Text Size

informazione

di Michele Zanzucchi

Nel mezzo del XX secolo, è nata una nuova scienza, imposta dallo sviluppo impetuoso e talvolta inquietante dei mezzi di comunicazione di massa. Una disciplina plurale, come si usa dire quest'oggi, dai nomi spesso criptici o immaginativi, mai univoci[1]. Si tratta di scienze che non cercano solo di proiettarsi nel futuro, intuendo le enormi potenzialità dei media, ma che vogliono penetrare in modo soddisfacente il mistero stesso della comunicazione umana, volgendosi quindi anche al passato.

Ma le scienze della comunicazione non possono fare a meno di interessarsi soprattutto al presente, un presente tormentato, che si direbbe un'enorme battaglia di potentati, a metà strada tra la conquista del Far West e la fantascienza. Le pagine di cronaca, cultura e costume dei nostri giornali o delle nostre riviste, anche le più nobili, così come ampi spazi negli altri media, vengono consacrati proprio ai mezzi stessi, in un narcisismo talvolta irritante. E l'incredibile moltiplicatore di potenza alimentato dalla tecnologia sembra sì farsi gioco dello spazio - il che è plausibile -, ma anche del tempo.

Nel mondo dei media riemergono prepotenti il mito dell'onnipotenza cercata a tutti i costi dall'arpione di Poseidone, quello di Cronos che vuole fagocitare il tempo, e la favola di Narciso che colpisce i media e chi vi lavora.

 

Sei perché appari

Nessuna grande multinazionale manca all'appello: tutte posseggono nel loro portafogli azionario partecipazioni strategiche, dirette o indirette, in una o più società mediatiche[2]. Ma sta altresì emergendo prepotentemente una nuova figura di imprenditore, quella del business man che ha interessi prioritari, e non solo settoriali, nel mondo della comunicazione di massa. Se si prendono gli esempi più noti[3], ci si accorgerà come la parabola imprenditoriale di tali magnati non abbia preso l'avvio dai media stessi, ma vi sia giunta progressivamente e definitivamente, perché questo è il campo economico in maggior espansione: attualmente un posto di lavoro su tre in Occidente viene creato proprio nella comunicazione. Tra l'altro, questi personaggi appaiono la personificazione della commistione tra i tre miti del potere ingordo, dell'autoreferenzialità e dell'istantaneità.

La commistione tra politica, affari e comunicazione ha risvolti inediti nella vita civile, in particolare nelle nostre democrazie occidentali. Ogni paese ha la sua legislazione al proposito: negli Stati Uniti, ad esempio, l'attenzione è posta sulle derive monopolistiche dei magnati della comunicazione, e i tribunali non esitano, dopo epiche battaglie legali, a frenare le loro tendenze espansive. In Francia, invece, il servizio pubblico - tribuna della laicità - ha mantenuto un posto centrale nell'equilibrio del panorama mediatico. In Inghilterra la tradizione di indipendenza dei media sembra attenuare gli effetti perversi della concentrazione del potere mediatico in poche mani. In Italia la situazione è più complessa, perché negli anni non abbiamo saputo o potuto legiferare con serenità e obiettività, ritrovandoci con arretratezze tecnologiche e conflitti di interesse che preoccupano non poco. Il panorama è poi talvolta complicato dall'intreccio del servizio pubblico col potere politico.

Il problema è sempre quello delle posizioni dominanti e dei monopoli, che ormai non riguardano solamente un medium alla volta - ad esempio la stampa -, ma diversi media. Per cui tali posizioni dominanti non andrebbero più analizzate per settori distinti, ma nell'insieme, soprattutto quando esistono personaggi in condizione di influenzare i mercati televisivo, editoriale, cinematografico, pubblicitario e persino informatico contemporaneamente.

I governi occidentali si sono equipaggiati con organismi di controllo antitrust (antimonopolio), "autorità" che dovrebbero esprimere pareri e reprimende al riguardo. Ma troppo spesso esse, composte da nomi peraltro di massimo rilievo accademico, non godono di reale autonomia e autorità, e assai raramente sono dotate di quel potere sanzionatorio che appare il solo deterrente adeguato. Naturalmente, dopo anni di liberalismo imperante, che ha tolto o addomesticato gli ostacoli giuridici al libero mercato, i danni appaiono gravi.

