-19) denominandola "Tv per minori" e garantendone la "protezione specifica", gli spettatori più piccoli la disertano e si affollano in altri luoghi del palinsesto generalista, privilegiando trasmissioni che si potrebbero definire "per adulti". (...)la maggior parte di questi programmi "adulti" che raccolgono un pubblico di bambini e preadolescenti non ha carattere narrativo, e dunque non è generalmente sottoposta, al momento, a un rating che si traduca in qualche forma di segnaletica

(...) 

Il secondo fenomeno, legato al primo, è costituito dalla progressiva adolescentizzazione dell'intera offerta generalista che finisce per attirare gli spettatori più piccoli; qui il discorso si fa più complesso perché riguarda l'affermazione di un modello antropologico di "eterno adolescente" su cui sono chiamati a convergere sia i bambini che gli adulti.(...)bambini e preadolescenti si incontrano davanti allo schermo con i loro fratelli maggiori e spesso con i loro genitori, riconoscendosi in adolescenti "quasi-adulti" o in "eterni ragazzini" in grado di interpellare contemporaneamente, seppure in modo differente, le diverse generazioni. Il guadagno in termini di complicità genitori-figli si sconta probabilmente in termini di chiarezza e propositività dei ruoli educativi

(...)

la specificità comunicativa - specificità di programmi, contenuti e linguaggi - richiesta dall'infanzia sembra salvaguardata in altri luoghi del sistema Tv, e proprio dal mercato: come si è detto, infatti, l'offerta della Tv satellitare conosce una differenziazione per segmenti di età molto più dettagliata. (...) è proprio questa permeabilità al mercato che costituisce uno dei tratti più interessanti del rapporto delle nuove generazioni con i media, e dunque anche con la Tv. Infatti, oltre a costituire in sé un mercato, la comunicazione televisiva rappresenta un ambiente fondamentale per introdurre e sostenere nuove pratiche di consumo e per attribuire a tali pratiche valori simbolici e sociali.

(...)

Più dei contenuti dei programmi trasmessi, dunque, è la funzione di orientamento dei consumi svolta dalla televisione - quasi una personal shopper sempre a disposizione per suggerire il look e gli accessori giusti - a costituire un motivo di attenzione da parte degli educatori. 

(...) 

L'adolescentizzazione precoce e prolungata ha di fatto contribuito a creare un target di 14-34enni per il quale consumare costituisce il metalinguaggio per eccellenza e spendere l'agire strumentale che garantisce i diritti di cittadinanza. Ma un tale target va coltivato fin da piccolo; non si diviene teen consumer senza essere stati kids consumer. Soprattutto, si diventa buoni kids consumer se il consumo stesso è percepito come lo strumento attraverso il quale si realizzano e si certificano la propria crescita, l'acquisizione dell'autonomia, la somiglianza ai fratelli e alle sorelle più grandi, l'adeguamento ai propri idoli, la realizzazione della propria identità sessuale.

La formazione dei kids consumer in questa prospettiva è la grande impresa a cui si dedicano a tempo pieno, con la collaborazione delle emittenti televisive, molti brand commerciali, a partire, ovviamente, dalle multinazionali dell'enterteinment, del giocattolo e dell'informatica, per non parlare delle compagnie di servizi telefonici (il 61% dei bambini tra gli 8 e gli 11 anni possiede un cellulare), dell'industria musicale, di quella alimentare, di quella della moda, dell'industria farmaceutica e cosmetica (per fermarci solo a quelle legali).

Forse la frontiera più calda su cui saranno impegnati gli educatori nei prossimi anni è proprio quella dell'educazione del desiderio."

Ho messo io in grassetto la conclusione dell'articolo perché la condivido pienamente. Per 'educare il desiderio' - aggiungerei - potrebbe servire cominciare a stimolare nei bambini, sin dalla più tenera età, accanto alla domanda sulle cause e i fini dei loro desideri, anche l'attenzione all'altro e ai suoi bisogni/desideri, quella comprensione e condivisione che porta a rinunciare a qualcosa di proprio in favore dell'altro.  Aiutiamoli ad armonizzare l'io voglio con il tu vuoi, conducendo e accompagnando il loro sguardo in una esplorazione benevola della piccola società che li circonda.




Commenti (2)
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1. 25-05-2007 17:58
 
Grazie Maria Rosa della segnalazione di quest'articolo! 
Ho fatto un piccolo pensiero mentre leggevo l'articolo. 
Vedo, per esempio, i miei genitori, che quando erano bambini non potevano avere tutto quello che volevano perche erano in tanti fratelli e allora (per forza) dovevano pensare agli altri. Pero oggi le famiglie sono formate per uno, due bambini al massimo.  
Questo fa possibile che i genitori riescano a saziare quasi tutti i desideri dei figli. Allora... per i nostri giorni č necessaria l'educazione del desiderio... gia che la vita non permette piu (naturalmente). Certo che ci sono tanti altri motivi che ci hanno portato ad una cultura di "permissione"... qui ho segnalato soltanto uno di tanti... =)
Ospite
 
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2. 25-05-2007 17:58
 
@ Mariana
ma sai che avevo fatto una riflessione simile? Pensavo giusto a come in una famiglia con pių figli, i genitori devono fare un'opera educativa per armonizzare i desideri di un figlio con quelli dell'altro. Tante volte i bambini vogliono una stessa cosa indivisibile (per esempio giocare alla playstation ;) ) o vogliono nello stesso momento ognuno una cosa inconciliabile con quella che vuole l'altro. Discutere insieme a loro queste situazioni, fargliele cogliere portandoli col ragionamento a considerare il punto di vista dell'altro e a ridimensionarsi, č un insegnamento per la vita.
Ospite
 
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