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ICT & new media

di Franco Ropelato

La sfida del cambiamento attuale

(Testo dell'Intervento tenuto nel corso del quinto meeting online di Comunicare per un mondo unito del 20 dicembre 2008)

altIl mondo, il nostro mondo sta cambiando. Paradossalmente, se c’è una cosa rimasta “stabile” in questi millenni della storia dell’umanità è proprio che il mondo continuamente cambia.
La caratteristica del momento attuale mi sembra non stia nel fatto che si “cambia”, perché appunto sempre si è cambiato, ma stia nell’impressionante velocità del cambiamento.

Il cambiamento che stiamo sperimentando è essenzialmente frutto dei miglioramenti tecnologici, soprattutto quelli nell’ambito della comunicazione delle informazioni e del trattamento automatico delle informazioni.

Faccio un esempio: la globalizzazione. Certamente ai tempi della Compagnia delle Indie Orientali, quando innumerevoli navi andavano e venivano tra la Cina e Londra, si poteva parlare di globalizzazione; anche allora il mondo era sicuramente diventato più piccolo.
Ma vogliamo comparare quella globalizzazione con quella della comunicazione istantanea di oggi?

Vorrei analizzare un effetto un po’ particolare del cambiamento attuale. Sta cannibalizzando se stesso. Come un cannibale si nutre dei suoi simili, siamo noi, gli operatori della comunicazione, i più esposti agli effetti di questo cambiamento e noi siamo tra i primi a renderci conto, sulla nostra pelle, che il mezzo non è neutro.

Alcuni esempi: è ancora un po’ complicato acquistare del formaggio o un vestito su Internet. Ma certamente è più facile, meno costoso, offre molta più possibilità di scelta, acquistare un monitor, un PC o un gadget elettronico su Internet rispetto che in un negozio e, quindi, i piccoli negozi di elettronica consumer stanno vivendo tempi difficili e per sopravvivere devono spostarsi sull’offerta di servizi: è probabilmente un bene per i consumatori, ma un problema per gli operatori del settore.

Ci sono tante testate giornalistiche e televisive che stanno licenziando giornalisti e si stanno basando su personale precario. E’, forse, un bene per i proprietari, ma è un problema per i giornalisti (e, dico io, per la società).

Fino a poco tempo fa c’era una gran passione e fervore nel mondo del free software; forse mi sbaglio, ma adesso mi sembra che ci sia meno effervescenza, meno impegno a voler cambiare le cose.
Se programmare era qualche anno fa un’attività quantomeno divertente, ora tanti di noi ci sentiamo semplicemente sfruttati, sottopagati e precari senza speranza di carriera.

Allora noi, di fronte al cambiamento, allo stress e al senso di impotenza che questo tipo di cambiamento induce, cosa possiamo fare?
C’è chi si rinchiude nella sicurezza del “passato”, cioè si arrocca nelle rendite della posizione raggiunta (chi ce l’ha) e spera di non venire toccato dal cambiamento.
C’è chi spalanca le porte facendo finta che il “prima” semplicemente non sia esistito e butta via l’acqua con il bambino.
Questi si troveranno delusi e illusi. Guardarsi dalla disperazione senza scampo e dalla speranza senza fondamento (frase di S. Agostino come riportata da Sergio Zavoli all’inaugurazione dell'Università Sophia).

E c’è chi cerca di rivalutare quanto finora ha vissuto, e senza buttarlo a mare, lo traghetta e lo rielabora sfruttando quel di più che ogni cambiamento porta con sé.

Chi per primo capisce questo processo, ne ha una responsabilità e deve aiutare gli altri, servirli.
In spirito di servizio, non con l’autoritarismo (comando io, quindi capisco solo io, voi zitti) né con l’altra opposta degenerazione dell’autorità: l’ “occupazione” del posto di comando e che o per incompetenza o per ignavia blocca o rallenta lo sviluppo.

