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ICT & new media

di Franco Ropelato

La qualità del nostro lavoro di comunicatori nell'epoca dei new media.

Franco Ropelato(Intervento tenuto nel corso del decimo meeting online di Comunicare per un mondo unito del 23 gennaio 2010)

Nel titolo sono presenti vari concetti:
•    qualità;
•    lavoro;
•    noi, professionisti comunicatori dei media;
•    qualità del lavoro dei comunicatori;
•    qualità del lavoro dei comunicatori nell’oggi caratterizzato dalla presenza dei new media.

E’ un ambito da cui sono sempre stato molto attratto, il lavoro che svolgo abitualmente è quello di consulente sul buon utilizzo dei dati presenti negli archivi aziendali, in pratica aiuto i miei clienti a comunicare i dati che già hanno.

Mi piace quando, alla fine del processo, il prodotto è di buona qualità. Per questo desidero molto di riuscire a coinvolgervi e a stimolare una riflessione collettiva su questi temi.

Due note: nel titolo non c’è il termine “buona qualità”, ma è a questo che voglio tendere, non ad una discussione intorno ad una generica qualità.

Nel titolo, poi, non c’è esplicito riferimento alla parola fraternità, ma essa è presente sia come intenzione sia come piattaforma di base; cioè vorrei arrivare ad affermare che più la qualità della comunicazione migliora, più cresce il suo contributo alla costruzione della fraternità, e che una società più fraterna esige e genera una migliore comunicazione mediatica.

La qualità
Propongo di investigare il termine “qualità” nel senso di “idoneità all’uso”, che porta subito al concetto di utilizzatore.
Altre accezioni del termine “qualità”, ad esempio quelle relative ai concetti di bellezza o di armonia aiutano ad allargare il significato al concetto di “qualità complessiva”: per avere una buona qualità non basta che una cosa sia fatta in modo da funzionare. Non basta che un messaggio mediatico dica quel che deve dire, ma, perché siamo esseri complessi, la sua idoneità ad essere recepito migliora se si tien conto di tutti gli aspetti della vita: l’economia, le inter-relazioni, il fatto che non esiste solo il contingente, l’integrità, il bello, il capire chi siamo e dove siamo, la necessità di comunicare, la regole della governance, ecc…

Tutto questo si traduce, come minimo, nel rispettare i ben noti principi di essere trasparenti e di identificarsi, di comunicare con stile, in modo chiaro e grammaticalmente corretto, attribuendo le fonti, dando i fatti rilevanti e in maniera completa secondo il classico schema: Chi, Cosa, Quando, Dove, Perché e Come (cioè: Quanto, In che modo e Con quali mezzi).

Questi criteri e principi costituiscono la base di partenza su cui inquadrare meglio e in maniera formale i criteri di misurazione della qualità nell'informazione. Oggi vorrei sviluppare, invece, un’altra prospettiva: c’è sempre un “altro”, rispetto al produttore dell’informazione, che, poi, valuta.
Cioè: se mandiamo un messaggio, il destinatario non solo riceve, ma anche valuta la qualità del messaggio e ci valuta. In questo senso la qualità è una percezione soggettiva del fruitore.

Fin dagli inizi del giornalismo la principale protezione della qualità dell’informazione è consistita nella consapevolezza dei fruitori del processo informativo, il ricevitore non può starsene passivo, ma deve esercitare il suo diritto/dovere di critica delle informazioni che riceve.
Qui, secondo me, sta l'importanza della qualità nel campo delle comunicazioni mediatiche: è un abilitatore della reciprocità, il processo bidirezionale in cui, per un verso, il produttore dell’informazione genera l’ascoltatore, e nell’altro verso, l’ascoltatore genera la qualità dell’informazione. E questo processo genera, anzi, è la società attuale, la cosiddetta moderna società dell’informazione, che, tra l’altro, solo su questa base può costruire la sua propria forma politica, la democrazia moderna.

Questo essere attivi e consapevoli non può ovviamente venir imposto per legge, deve crescere, generazione dopo generazione. Quello che vanno azzerati, anche attraverso leggi adatte, semmai, sono gli impedimenti a questo diritto irrinunciabile del cittadino.

