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cinema / TV

di Aurelio Molè

Grande fratello e dintorni

Nel giro di pochi giorni si sono conclusi popolari programmi tv quali il “reality” e “X Factor”. Proviamo a tracciare un primo bilancio.

È inutile farsi delle illusioni. Un programma televisivo è un prodotto commerciale. Se non fa ascolti chiude, giusto o sbagliato che sia. È la spietata legge del mercato che non ammette eccezioni. Numeri e dati di ascolto elevati, indipendentemente dalla qualità: è questo che vogliono i dirigenti televisivi, perché lo chiedono i pubblicitari, perché lo pretendono i proprietari di marchi. L’audience come misura del mondo intero e non solo, purtroppo, di quello televisivo.

È il caso recente dell’insulso Bellissima, riproposizione del vecchio Bagaglino, che su Canale 5 quest’anno aveva raggiunto livelli di indecenza difficilmente eguagliabili. Evidentemente aveva stancato il pubblico dei telespettatori. Stancare è la prima grande angoscia dei dirigenti televisivi che sono sempre alla ricerca di nuove idee o di aggiornare le vecchie. Come nel caso del Grande fratello. Nato nel 2000 e lanciato in Europa da Canale 5 e Telecinco in Spagna, oggi diffuso in più di 60 Paesi, aveva raggiunto nella prima edizione una media di 9 milioni di telespettatori contro gli attuali 6 e mezzo. È vero che nel frattempo è diminuito tutto il bacino d’utenza, cioè il numero complessivo dei telespettatori, ma è pur sempre una débacle notevole.

L’anno scorso, inoltre, Il grande fratello era dato per spacciato, mentre quest’anno si è ripreso. La finale, andata in onda il 19 aprile, ha avuto quasi 8 milioni di tele spettatori con uno share del 36,15 per cento. Il picco di ascolti ha raggiunto i 10 milioni e 447 mila italiani. Analizzando i dati nel momento di massimo ascolto, alle 22 e 58, quando la Marcuzzi ha decretato come quarto classificato Gianluca Zito, si nota che tutte le fasce d’età, in modo quasi omogeneo, hanno seguito il programma. La fascia più rappresentata, con oltre 2 milioni di telespettatori, è quella che va dai 35 ai 44 anni. Il livello di istruzione è medio basso: 5 milioni hanno la licenza elementare o quella media inferiore. Mentre i laureati sono solo 630 mila. Insomma, dall’insieme di queste cifre si evince che la televisione è ancora il terreno di condivisione più comune dei discorsi e che Il grande fratello, per continuare ad essere seguito, doveva avere alcune caratteristiche: presentare delle novità, essere nazional-popolare e mettere in scena il “sociale”.