A volte sento dire che questo diluvio di informazioni, questa enorme massa di parole che è Internet, è qualcosa di disumano, un mare in cui tutto diventa relativo e possibile e perciò da cui dobbiamo guardarci perché entrandoci, rischiamo di perdere i nostri riferimenti e di incontrare gli squali…
Sono d’accordo, però Internet mi fa anche venire in mente i primi uomini che, chissà perché, forse spinti dal caso, dal vento, da una burrasca, si sono azzardati a navigare in mare aperto e hanno lasciato la sicurezza del navigare mantenendosi in vista con la costa.
A quel punto è cominciato un altro essere umano, e ci hanno fatto diventare diversi da quelli che eravamo prima.

Dicono che, coll’utilizzo del digitale, svilupperemo in maniera abnorme il pollice e l’indice; credo invece che sia molto più probabile che il nostro sviluppo ci porti a una maggiore capacità di sapere padroneggiare il flusso delle informazioni.
Certo, avremo bisogno di strumenti un po’ più adeguati di questo rudimentale tronco galleggiante che è l’e-mail e di queste altrettanto rudimentali canoe che sono google, youtube, flickr, …
Quello che voglio dire è che, appunto, il mezzo non è neutro, ci cambia, siamo già nel cambiamento e ci possiamo fare ben poco, e non è dicendo: “torniamo a costeggiare” che si risolveranno i problemi.
Ed è certamente vero che si rischierà di ripetere l’esperienza del Bounty, quel gruppo di esseri umani costretti a convivere in uno spazio limitato per mesi in maniera barbaramente alienante e atroce, oppure l’esperienza del Pequod alla ricerca forsennata di Moby Dick.
Però la speranza è che non si debba reinventare la ruota e, dato che la storia la conosciamo, sappiamo benissimo come non ripeterla: puntiamo sulla qualità dei rapporti tra le persone, non comandare con autoritarismo, ma servire, creare fraternità, arrivare all’unità e all’eguaglianza.
Penso che è da qui che dobbiamo trarre la forza per vivere e affrontare la sfida.

Un altro esempio. In genere, quando pronuncio la parola: telelavoro, la prima, immediata, reazione che ottengo è: spavento, negazione, “ci pensi qualcun altro”.
Però da un imprenditore penso ci si aspetti non il nascondere la testa nella sabbia, ma il coraggio dell’innovazione, anche se certamente studiata e pianificata: non si fa impresa, avventurandosi in mare aperto a nuoto o su una zattera.

Non sto dicendo che il telelavoro sia “la soluzione” a tutto, ma, sempre a mio parere, anche le alternative possibili, cioè il continuare a muoversi nel traffico urbano oppure l’azienda tipo le cascine contadine patriarcali, dove diverse famiglie vivono nello stesso edificio e lavorano lo stesso campo, non sono esenti da rischi di alienazioni.

La sfida più grande, a mio parere, in un’azienda dove i lavoratori non sono fisicamente presenti è proprio quella di tenere vivo un “cuore” aziendale, e questo, tra l’altro, secondo me aiuterà a pensare l’azienda come una comunità di persone dove il “servirsi” l’un l’altro è il modo migliore, il più efficiente e il più gratificante, di fare business.
Poi ci sono altre difficoltà, pensiamo ad esempio alla necessità di tradurre gesti semplici e consolidati in nuovi modi: quando in un ufficio, voglio discutere di un argomento con un collega, mi alzo dalla mia scrivania, vado verso l’ufficio del collega, sto sulla porta e gli chiedo: hai un minuto che parliamo di questa cosa? Come si traduce il rispetto, la non invadenza, il sorriso nel lavorare a distanza?
Credo che con la paziente laboriosità e con tanta compassione verso noi stessi e verso gli altri, non nascondendosi la difficoltà della posizione in cui oggi ci troviamo, affronteremo le nostre sfide e ci evolveremo.