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informazione

di Maria Rosa Logozzo
(Intervento tenuto il 18 ottobre 2007 a Praga, per il ciclo Člověk a média )

mrosa_pragaIl cardinale Carlo Maria Martini, nel corso di un immaginario dialogo con la televisione, le si rivolge così: "Ogni giorno ci fai partecipare del respiro stesso del mondo"[1].

Quando ogni giorno scorro il giornale, soffermandomi su una cosa o un'altra che mi interessa di più... in fondo, quello che vi cerco è proprio il respiro del mondo a cui poter partecipare.

Il respiro del mondo è la storia e la vita, equilibrio e intreccio di vari momenti, individuali e collettivi. Momenti dai toni mai uguali, perché il respiro del mondo sa d'infinito.

Le buone notizie di cui sentiamo la mancanza, non sono tanto le storie a lieto fine - perché la realtà della condizione umana è quella che è - ma sono piuttosto delle notizie con qualche traccia di questa apertura all'infinito, che mantenga viva la fiducia nella vita e la speranza nel futuro.

Quando l'informazione è carente di questo tocco un po' profetico, essa contribuisce a diffondere nella società, come cappa grigia, un senso di rassegnazione, di sfiducia generalizzata e di paura.

Però la vita è sempre ‘oltre' il racconto che ne possiamo fare, allora come può il lavoro di un comunicatore contenere questo ‘respiro del mondo'?

Ecco che il comunicare diventa una perenne ricerca di senso, una ricerca appassionata.

Non posso dimenticare due pensieri che mi è capitato di ascoltare di persona.

Il primo è di Guglielmo Boselli, direttore di Città Nuova, il quindicinale italiano del Movimento dei Focolari. Egli, nel settembre 2001, un mese prima di morire, in un appuntamento pubblico di NetOne a Roma, invitava i comunicatori a tenere in cuore quell'amore che "fa vedere più in là", che fa cogliere e comunicare il filo d'oro che attraversa gli avvenimenti; filo d'oro che per lui, profondo credente, era il disegno d'amore di Dio sulla storia. Ci diceva: "si tratta di acquistare il ‘fiuto' dell'amore per coglierlo ovunque ve ne sia traccia"[2].

Il secondo pensiero è di Ryszard Kapuscinski, reporter e scrittore polacco, grande maestro in umanità, scomparso nel maggio scorso.

A giugno NetOne ha promosso un corso di formazione per giovani comunicatori, con lezioni tenute da una quarantina di professionisti dei vari campi. Tra questi è intervenuto p.Giulio Albanese, fondatore dell'Agenzia MISNA, agenzia che riporta notizie dai luoghi dimenticati come l'Africa. Notizie spesso tristi, da luoghi non considerati, ma è già una buona notizia se ci arrivano. E' stato P.Giulio a raccontarci di un colloquio con Kapuscinski, nel corso del quale gli aveva chiesto di dire in una battuta cosa significasse per lui essere giornalista. La risposta, in inglese, era stata: My desire is to search something beyond, yes, the news not in the news (La mia passione è cercare qualcosa al di là della notizia, sì, la notizia che non è nella notizia).[3]

Nei giovani che si avviano a una professione giornalistica spesso si trovano queste idealità, si sente quasi una vocazione che li muove.

Diversa è invece la realtà che poi si riscontra in buona parte dell'informazione quotidiana, almeno in Italia, dove pare che esista solo il susseguirsi dei fatti, la cronaca. In più, spesso è una cronaca frammentaria, senza riferimento a un passato, a un ambiente con la sua storia; il fatto è magari descritto con particolari fotografici, ma cavato fuori dal contesto, monco dei significati possibili.

Oppure c'è un'altra manipolazione che viene operata: il fatto viene trasformato in opinione.

Lo dice bene Giuseppe d'Avanzo, editorialista di Repubblica, uno dei due quotidiani di maggiore diffusione in Italia,  in un articolo intitolato Il giornalismo della maldicenza: "Un'inchiesta giornalistica è la paziente fatica di riportare alla luce i fatti, di mostrarli nella loro forza incoercibile e nella loro durezza.  (...) Screditata ad opinione, la verità diventa irrilevante. (...) accantonata la realtà, quel che resta si può combinare a mano libera. Ogni cosa è uguale al suo contrario. Ognuno è uguale all'altro. Non contano più comportamenti, responsabilità, abitudini, attitudini, condotte, decisioni, direzioni, orizzonti. Liberatosi dalla inevitabilità dei fatti, questo giornalismo deforme è ora il padrone della scacchiera"[4].

Come lui dice, l'opinione è di sicuro più manovrabile, è più facile dotarla di significati appositi e utilizzarla per indirizzare scelte e pensiero dei fruitori dell'informazione sulle intenzioni dei potenti di turno.