Finestra sul niente

Come far quadrare il cerchio? Gli autori si sono sbizzarriti e ne hanno studiato una nuova tutte le sere: concorrenti che entravano ed uscivano in continuazione. Più che una casa sembrava una piazza. Esasperazione dei casi umani, dei finti scontri, dei falsi amori per una spettacolarizzazione del niente dove non esiste più differenza tra spettacolo e vita, anche intima. La televisione si trasforma così da finestra sul mondo a finestra sul niente: «L’idealizzazione del banale e dell’insignificante», ha scritto Marco Belpoliti su La Stampa. E aggiunge: «Il nulla sotto forma di rumore di fondo, schiamazzo, pseudo-discussione, è diventato la forma stessa della società italiana attraverso il suo strumento mediatico più efficace: la televisione».
Altro mezzo: l’accurata scelta dei concorrenti. Quest’anno tra 90 mila candidati sono stati 25 i prescelti. Daria Bignardi, conduttrice delle prime due edizioni, analizza l’evoluzione della specie dei concorrenti: «All’inizio non avevano la più pallida idea di cosa stava accadendo fuori, che il programma sarebbe diventato un fenomeno e che la loro vita sarebbe cambiata per sempre. Che differenza con gli inquilini degli anni successivi, sempre più consapevoli di dover dare spettacolo, scelti accuratamente tra casi limite, pronti a tutto, dall’estrosità allo scandalo».
Non solo, per rappresentare il Paese e poter far immedesimare il pubblico con i più deboli, Il grande fratello deve mettere in scena il sociale, «indicare la dura realtà del vivere – come scrive Aldo Grasso – dall’ambiente al lavoro, dai rapporti all’assistenza». Ecco allora materializzarsi la storia perfetta di Ferdi, 22 anni, rom del Montenegro, arrivato in Italia a 8 anni su un gommone ed ora aiuto cuoco. Ecco l’hostess pasionaria dell’Alitalia, Daniela Martani; Gerry, il primo concorrente non vedente entrato nella casa; la bella e benestante Francesca; la bisessuale Siria. Ce n’è per tutti i gusti.
Del resto, niente di nuovo sotto il sole. Basta rileggere con quest’ottica Ombre rosse, il classico film western di John Ford del 1939, e vedere come la carrozza che sfidava gli indiani nel deserto dell’Arizona era stipata di protagonisti che rappresentavano le realtà sociali e le problematiche del tempo (ambientato nel 1880). Troviamo anche lì personaggi di tutte le categorie: il banchiere, una donna incinta, il dottore ubriaco, un giocatore d’azzardo, un fuorilegge, una prostituta, un venditore di whisky. Ma mentre nel cinema la rappresentazione della realtà aveva, drammatizzandola, un effetto catartico, nel Grande fratello, la realtà sociale è fine a sé stessa, serve solo al programma per darsi una patina di onorabilità e rispettabilità e per acquietare la coscienza di una tv guardona, volgare e falsa. Walter Siti parla addirittura di struttura pornografica della rappresentazione, perché sia «la pornografia che la televisione hanno come obiettivo un piacere predeterminato in partenza, a rapido consumo. E abitua la maggioranza delle persone a un alto tasso di condiscendenza per il brutto, il falso, l’insensato».

Ferdi e i 300 mila euro

Tale appare anche l’ultima puntata. Già dalla sigla e dal dipanarsi del copione si evidenzia il profilo del vincitore, l’identikit del prescelto. Se avete notato, nella sigla di testa, mentre scorrevano le schede dei finalisti (Cristina, la maggiorata; Gianluca, un sorriso a comando; Marcello, il genuino fornaio; e Ferdi, il rom vincitore), la presentazione era accompagnata graficamente da loro ritratti recenti e da bambini. Ferdi era rappresentato con un vestito folcloristico del Montenegro e somigliava molto ad un bambino indiano. Il sospetto diventa certezza nella coreografia iniziale. Un balletto alla Bollywood, sulle note di Jai ho Jai ho dal film The Millionaire. Il sogno che si realizza. La stessa trama del film: un giovane tra i più poveri di Mumbai vince un famoso gioco a quiz televisivo, ricorda la vicenda di Ferdi, il più “sfigato” del gruppo che vince 300 mila euro, trova l’amore con la bella Francesca e ora, pare, si voglia laureare in Medicina.
La trasmissione va avanti e sembra costruita ad arte come una sceneggiatura di una pellicola cinematografica. Ci vuole un conflitto per creare empatia verso Ferdi, ed ecco perciò che compare il filmato che ripropone la spinta violenta di Gianluca che lo fa rovinare a terra. Crescono le quotazioni di Ferdi, mentre Gianluca è praticamente eliminato ed arriverà, infatti, ultimo tra i finalisti. Gli altri due concorrenti, Cristina e Marcello, sono finora, drammaturgicamente inesistenti: non attirano, cioè, televoti. Lo stesso opinionista, Alfonso Signorini, rafforza con i suoi commenti da mentore la posizione di Ferdi a danno, ma apparendo giusto, di Gianluca.
Insomma, tutto è costruito ad arte per vendere sogni, speranze, illusioni, immedesimarsi con i più deboli e continuare a sperare che i sogni si avverano. Finora tutto lecito, rientriamo nelle necessarie regole del gioco con in più la necessità di sdoganarsi nel politically correct e di legittimarsi così l’attenzione dei palati più colti e più fini. D’altra parte, giocando di sponda con gli aspetti più popolari e pruriginosi, si accontenta la parte più popolare del pubblico. Il grande fratello ha esordito con l’entrata in scena, nella prima puntata, di Cristina, suo malgrado, notata solo come maggiorata. Ecco allora anche nella finale, le sceneggiate, liti furibonde, la prosopopea, il gossip, gli amori, le urla, l’ignoranza dei concorrenti. «Tutti ingredienti – scrive Chiara Maffoletti – che il pubblico ha mostrato chiaramente di apprezzare».

