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ICT & new media

di Maria Rosa Logozzo

Quale comunicazione favorisce lo sviluppo?

mrosa-2.jpgIn questi ultimi anni gli studi e le strategie per far fronte agli otto obiettivi di sviluppo del Millennio hanno ridato importanza alla comunicazione, evidenziandone l'impatto positivo nelle iniziative di sviluppo.

Nell’ottobre 2006 presso la sede della FAO a Roma si è tenuto il primo Congresso Mondiale dedicato alla Comunicazione per lo Sviluppo, uno spazio dove professionisti, accademici e altri attori si sono confrontati condividendo pratiche e attingendo da nuove ricerche.

Le Nazioni Unite hanno definito la comunicazione per lo sviluppo come un processo che “permette alle comunità di parlar chiaro, esprimendo le loro aspirazioni e le loro preoccupazioni, e partecipando alle decisioni che riguardano il loro stesso sviluppo”1.

Il WSIS (Summit Mondiale sulla Società dell’Informazione) tenutosi a Tunisi nel 2005 aveva riconosciuto che le tecnologie di comunicazione e informazione giocano un ruolo chiave come “abilitatori” per uno sviluppo sostenibile e per la riduzione della povertà, ma aveva posto il focus sulle nuove tecnologie creando quasi l’illusione che, garantendo l’accesso alla rete internet e agli strumenti tecnologici, si sarebbe operato sviluppo.

Una delle obiezioni a questo modo di vedere riguardava l’opportunità o meno di investire in tecnologia laddove esistono urgenti problemi di sopravvivenza. In quelle situazioni occorrono interventi puntuali e urgenti. Per la loro stessa natura questi sono interventi che assicurano la sopravvivenza, ma non riescono in realtà ad agire come strumenti di sviluppo e promozione sociale perché, per arrivare a un durevole miglioramento dei livelli di vita, sono necessari piani a medio e lungo termine. L’efficacia però sarà maggiore se a questi interventi puntuali si affianca una buona metodologia di comunicazione, in modo da consentire una migliore partecipazione della popolazione locale.

In quest’ottica si stanno oggi cominciando a valorizzare modi di comunicare finora trascurati: la comunicazione nelle famiglie, tra i vicini, nei consigli di villaggio e in altri contesti locali; anche queste relazioni sono fattori utili alla creazione di un ambiente abilitante, in cui le strategie di intervento possono poi poggiare su agenti di cambiamento locali.

L'inserimento, al momento opportuno, della tecnologia nel processo di comunicazione, aiuta la promozione sociale perché apre dei canali di conoscenza e interscambio tra culture. Ciò può migliorare la qualità di vita e non solo quella dei Paesi detti in via di sviluppo. Perché la qualità di vita non equivale al benessere economico, essa cresce col crescere della relazionalità e della condivisione, non solo di beni materiali. E' tale relazionalità che può aprire orizzonti di maggior speranza e di pace. Questo dovrebbe essere il senso primario anche dei progetti tecnologici dell’ICT per lo sviluppo, progetti non puntuali ma di lunga durata, che aprono tutto un ventaglio di nuove possibilità come - ad esempio - educazione a distanza, telemedicina, scambi culturali, apertura di mercati, prevenzione di catastrofi, lavoro collaborativo… strumenti che, col tempo, possono contribuire a tirar fuori una comunità da situazioni di indigenza e renderla capace di progresso.

Un’altra obiezione emersa dal WSIS derivava dalla constatazione che, quando si fornisce tecnologia, gli ultimi a beneficiarne sono i poveri, gli analfabeti, le donne, coloro che vivono in aree rurali, gli emarginati. La tecnologia può accentuare le disuguaglianze più che diminuirle. Questo ha aperto nuovi campi di studi su come ridurre questo divario, accompagnati da sperimentazioni pratiche come, ad esempio, usare internet per reperire informazioni e la radio per far sì che questa conoscenza arrivi anche alla popolazione analfabeta.

Povertà significa anche esclusione sociale, esclusione dai servizi sociali e sanitari, dalla partecipazione politica, dall’istruzione. L’introduzione delle nuove tecnologie di comunicazione potrebbe favorire l'inclusione. Se oggi si riconosce che non si possono esportare tout court modelli di successo delle società avanzate in aree in via di sviluppo, fino a pochi anni fa la comunicazione utilizzata nei progetti di sviluppo era animata da un paradigma ideologico di modernizzazione; si pensava di risolvere i problemi del Terzo Mondo cercando di elevarlo dall’arretratezza dei suoi costumi tradizionali al moderno e razionale stile di vita occidentale. Secondo queste teorie, l’individuo, esposto ai mass-media, avrebbe sviluppato un senso di “empatia” che lo avrebbe portato ad accettare le nuove idee al di là delle condizioni e tradizioni locali. Si privilegiava allora un modello comunicativo unidirezionale, una comunicazione verticale da una emittente autorevole a molti soggetti sudditi, una comunicazione stile marketing, operata con messaggi persuasivi.

Oggi le organizzazioni internazionali sono più consapevoli dell’inadeguatezza della concezione ‘paternalistica’ dello Sviluppo e si sta comprendendo che la comunicazione interpersonale è la più adatta a promuovere un cambiamento di attitudini e situazioni dal basso, dai reali bisogni locali2. Solo quando i progetti e le soluzioni economiche si riescono a pensare ed elaborare insieme a tutti gli attori interessati, in un processo di ascolto e comprensione reciproca, si possono cogliere quali ostacoli la popolazione locale avverte nell’adozione di nuove pratiche e raggiungere più facilmente  un consenso sui contenuti. Inoltre, con questo processo, chi è escluso e/o nel disagio può arrivare a prendere coscienza delle problematiche socio-strutturali in cui si trova.

Tuttavia, un tipo di sviluppo 'collaborativo', generato dalla relazione con l'ambiente in cui si opera e con le persone che vi vivono, portato avanti in accordo con i rappresentanti della comunità locale è spesso un obiettivo difficile da raggiungere. Infatti le organizzazioni internazionali e le aziende hanno ancora al loro interno metodologie di comunicazione e metodologie decisionali gerarchiche, poco adatte alla creatività che la relazionalità orizzontale richiede. I criteri di valutazione del successo di un progetto si basano sulla quantità più che sulla qualità e i tempi assegnati ai progetti non tengono conto delle situazioni di precarietà in cui si va ad operare.

Inoltre, in contesti in cui la partecipazione non è istituzionalizzata, c’è il rischio che l’inclusione di alcuni soggetti piuttosto che altri nei processi decisionali sia a discrezione di chi li coordina, alimentando spesso meccanismi clientelari. C'è molto da migliorare.

E qui le ONG hanno da giocare un ruolo specifico e fondamentale. Sono loro che, realizzando e proponendo lo studio di casi concreti di successo o insuccesso, possono premere per un cambiamento delle attuali dinamiche di cooperazione. Sarebbe urgente farlo, magari non come ONG isolate, ma collaborando a studi e ricerche che attingano all’esperienza di ogni ONG per presentare alle organizzazioni internazionali e a tutti gli attori interessati, analisi più ampie secondo parametri meglio tarati sulla realtà.

(da AMU Notizie n.2 - Anno 2008) 

___________________

1 ONU, Assemblea Generale, risoluzione 51/172, articolo 6

2 Cf. Communicating the Impact of Communication for Development , World Bank Working Paper n.120