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| intervento di Aldo Civico |
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| sabato 03 giugno 2000 | |
terza sessione:"Comunicazione e unità - le prospettive"Globalizzazzione e mondo unito Aldo CivicoHa iniziato la sua carriera giornalistica nel 1987 come collaboratore della Radio Vaticana, ha lavorato per numerose testate europee e per la televisione pubblica tedesca. Attualmente è ricercatore presso la Columbia University, al Center for International Conflict Resolution di New York. Cura la rubrica "Intanto in America" per il quotidiano italiano "L'Unità" Qualcuno in questi giorni mi chiedeva: "Quando hai cominciato col giornalismo?". Io gli ho risposto: "Quando avevo otto anni e conducevo il telegiornale davanti a scatole delle scarpe che avevo trasformato in telecamere". Comunicare è sempre stata una mia esigenza ed il giornalismo mano a mano l’ho sempre più visto come un’opportunità per conoscere, per condividere le inquietudini, le solitudini, le angosce dell’umanità. Vengono alla mente tante storie raccontate: un ragazzo rimasto per oltre due anni nelle mani dei suoi sequestratori; un pentito di mafia che a fatica sta provando a rifarsi una vita; un giovane albanese sbarcato con un mezzo di fortuna sulle coste della Puglia. Tante storie raccontate, molte anche condivise. Come con Giovanni, ad esempio, conosciuto durante le riprese per un documentario nella periferia di una grande città. Cresciuto senza l’amore di una famiglia, era appena adolescente, ed era già un frequentatore abituale del carcere minorile. Non ci siamo persi di vista e col tempo siamo diventati amici. Tanti i momenti difficili, come quando ha incominciato a prendere l’eroina e a prostituirsi per pagarsi le dosi. Ho cercato – come ho potuto – di dargli fiducia, stima, non condannandolo mai per i suoi errori, ma aiutandolo sempre a trovare in se risorse positive. Prima di partire per New York, ho ricevuto una sua telefonata. Aveva finito il programma di recupero, amava una brava ragazza ed aveva trovato un lavoro onesto. Dietro a tante storie di dolore ho sempre trovato e raccontato, spiragli di speranza, segni di amore. Qualche anno fa mi trovavo, per un reportage per la televisione di stato tedesca, a Brindisi dove ogni notte gli albanesi a centinaia arrivavano con il loro carico di disperazione e voglia di futuro. In quell’occasione ho conosciuto decine di giovani pugliesi, che in silenzio, senza rumore, dedicavano il loro tempo libero ad accogliere questi profughi procurando a loro alloggi dignitosi, organizzando corsi di italiano, inventando attività ricreative specie per i bambini. Non solo: questi stessi giovani erano stati in Albania, a Valona, per impiantare una pasticceria e dei laboratori di artigianato, in modo che tanti albanesi potessero rimanere nella loro patria. In giorni in cui la stampa internazionale riportava l’angoscia di un popolo e le proteste di alcuni per l’arrivo di tanti profughi, ero contento di poter raccontare anche dei segnali che indicavano il positivo che c’è nel cuore dell’uomo.(...) Attraverso lo studio, il perfezionamento professionale, il contatto con esperti e testimoni di vicende più o meno importanti, ho cercato sempre di vivere il mio mestiere tentando di cogliere quei "segni dei tempi" che esprimono l’esigenza di solidarietà e di pace che tutti abbiamo. |
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