D'Avanzo chiude l'articolo affermando: "senza un'informazione basata sui fatti, la libertà di opinione è soltanto una beffa crudele". Una notizia così costruita, di certo non è una buona notizia, a prescindere dal suo contenuto informativo.

A volte però, il giornalista, magari poggiandosi su fatti certi, fa opinione ergendosi a giudice delle situazioni, senza tener presente che è impossibile ad un uomo conoscere tutte le infinite variabili della vita. E' onesto allora lasciar sempre una porta aperta a ciò che non si sa, a ciò che non è a noi visibile anche davanti all'evidenza di un fatto.

L'informazione odierna oltre che manipolata è polarizzata, ogni giornale mira a un pubblico definito, serve un tipo di pensiero.

Su un sito degli USA c'è una interessante analisi[5] del fenomeno. Vi si mostra come, quando gli attori della comunicazione sono pochi c'è meno polarizzazione, e si vi si fa un esempio esplicativo. Supponendo che  in una cittadina esistano due quotidiani, uno di destra e uno di sinistra, entrambi cercheranno di non essere di estrema destra o estrema sinistra, ma di essere moderati, per arrivare a catturare anche i lettori del centro. Quando invece le fonti d'informazione si accrescono - e oggi negli USA sono ben numerose -, la competizione tra loro porta una polarizzazione, una specializzazione, porta ciascuno a cercare quelle nicchie di mercato non ancora coperte. Il risultato è che la sinistra si muoverà più a sinistra e la destra più a destra, perché gli altri spazi, quelli di centro ad esempio, è facile che siano già coperti.

Una seconda osservazione interessante riguarda i fruitori. Quando l'informazione è troppa, non succede come per esempio in campo scientifico, dove uno cerca di capire a che punto è la ricerca degli altri; il surplus informativo, generando confusione, porta a seguire l'informazione più vicina alle credenze personali, quella che non le mette in crisi ma le conferma, perché si ha necessità di sicurezze.

Entrambi i casi sottolineano quanto il mercato influenzi l'informazione, per il solo fatto che esista una competizione nella quale bisogna riuscire a mantenersi a galla. E' la competizione a determinare i contenuti .

A questo è dovuto il fatto che l'informazione punti sullo scoop, sulle notizie shock, sullo scrivere ‘alzando la voce' per farsi sentire.

Per questo sulla cronaca bianca, che di solito non urla, nessuno si arrischia a puntare.

Eppure dei tentativi ci sono stati e ci sono. Ci sono associazioni quali Amnesty International o PeaceLink che hanno sul sito spazi di notizie positive. Una trasmissione di inchiesta molto seguita, sulla terza rete pubblica italiana, Report, conclude ogni puntata con una notizia positiva per tirar su gli ascoltatori dopo tutte le malefatte di cui sono venuti a conoscenza.

In Italia c'è Famiglia Cristiana dei Paolini, c'è Città Nuova che ho citato prima, ci sono riviste di associazioni di vario genere che riportano buone notizie.

Spendo qualche parola in più su un esempio italiano, la testata Buone notizie[6]. E' un giornale nato online nell'ottobre del 2001 in risposta al bombardamento negativo di notizie a seguito dell'11 settembre. Attualmente il sito è consultato da una media di 2.500 utenti al giorno, con oltre 500.000 pagine viste mensili.

Dal 2005 ha anche una edizione cartacea, free-press, bimestrale, diffusa nelle sale d'aspetto di cliniche e ospedali in alcune province lombarde, con una tiratura di 25.000 copie.

E' fatto da una redazione di quattro persone, con giovani collaboratori da tutta Italia grazie a Internet. Il giornale è strutturato nei settori di solito presenti in un giornale: ambiente, cronaca, società, lavoro, hi-tech, cultura, sport... ha una sua vivacità.

In una intervista radio, Silvio Malvolti, promotore e direttore di Buone Notizie, osserva: "Tutto ciò che ci viene raccontato dai mass media oggi, può essere anche raccontato da un altro punto di vista, perché non tutto quello che è negativo è solamente negativo; ci sono anche degli aspetti positivi nascosti dietro. Basta magari ‘risvoltare' la notizia per dare un effetto diverso, generando una sensazione positiva in chi legge". E quando l'intervistatore gli obietta che le notizie positive non pare che ce la facciano sul mercato, lui precisa che "deve essere bravo il giornalista a dare alla notizia quel tono accattivante o entusiasmante in grado di generare un sentimento positivo: può essere un sentimento di sorpresa, di sollievo, di fiducia in qualcosa, nel futuro. Io non penso che il mondo così come ci viene disegnato oggi sia la vera realtà, che tutto vada male, che non ci siano più cose in cui sperare... in realtà non è così".