Il problema investe anche significato e ruolo del servizio pubblico, la sua indipendenza e la sua funzione di riferimento sull'osservanza dei principi etici della comunicazione. Naturalmente gli esempi non sono univoci: i modi di funzionare della Pbs negli Usa e della Bbc in Gran Bretagna, di France2-France3 oltralpe e della Rai qui da noi non sono certo uniformi. In tutti i casi, però, si registra una progressiva intromissione della politica nei programmi e nella gestione dei colossi dell'informazione (e viceversa).

 

Poseidone, o dell'uso strumentale dei media

Il mito dell'onnipotenza bulimica e spietata attraversa "mediopoli": il potere ha preso dimora in essa. Ciò non riguarda solo la lotta tra imprese mediatiche, come dimostra l'attenzione che i politici mettono nel curare i rapporti con giornali e tv: non c'è più candidato come si deve che non si serva di un "guru" della comunicazione, che godrebbe delle capacità taumaturgiche di spianare la strada al potere.

Fino agli anni Settanta-Ottanta, i partiti (e in seconda battuta i sindacati) svolgevano una funzione essenziale nel collegare gli elettori con i politici. Avevano accumulato un grande potere in ogni campo della vita sociale, economica e politica, in particolare in Italia, ma avevano perso il rapporto democratico con i propri rappresentati, maturando una incapacità programmatica per una sempre maggior povertà di classe dirigente adeguatamente preparata. In questo "vuoto democratico", evidenziato anche da Tangentopoli, nacque il partito-azienda di un grande magnate dei media, ad imitazione del modello statunitense, dove i mezzi di comunicazione di massa avevano sempre avuto una decina d'anni di vantaggio rispetto all'Europa[4]. I partiti hanno così visto le loro funzioni cambiare da tramite tra eletti (o eleggibili) ed elettori ad amplificatore degli eletti (o eleggibili). E si sono sostanzialmente ridotti a macchine elettorali. È naturale, quindi, che ora si vogliano spartire i media, come una volta si dividevano le poltrone delle banche e delle partecipazioni statali. Va posta grande attenzione alla possibile perversione del rapporto tra mass media e potere, che non è d'altronde una novità: ogni passaggio storico che ha visto mettere in dubbio le prerogative democratiche è stato contrassegnato dalla notevole spinta offerta dai mass media prevalenti in una data epoca all'ascesa al potere di forze politiche con tendenze antidemocratiche.

L'indipendenza dei media è perciò sottoposta a dura prova. Il fiancheggiamento da parte di tanti mezzi di comunicazione dell'ultimo conflitto in Iraq è indicativo di una tendenza pericolosa. L'australiano Ruppert Murdoch, proprietario tra l'altro della Fox e qui in Italia di Sky, non solo ha sostenuto la campagna di persuasione avviata dall'amministrazione Bush, ma spesso è partito in avanscoperta, sostenendo che bisognava intervenire militarmente in Iraq «per uccidere il mostro di Baghdad». E poco importa se della pistola fumante non si è trovata traccia, se più di 500 soldati statunitensi e qualche decina di migliaia di iracheni hanno lasciato questo mondo e se ondate di giornalisti hanno mostrato la guerra solo da una parte... Dov'è finita la veridicità delle notizie, se non proprio la verità?[5].

La teoria del proiettile magico[6], elaborata nel contesto della prima guerra mondiale, affermava la totale capacità manipolatoria dei media. Poi la teoria passò in campo opposto, in occasione della seconda guerra, negando ogni capacità di dimostrabilità dell'influenza dei media sulla società. Ora il pendolo è passato di nuovo all'influenzabilità degli utenti da parte dei media[7], anche perché nel frattempo si è passati dai media radiofonici e stampati a quelli audiovisivi: e si sa quanto l'immagine abbia poteri di convincimento[8]. Tanto più che, se nel passato i media erano limitati nell'occupazione delle giornate della gente, ora sono il vero metronomo delle nostre 24 ore[9].