Dalla tv al Parlamento

Ciò che preoccupa sono le ricadute sociali e politiche, perché i veri problemi nascono non dalle singole trasmissioni in sé ma da tutto il pacchetto edificato, dove il reality è solo, nel suo complesso, la prima puntata. Una volta costruita l’identificabilità, i personaggi, le nuove star della tv, si gettano in pasto nella mischia dei palinsesti. Perfetti sconosciuti, spesso ignoranti, attraversano trasversalmente tutti i programmi e diventano i nuovi creatori dell’opinione pubblica, intervengono nei talk show dicendo la loro su questioni sociali, etiche, politiche delicate senza avere nessuna competenza in materia. Diventano i nuovi conduttori senza avere nessuna esperienza e senza aver fatto la gavetta utilissima per imparare i segreti del mestiere. Diventano i nuovi protagonisti delle fiction e dei film tv senza aver mai imparato a recitare.
L’apoteosi l’abbiamo raggiunta con Marco Carta, mediocre talento di Amici, che vince alla grande Sanremo. I reality diventano così l’ufficio di collocamento per il ricambio generazionale delle nuove star della tv, con un livellamento verso il basso evidente a tutti. Chi più merita, inoltre, sarà eletto in Parlamento, alcuni diventeranno ministri, per dimostrate competenze, e domani, presidente della Repubblica o del Consiglio. «Un ciarpame senza pudore in nome del potere», ha dichiarato Veronica Lario. Come dargli torto?

X Factor

La sera prima del gran finale del Grande fratello è andata in onda l’ultima puntata di X Factor, la più interessante novità di quest’anno. Spostata da Raidue e Raiuno per avere una maggiore visibilità. Ha raggiunto 4 milioni e 437 mila telespettatori e il 22,76 per cento di share. È stata seguita soprattutto dai 25-34enni (31,55 per cento) e dai 35-44enni (29,16 per cento), abbassando di molto l’età media dell’ammiraglia Rai. Anche il livello di istruzione e la condizione economica elevata hanno raggiunto una vasta fascia dei telespettatori (30 per cento). L’X Factor, giunto alla seconda edizione, «è quel talento speciale che trasforma una persona comune in una star», è un format televisivo che unisce due generi: il talent show e il reality. C’è la valorizzazione del merito con la gara ad eliminazione e c’è l’estrema sobrietà nel dosare gli elementi di reality, sempre all’interno della filosofia del sogno ora possibile da realizzare.
Ci sono sì state due strisce quotidiane ma non si è andati a rimestare nel privato dei concorrenti. Ciò ha dato al programma una patina quasi di nobiltà. Il livello medio dei cantanti era buono e i brani, pop e rock, famosi e godibili. Il tutto condito con un mega studio da 800 spettatori, una grafica moderna, dei filmati serrati e accattivanti ed un presentatore, Francesco Facchinetti, che ha dimostrato che la musica può funzionare anche in tv. Rispetto al Grande fratello, X Factor potrebbe generare un meccanismo di imitazione più positivo rispetto ai noiosi comportamenti irreali dei reality. Il vincitore Matteo Becucci, 38enne livornese, sposato con due figli, e la semplicità dei concorrenti potrebbero veicolare «progetti di vita – scrive Mirella Poggialini – e volontà di affermazione, qui espressi nella musica, comunque attivi e positivi nello spirito e nella forma». C’è da augurarsi che autori e dirigenti televisivi coraggiosi proseguano sulla strada della creazione di format originali che propongano modelli positivi, reali e imitabili con concorrenti in competizione, ma non in una lotta senza senso autodistruttiva dell’uomo.
Insomma, il bilancio è e non può essere altro che in chiaroscuro. Più scuro che chiaro.

(da Città Nuova del 10 maggio 2009)