E' vero però, che tutti questi giornali devono darsi un gran da fare per sopravvivere nel mercato di oggi. Ma si può sperare che il mercato arrivi ad invertire la tendenza?

Una domanda simile è stata fatta a Raffaele Cardarelli, pubblicitario navigato, oggi responsabile nella pianificazione della comunicazione di Poste Italiane. E lui ha risposto con un racconto: "noi, in questo momento siamo in una fase preistorica del mondo della comunicazione. Dico preistorica non a caso, perché così come nella preistoria, all'inizio, l'uomo per sedurre una donna le dava una botta in testa con la clava, e la portava via - perché era convinto che questo era l'unico modo per entrare in contatto con lei - noi oggi siamo in una frase preistorica perché la pubblicità, in perfetta coerenza con un sistema industriale che richiede una vendita di massa, è convinta che bisogna stordire la nostra psiche per cercare di vendergli un prodotto. (...) Questo si può cambiare dall'interno. L'unico modo per farlo è affiancare a certi spot, altri spot che contengano i valori e che facciano vendere di più. Il giorno in cui le aziende si accorgeranno che un modo di fare pubblicità è coerente con la vendita cambieranno."

Il messaggio è chiaro e credo che possa valere anche per l'informazione: coniugare alta professionalità e valori, farlo in molti, e mostrare che il prodotto si vende. Perché il mercato reagisce ai guadagni, non ai discorsi etici.

Dalle parole di Cardarelli risalta che ogni comunicatore ha nella sua professionalità, poggiata su visioni di bene, una speranza di agire per il cambiamento.

Sappiamo tutti che ci sono tanti condizionamenti che limitano questa possibilità di azione, poteri politici ed economici, direttori e altra gente a cui ogni giorno dobbiamo rispondere, però ognuno di noi ha anche un suo piccolissimo spazio di libertà, e, se lo vogliamo, possiamo riuscire a partire da lì.

Ma c'è un'altra speranza per le buone notizie che viene da Internet. La tecnologia oggi, nell'epoca del cosiddetto web 2.0, permette il social network. In parole povere questo significa maggiore interazione. Tra gli strumenti del social network ci sono per esempio i blog, quei siti che non richiedono competenze tecniche per metterli su, per cui tutti coloro che lo desiderano oggi, almeno nel mondo connesso, possono esprimersi in Rete. Ogni articolo pubblicato su un blog - si chiama post - in genere offre al lettore la possibilità di replica. Un altro strumento noto è YouTube dove con facilità si condividono col mondo, brevi video di durata non superiore ai dieci minuti.

Oggi tutti possono diventare agenti d'informazione e questo può dare una maggiore chance per diffondere buone notizie senza l'assillo del mercato.

I nuovi media favoriscono anche la libertà d'informazione. Lo abbiamo visto nei giorni scorsi nei riguardi della Birmania. In barba alle censure si riesce a condividere foto, messaggi, a far filtrare notizie reali laddove le si vorrebbe celare. Anche qui, come per l'Africa, che le notizie arrivino è già una buona notizia.

Cosa sta avvenendo in pratica nel mondo d'oggi? Cito un altro articolo dagli USA[7].

L'età pre-internet è chiamata l'epoca del ‘seleziona e poi pubblica': gli editori, in coerenza coi gusti di chi li paga, selezionano le notizie da pubblicare e ne garantiscono l'affidabilità. Ora, con Internet, siamo nell'era del ‘pubblica e poi seleziona'. Sull'articolo c'è l'esempio di un blogger che per hobby traccia i movimenti e le azioni dei mercenari di armi.  Lui pubblica sul blog le sue impressioni iniziali di una storia e un'orda di lettori converge sulla notizia inviando correzioni, argomentazioni, aggiunte... con questa modalità incrementale alla fine una verità emerge. Qui la garanzia dell'affidabilità della notizia è una garanzia collettiva.

Oggi le notizie non sono solo qualcosa che i lettori ricevono a scatola chiusa, ma sono qualcosa che loro possono arrivare a capire guardando alla storia da diverse angolazioni, attraverso una molteplicità di fonti on-line.

Quindi non è la trascuratezza a spingere un blogger a pubblicare prima di avere tutti i fatti in mano. Pubblicare richiama la discussione e questa apporta dei dati in più per cercare di capire cosa davvero stia succedendo, in maniera migliore di quanto ciascuno possa fare.

Si parla allora di giornalismo partecipativo o collaborativo.

Non si è più nell'ottica di competizione per conquistare il mercato, qui si è passati alla cooperazione, che potrebbe essere il futuro del mercato.