Insomma, il potere è ormai profondamente penetrato nei media, mentre i media, a loro volta, si servono del potere per arrivare ai propri fini industriali ed economici. Una reciproca sudditanza che non promette nulla di buono.

 

Narciso, o l'enorme equivoco dell'audience

In quasi tutto il mondo mediaticamente globalizzato, un enorme equivoco sta minando in modo particolare la televisione: quello tra qualità e quantità. Alla base vi è un piccolo meccanismo di rilevazione statistico della presenza di spettatori davanti allo schermo, necessario per determinare i costi delle inserzioni pubblicitarie. È il problema dell'audience, auditel o audimat che dir si voglia. In sostanza, come tutti sanno, tali macchinette, sistemate accanto alle televisioni di alcune migliaia di persone, scelte in base alle tecniche statistiche più sofisticate, certificano in modo istantaneo quante persone stiano vedendo un tale canale a una data ora. Da tale rilevazione si elaborano altri dati, tra cui fondamentale è lo share, cioè la media delle persone che assistono ad un certo programma rispetto al totale dei telespettatori. Da questi dati parte ormai l'ideazione e l'elaborazione degli stessi programmi, che vengono modificati (e talvolta soppressi) una volta cominciati, anche nel corso stesso della trasmissione, se il programma è in diretta.

Dove sta l'equivoco? Si dice che tale rilevazione esprima i gusti dei consumatori, «quello che la gente vuole vedere». Così si arriva a offrire sempre più spazio alle "tre esse", intendendo con ciò gli argomenti che più facilmente riescono a tenere incollati i telespettatori allo schermo: sesso, sangue e soldi, con l'aggiunta di altre due esse, più "potabili" a dire il vero, salute e sport. Questi dati, però, non hanno nessuna capacità di cogliere il giudizio qualitativo degli spettatori sui programmi, ma solo quello quantitativo. Per avere il primo, bisogna integrare i dati quantitativi con sondaggi più sofisticati, e con la perenne discriminante della maggior "discutibilità" dei risultati. Ma i pubblicitari hanno bisogno di certezze...

Insomma, se cento persone assistono alla trasmissione di un omicidio in diretta, non vuol dire che esse siano tutte d'accordo con quel che viene loro proposto. Semplicemente hanno continuato a vedere quella brutalità, magari attirati dalla morbosità delle immagini, pentendosi poi essi stessi di avere acceso la tivù in quel momento...

Ecco allora il Narciso risorgente: la tivù ripropone ad libitum «quello che la gente vuole vedere», in una spirale in cui né i produttori di programmi, né i fruitori sono soddisfatti, nel perenne rischio dell'assuefazione e della necessità di riprodurre sempre e solo gli stessi cliché che "funzionano" per l'audience. È la tv che si specchia in sé stessa. Ma Narciso finì per morire annegato nella sua stessa immagine virtuale. Il rischio è reale.

Sorge di conseguenza un'altra domanda: i media sono solo informativi o debbono anche essere formativi? Nel primo caso il rilevamento quantitativo dell'impatto sull'uditorio basterebbe, mentre nel secondo dovrebbe essere anche qualitativo. Karl R. Popper, osservando il degrado a cui la società si stava indirizzando sul finire del millennio per via della impetuosa presenza mediatica nella vita della gente, aveva qualche anno fa avanzato una proposta: dare una patente a chi lavora in tivù, in modo che da preservare a tutti i costi il suo carattere formativo[10]. Tutti plaudirono alla proposta, ma chi aveva in mano le leve del comando si guardò bene dal fare alcunché.

 

Cronos, o della rapidità

Un male tra i più attuali e denunciati della società tecnologica nella quale viviamo da un paio di decenni, è anche la rapidità, l'accelerazione continua ed irrefrenabile impressa al lavoro nei media e ai tempi di rispondenza necessari per non lasciarsi superare dagli avvenimenti. Quasi una psicosi collettiva. Scriveva la penna graffiante di Ennio Flaiano: «La rapidità della diffusione delle notizie inutili e mostruose è il danno maggiore che l'umanità sopporta in questo secolo»[11].

