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A che ci potrà servire Second Life? PDF Stampa E-mail
giovedì 14 febbraio 2008
di Maria Rosa Logozzo 

sl_panchina Conoscevo Second Life da libri e riviste e da qualche video ma non c'ero mai entrata.

Ho utilizzato queste fonti per introdurre il Tour su Second Life con l'architetto Gian Marco De Francisco, ma a serata conclusa quell'introduzione l'avrei rifatta.

Second Life è un mondo virtuale che vorrebbe trascendere la vita reale in una catarsi di libertà, ma in fondo non può far a meno di riprodurla. Curioso.

L'avatar, il nostro alias in questa realtà di tecnologie tridimensionali, lo mettiamo al mondo da noi così come ci gusta, come ci fa sentire meglio, in conformità o difformità con ciò che siamo nella vita di tutti i giorni: uomo, donna, animale, umanoide o essere mitologico.

Gli diamo un nome che gli resterà per sempre e lo caratterizziamo per distinguerlo da altri avatar. Caratterizzarlo bene costa tempo e qualche soldo, ma ogni avatar vuole distinguersi dalla massa di avatar ‘standard' offerti ai newbie, ai novellini del luogo. Questo desiderio/coscienza di unicità l'abbiamo nel sangue, reale o virtuale che sia.

E poi chissà perché se gli avatar sanno volare, essi  si costruiscono case con scale e comperano automobili. L'avatar non dorme, non ha bisogno di lavarsi, non ha bisogno di un posto dove sedere... ma le sedie in casa ci sono.

La prima cosa che noi esseri umani facciamo entrando in un nuovo ambiente è cercare di replicare tutto quello che ci è familiare, con tutte le problematiche e i vantaggi che normalmente ci sono - così De Francisco portandoci in Second Life, dove ci ha condotti in un tour un po' "protetto" in verità, in quel 20% di Second Life che non ha il focus su giochi sessuali e quant'altro collegato, shiftando quanti si cambiavano d'abito in pubblica piazza. Lo ringraziamo della sua delicatezza ma più ancora della sincerità nelle sue risposte, nel presentare le cose così come stanno.

Per prima Luisa Carrada nel corso del dialogo ha espresso sensazioni comuni ai presenti: un mondo algido, una maniera molto complicata di fare cose che con altri strumenti - come la chat - si fanno con più semplicità e immediatezza. E si è chiesta: "ci sono delle applicazioni in cui tutto questo, l'assumere un'altra identità, la tridimensionalità, anche la scena, il teatro, lo spettacolo... mi danno un valore aggiunto vero, per cui io posso far lì delle cose che non posso fare altrimenti?". Non ne abbiamo individuate. E' come se l'immaginazione umana non riesca ancora a sbrigliarsi.

Sinceramente mi aspettavo di più da Second Life, una tridimensionalità più raffinata  (sarà la cosa più facile da raggiungere col passare del tempo), un mondo da desiderare e in cui sognare... non ho trovato nulla di tutto questo.

De Francisco come architetto, vede in Second Life potenzialità enormi da un punto di vista didattico, di sperimentazione di architetture ed è vero, ma per chi è di altre professioni resta una domanda di fondo: "A che ci potrà servire Second Life?".

Anche guardandola sotto l'aspetto del marketing non mi ha entusiasmato. E poi gli avatar ‘attivi' in tutto il mondo pare che non superino le dimensioni di una città come Napoli. Magro come target. E' comprensibilissimo che Second Life sia data in declino.

Nel corso del tour abbiamo visitato la sede di The Queen of the World, una Ditta che fornisce auto di rappresentanza nel mondo reale e che fa anche e-learning nei suoi spazi su Second Life. Vorrei ringraziarli dell'accoglienza cortese e di tutto il tempo che ci hanno dedicato. Cortesia e attenzione sono qualità che fa sempre piacere trovare, specie dove ce n'è carenza.

Rientrando a casa, con chi era con me in macchina, il dibattito è continuato vivace. Ho chiesto a Rebecca Helm di appuntare per iscritto alcune delle sue interessanti osservazioni per pensarci un po' su.... trovate i suoi appunti tra i link che seguono.

 

 Documentazione

1) pdf Introduzione - Maria Rosa Logozzo

2) Il tour con Gian Marco De Francisco - I parte

 

3) Il tour con Gian Marco De Francisco - II parte: dialogo

 

4) pdf Considerazioni di Rebecca Helm

5) Alcune foto 

6) La lezione di Gian Marco De Francisco a Intermediando 




  Commenti (1)
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 1 Un libro di Bruno Munari
Scritto da Donata Schiavoni, il 18-02-2008 10:51
A proposito delle osservazioni sulla realtà virtuale di Second Life dove si fa accenno ai concetti di fantasia, immaginazione, creatività mi è tornato in mente il libro “Fantasia” (prima edizione 1977) - invenzione, creatività e immaginazione nelle comunicazioni visive - di Bruno Munari (designer, artista e scrittore scomparso nel 1998 ) dove avevo letto definizioni di questi termini secondo me piuttosto chiare e che possono risultare utili. 
Si tratta di facoltà umane distinte ma che spesso agiscono simultaneamente e lui stesso afferma che non è facile distinguere, che non c’è un confine preciso, ma che dovrebbero saper funzionare in perfetta armonia. 
Munari dice che la fantasia è tutto ciò che prima non c’era anche se irrealizzabile; l’invenzione è tutto ciò che prima non c’era ma esclusivamente pratico e senza problemi estetici; la creatività è tutto ciò che prima non c’era ma realizzabile in modo essenziale e globale. 
Mentre la fantasia, l’invenzione e la creatività pensano, l’immaginazione vede. 
L’immaginazione è il mezzo per visualizzare, per rendere visibile ciò che la fantasia, l’invenzione e la creatività pensano. 
La fantasia è la facoltà più libera delle altre, libera di pensare qualunque cosa, anche la più assurda, incredibile, impossibile. 
L’invenzione usa la stessa tecnica della fantasia, ma finalizzandola ad un uso pratico, in genere senza preoccuparsi anche del lato estetico. 
La creatività è un uso finalizzato della fantasia e dell’invenzione in modo globale. Nel design è usata come un modo di progettare libero come la fantasia ed esatto come l’invenzione, cercando di comprendere tutti gli aspetti di un problema, perciò anche l’aspetto psicologico, sociale, economico. 
 
Quello che anche mi ha colpito in questo testo è che Munari credeva molto nel lavoro di gruppo come luogo dove ognuno può dare il meglio di sé e nel contempo suggeriva la sempre buona conoscenza strumentale dei mezzi di comunicazione perché il messaggio arrivi davvero al ricevente e risulti comprensibile; il cinema per esempio lo trovava un ottimo strumento da preferire per esprimere certi argomenti. 

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