Nel campo informatico lo si sta vedendo col progressivo diffondersi del software libero, un software costruito e testato in cooperazione; nel campo economico si comincia a parlare di responsabilità sociale e di economia di comunione; in campo politico di democrazia partecipativa.

E' la cooperazione che avanza e, io credo, porterà delle buone nuove all'umanità. Senz'altro la cooperazione può avere la forza, alla lunga, di corrodere i sistemi di potere che dettano legge sull'informazione odierna.

Però, ci si chiede, ciò vuol dire che i giornalisti professionisti sono avviati a scomparire?

Io credo proprio di no.

Il ruolo del giornalista rimane centrale nel saper mettere insieme i diversi aspetti, fare le adeguate verifiche, scrivere con professionalità i propri articoli e le proprie considerazioni. In più gli è richiesto di essere aperto ad un'interazione vera, influente, prima con la sua redazione e poi anche con i suoi fruitori.

Ciò implica una diversa configurazione del suo ruolo mediatico.

Igino Giordani, giornalista, scrittore, agiografo, uno dei padri costituenti della Repubblica Italiana, scriveva che un giornalista ha "la funzione dell'apostolo e del profeta, è un mediatore tra la verità e il pubblico"[8]. Oggi viviamo in un mondo che vuole abolire i mediatori laddove è possibile.

Perché li si vuole abolire? Perché interferiscono troppo e perché non hanno la trasparenza dell'obiettività.

Carlo Maria Martini ritiene necessario a questo scopo che il comunicatore abbia la coscienza della propria parzialità: "Sembra un paradosso,- egli scrive - ma il massimo di obiettività corrisponde al massimo di consapevolezza di come sia relativo ciò che raccontiamo. Si tratta di sostituire alla cultura di un'asettica presunta obiettività, una cultura del punto di vista. Se il punto di vista di partenza è dichiarato e motivato, si può sviluppare una cultura della tolleranza, del pluralismo, del dialogo costruttivo. Diversamente continuiamo ad erigere una Babele, una località perversa dove si scontrano presunte e parziali certezze, i cui artefici tanto più si accaniscono nel sostenerle e nel difenderle, quanto meno posseggono il senso del relativo e del limite'[9].

Queste parole, in linea con il sentire di oggi, evidenziano come la verità, da soli, non la si può possedere.

Raimon Pannikar, in un articolo di qualche giorno fa[10], citava in proposito un detto: la verità ‘quando cade dal cielo sulla terra si rompe in cento pezzi, un pezzetto a disposizione di ciascuno'.

Allora io penso che un ruolo di mediazione oggi voglia dire aiutare il dialogo, innanzitutto ascoltando davvero la storia e gli uomini, favorendo un clima di confronto e approfondimento sereno dei fatti, che susciti partecipazione; un clima che permetta alla verità di ricostruirsi e tornare evidente, dai pezzetti che ciascuno porta.

E' quella verità il ‘filo d'oro che attraversa gli avvenimenti' di cui parlava Boselli, ed è più facile coglierlo insieme. Il comunicatore - come un apostolo e un profeta diceva Giordani - se ne farà portavoce, con gli strumenti volta per volta più opportuni: reportage, cronaca, editoriale, inchiesta, denuncia... metterà in luce quel ‘filo d'oro' propagandolo con la sua personalità e professionalità. La comunicazione tornerà allora ad essere ‘respiro del mondo' e profezia, tornerà ad essere buona novella.



[1] Carlo Maria Martini, Il lembo del mantello, 1991, in http://www.chiesadimilano.it/or/ADMI/apps/docvescovo/files/10/Martini_lettpast_1991-92.doc

[2] Guglielmo Boselli, Dio Amore e la comunicazione in Michele Zanzucchi (ed.), Il progetto di NetOne; media e spiritualità dell'Unità, stampato da Associazione per NetOne, p.18

[3] P.Giulio Albanese, Il giornalismo che vuol scoprire: il reportage, in http://www.net-one.org/content/view/281/1/lang,/

[4] Giuseppe D'Avanzo, Il giornalismo della maldicenza, in La Repubblica del 10/07/2006

[5] Richard A. Posner, Bad News, 2005 in http://www.nytimes.com/2005/07/31/books/review/31POSNER.html

[6] http://www.buonenotizie.it/

[7] http://www.cbc.ca/10th/columns/truthandthenet_doctorow.html

[8] Igino Giordani, La missione del giornalismo, in Città Nuova, 30.5.1959, p. 6 

[9] Carlo Maria Martini, Il lembo del mantello, 1991, in http://www.chiesadimilano.it/or/ADMI/apps/docvescovo/files/10/Martini_lettpast_1991-92.doc

[10] Raimon Pannikkar, Il tempo del perdono e la logica del nemico, su La Repubblica del 9/10/2007