Il filosofo inglese James Gleick ha da parte sua pubblicato un libro dal titolo significativo: Sempre più veloce, nel quale ricorda come nei 1440 minuti della nostra giornata si voglia metterci dentro sempre più attività e pensieri, «sorvolando su tutto, senza soffermarci su niente»[12]. Il telefonino è l'icona di queste sindromi che non permettono più di tollerare la distanza e l'assenza[13].

La diretta e la contemporaneità degli avvenimenti diffusi dai media risponderebbero al nuovo imperativo categorico della comunicazione: fare più presto. Scrive un maestro del giornalismo, il polacco Ryszard Kapuściński: «Ormai è diventato tutto spettacolo, tutto informazione, niente ha più peso o significato. L'unica cosa che conta in questo lavoro: essere sintetici, fare presto»[14].

L'informatica è alla base dell'incredibile accelerazione che sembra voler comprimere il tempo nel presente. Sembra solo, perché in realtà è una pia illusione quella di distruggere la memoria e appiattire la speranza sull'"ora e subito". L'informatica accelera le possibilità tecniche della comunicazione, è vero; ma nello stesso tempo crea uno stress insopportabile nella ricerca di accelerazioni illusorie... Basti pensare alla promessa dell'eliminazione della carta a beneficio dei supporti informatici: siamo invece alle prese con nuovi fenomeni di accumulazione cartacea.

Altro effetto negativo della rapidità: nell'informazione, nella fotografia e persino nell'enterteinement si trascura la regola basilare del controllo delle fonti. Non si pretende più il doppio controllo che faceva la fierezza della stampa anglosassone, ma almeno un controllo semplice ci vuole! Non c'è più tempo di verificare, e così solo criterio di veridicità diventano purtroppo gli stessi media: se più di un giornale o di un'agenzia trasmettono una notizia, questa "deve" per forza essere vera. Cresce così una autoreferenzialità, una mancanza di controlli incrociati che genera falsità e pressappochismi. È uno dei grandi mali della nostra società, non solo nella comunicazione, ma anche nella vita politica, economica e istituzionale. Enron, Cirio e Parmalat docent.

Per soggiacere all'imperativo assoluto della rapidità, si trascurano poi altri fattori di civiltà, come per la scrittura sono l'ortografia e la sintassi, per la fotografia le regole di scatto e composizione, per l'informatica il controllo delle conseguenze dei programmi... Insomma, si ha l'impressione - confermata da studi approfonditi di psicologia medica[15] - che la rapidità eccessiva impedisca di pensare correttamente, privilegiando la meno costosa intuizione, spesso fallace, o la ripetizione pedissequa, lasciando in secondo ordine l'analisi. Quanto spesso si sente ormai dire che «si fa e poi si pensa»?

Lungi dal voler demonizzare la ricerca di una sempre maggiore rapidità (Italo Calvino l'ha inserita tra le sei grandi proposte per il terzo millennio[16]), è evidente come non si possa mai "dominarla" completamente.

 

Motivi per non scoraggiarsi

Di fronte al panorama appena tratteggiato per certi versi sconfortante - che meriterebbe per più approfondite analisi -, e che assume i connotati di una piovra tentacolare impossibile da domare, non basta gridare "al lupo" se le pecore sono uscite dall'ovile. Bisogna agire. I motivi di speranza fortunatamente non mancano, e su vari fronti: a proposito della globalizzazione e della virtualità; del rispetto della coscienza e della sopravvivenza della cultura; persino di insospettabili "anticorpi mediatici" che si creerebbero nelle nuove generazioni. Motivi che forse non rispondono direttamente alle attuali tentazioni del potere, dell'autoreferenzialità e della istantaneità; ma che incidono certamente sul sistema mediatico nel suo complesso, e quindi anche sui tre mali maggiori che l'affliggono.