Detto questo, cioè perché la qualità valutata dal ricevitore in una comunicazione mediatica sia l'importantissimo elemento di feedback necessario alla reciprocità, base della fraternità nella società, vorrei ora andare in concreto e vedere alcuni esempi di come i new media possano aiutarci, noi professionisti della comunicazione mediatica, nella ricerca del miglioramento della qualità del nostro lavoro.

Il ruolo dei new media
Perdonatemi, se quanto ora dico è in forma di critica su come noi, comunicatori di professione, per intenderci, i soli che finora stavano sul lato “produttivo” del processo informativo mediatico, oggi spesso ci veniamo a trovare.

1.  Non sembra anche a voi che ci siamo via via sempre più accontentati del ruolo di “generatori” delle informazioni e sempre meno ci siamo attesi il “ritorno”, e adesso con Internet, dove il “ritorno” potrebbe essere la norma, ci sentiamo spiazzati e reagiamo con manifestazioni senili a questo sconvolgimento: ma come, costoro pretendono di giudicare la nostra qualità con i loro pollici su e giù? Non sarebbe invece il caso di rovesciare questa situazione e, proprio da professionisti, esigere e formare alla critica ed essere contenti che finalmente esiste un mezzo dove chiunque può dire la sua, senza necessità di intermediari?

2.  E non vi sembra che i media tradizionali stavano via via semplicemente abbassando la loro qualità, sempre più dominati dal mercato, e che il loro contenuto stava diventando sempre più secondario rispetto alla pubblicità? E che finalmente, con il web, si sia potuto invertire questa tendenza e tornare a privilegiare il contenuto e che finalmente il numero di persone che leggono è tornato ad aumentare? E che l’invenzione dell’hyperlink abbia spalancato un nuovo mondo, dove si può, con un semplice click, liberamente andare a leggere ciò che veramente interessa?

3.  E riguardo alla necessaria trasparenza nel nostro lavoro, non vi sembra che via via abbiamo accettato che, in fondo, non è così importante rivelare quando si ha un interesse in ciò che produciamo? Secondo me, anche qui si tratta di rovesciare questa impostazione ed aiutare, ad esempio, i bloggers e gli internauti a capire quanto sia importante firmarsi e prendersi le proprie responsabilità, ovviamente a meno di fondati motivi di sicurezza personale.
Anche qui, poi, non riusciamo proprio a vedere quanto sia positivo, che finalmente esiste un mezzo che ci dà la possibilità di verificare facilmente chi sia un determinato autore e se faccia parte di vere e proprie agenzie di disinformazione e di strumentalizzazione? Internet sta aiutando a ristabilire il livello di responsabilità  dei media, danneggiata dal conflitto di interessi. Nei paesi dove questo ancora non succede occorre farlo succedere, non lamentarsi di Internet! Invece di descrivere Internet e il web come la minaccia al giornalismo, dovremmo capire che Internet sta proteggendo il giornalismo; non è il nemico, è il nostro garante.

4.  Per quanto riguarda la nostra integrità, riporto parte della conclusione di un articolo scritto un anno e mezzo fa dal prof. Leonardo Morlino su ComunicatoriPubblici.it.

"Per una maggiore responsabilità elettorale o una migliore capacità di risposta ai bisogni dei cittadini, le élites elette non dovrebbero mai fare ricorso al cosiddetto blame shift, cioè allo spostamento su altri soggetti di responsabilità proprie per decisioni prese; i media dovrebbero denunciare simili tentativi ed anche mettere in evidenza tutte le sovra-promesse, poi effettivamente irrealizzabili, dei politici, criticandole apertamente. "

Come si vede, la maggioranza delle regole menzionate spostano su televisione e stampa il peso di una informazione corretta, continua, trasparente attraverso le modalità specifiche sopra esemplificate. Se si cominciasse a fare una competizione tra élites politiche e tra media per una migliore comunicazione che seguisse quelle regole, la politica italiana [ad esempio] farebbe un balzo in avanti talmente grande da annullare persino [l'attuale] anomalia ... Ma è davvero un'utopia?