Un uomo che trasmise speranza a piene mani nell'esuberanza mediatica degli anni Cinquanta fu Marshall McLuhan. Come noto, lo studioso canadese aveva per primo teorizzato il "villaggio globale" come orizzonte nemmeno tanto lontano della società mondializzata, intuendo che «il medium è il messaggio». Ma egli, uomo di profonda spiritualità, aveva dato a tale teoria un significato assai impegnato, vedendo quasi in una "mistica dei media" la tessitura di fondo di tale villaggio[17]. Purtroppo di McLuhan è stata enucleata ed isolata solo la formulazione finale della teoria, svuotandola della sua componente spirituale. E così, arrivati al villaggio globale, ci si è accorti che... era vuoto; o, meglio, che ognuno rimaneva a casa propria ad ammirare o a temere tale luogo sospeso nell'etere e nella virtualità. Per cui, ormai, tanti teorizzatori delle scienze della comunicazione bollano il pensiero di McLuhan come visionario e irrealizzabile. Invece, pur nelle manchevolezze teoretiche, quel qualcosa di profetico che era uscito dalla mente di McLuhan andrebbe rivalutato. E forse si potranno trovare anche ispirazioni per combattere i mali provocati dalla globalizzazione, come il digital divide, la "padronanza tecnologica del digitale" che rischia di esasperare ulteriormente le differenze tra Nord e Sud del pianeta: il digitale può rendere i ricchi sempre più ricchi, e i poveri sempre più poveri. O, al contrario, può ridurre la forbice, per fare dell'umanità non un condominio litigioso, ma una famiglia.

Un'altra speranza viene da Internet: contrariamente a quello che si immaginava seguendo le Cassandre di turno - vaticinavano che la Rete sarebbe diventata uno strumento per trasformare la convivenza umana da reale in virtuale -, dopo un momento di ubriacatura generalizzata ora viene usata soprattutto dai giovani (che con esso sono cresciuti e che meglio degli adulti ne conoscono pregi e difetti) più per incontrarsi realmente che non virtualmente. Internet, allora, oltre al suo carattere risolutamente democratico che mantiene a dispetto di ogni tentativo di dominio, rientra anch'esso nella funzione specifica della comunicazione: far incontrare realmente le persone[18].

Si era poi detto che la tecnologia avrebbe distrutto la ragione e la coscienza. Dominique Wolton ha sempre negato questa falsa profezia, tacciandola di superficiale e affrettata. Secondo il massmediologo francese, resta un ampio spazio di autonomia e di scelta per la persona, per quanto grande sia la crescita indotta dalla spirale tecnologica, tanto più che si accresce esponenzialmente anche la facoltà degli utenti di interagire coi singoli media, stimolando perciò una loro maggiore responsabilità[19].

Altri hanno paventato la progressiva scomparsa del libro, simbolo sommo della cultura delle società occidentali, a tutto vantaggio degli innumerevoli schermi, tanto da immaginare un passaggio dall'homo sapiens all'homo videns[20]. In realtà si legge di più, e i libri stampati aumentano, anche per effetto del miglioramento straordinario delle capacità di produzione tipografica, con un crollo verticale dei costi di fabbricazione. Così si assiste piuttosto a un processo di integrazione: scompaiono alcuni supporti più recenti (ad esempio la morte infausta dell'e-book), ideati già nell'era informatica, mentre quelli di più antica data - libro, giornali, radio -, sembrano godere di una nuova primavera.

Non va poi dimenticato che la prospettiva del digitale apre a medio-lungo termine prospettive molto positive per il recupero dei valori culturali, educativi e di interattività: «Il risultato - scrive Casetti - sarà quello di fare della televisione sempre più un "ambiente" in cui collocarsi (anziché un semplice schermo su cui fruire notizie o spettacoli)»[21].

Anche il tritacarne dell'audience manifesta qualche segno di cedimento di fronte alla qualità e alla buona volontà di qualche (ancora raro) produttore. Qua e là, nel mare magnum del trash (spazzatura), si registrano forti successi di fiction di buona qualità e a tema anche religioso, come ad esempio in Italia alcuni sceneggiati televisivi come quelli consacrati a Padre Pio, Madre Teresa e Giovanni XXIII, o alcuni programmi quali Sfide o Report. Produrre fiction e programmi qualitativamente decenti che tuttavia facciano audience quantitativa non è poi cosa impossibile.

E allora la visione di una comunicazione che abbia l'uomo al centro degli interessi, che sappia moltiplicare il bene e non il male, che voglia passare attraverso la logica del rispetto se non addirittura dell'amore dell'altro, che guardi alle realtà comunicative nel suo insieme (i rapporti tra mezzi e contenuto,  tra emettori e recettori, tra produttori e utenti...) e che miri alla pace e non al conflitto non è solo un sogno. È un obiettivo[22]. Un obiettivo raggiungibile, se si comincia senza tergiversare ulteriormente col proporre strumenti utili all'educazione ai media, dalle elementari fino alle università. E anche dopo.



[1] Le scienze della comunicazione costituiscono «un crocevia accademico», secondo uno dei primi massmediologi, Wilbur Schramann. Nella realtà accademica e culturale delle più varie latitudini, esse finora non hanno ancora ottenuto un loro status riconosciuto universalmente. Anzi, non si usa nemmeno una unica dizione per definire tale disciplina: accanto a "scienze della comunicazione", si usano infatti espressioni quali "comunicazioni sociali" o "comunicazioni di massa", "mediologia" o "massmediologia", "scienza dei media", "comunicazione" tout court e via dicendo. Cf. Dominique Wolton, Penser la communication, Flammarion, Paris 1997, pp. 361ss

[2] Cf. Armand Mattelard, La comunicazione globale, Editori riuniti, Roma 1996, pp. 77ss

[3] Come l'australiano Murdoch, il tedesco Kirsch, il francese Bouygues, lo statunitense Turner o l'italiano Berlusconi (e la lista potrebbe continuare a lungo)

[4] Anche se il divario cronologico di introduzione delle nuove tecnologie applicate ai media si sta drasticamente riducendo, e per certi versi il vecchio continente, ma anche l'estremo oriente, sembrano addirittura in vantaggio rispetto al mercato statunitense

[5] Nel prossimo numero di Nuova umanità uscirà al riguardo un articolo, I media alla guerra, redatto dal sottoscritto

[6] Cf. Melvin L. DeFleur e Sandra J. Ball-Rokeach, Teorie delle comunicazioni di massa, il Mulino, Bologna 1995, pp. 176ss

[7] Cf. Mauro Wolf, Gli effetti sociali dei media, Bompiani, Milano 2001, pp. 59ss

[8] Cf. Susan Sontag, Sulla fotografia, Einaudi, Torino 1992, pp. 131ss e Zygmunt Baumann, La società sotto assedio, Laterza, Bari 2003, pp. 178ss

[9] Cf. l'ottimo primo rapporto annuale sulla comunicazione in Italia: Censis-Ucsi, Offerta di informazione e uso dei media nelle famiglie italiane, Franco Angeli, Milano 2002

[10] Karl R. Popper. Cattiva maestra televisione, Marsilio, Venezia 2002, p. 77

[11] Ennio Flaiano, Diario degli errori, Adelphi, Milano 2002, p. 44

[12] James Gleick, Sempre più veloce. L'accelerazione tecnologica che sta cambiando la nostra vita, Rizzoli 2000, p. 44

[13] Cf. Umberto Galimberti, Telefonini, tutte le "malattie" svelate dal cellulare, in la Repubblica, 9 febbraio 2004

[14] Ryszard Kapuscinski, Lapidarium, Feltrinelli, Milano 2001, p. 16

[15] Eugenio Occorsio, Troppa informazione dà la nausea e annebbia i riflessi, in la Repubblica, 9 dicembre 1996

[16] Italo Calvino, Lezioni americane. Sei proposte per il nuovo millennio, Garzanti, Milano 1988

[17] Cf. Marshall McLuhan, Pour comprendre les media, Seuil, Paris 1968, pp.25ss

[18] Cf. Manuel Castells, Galassia Internet, Feltrinelli, Milano 2001, pp. 117ss

[19] Cf. Dominique Wolton, op. cit., pp. 13ss

[20] Cf. Giovanni Sartori, Homo videns. Televisione e post-pensiero, Laterza, Bari 1998

[21] Francesco Casetti, Prospettive del sistema televisivo in Europa, in Osservatorio comunicazione & cultura, 11/2003, p. 6

[22] Cf. Michele Zanzucchi, Globalizzazione e mondo unito, in Cultura&Libri, settembre 2003, pp. 39-50ss e Lella Siniscalco e Michele Zanzucchi (edd.), Comunicazione e unità, Città Nuova, Roma 2003, disponibile online su http://www.net-one.org/content/view/38/60/