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di Nedo Pozzi 

nedo_sanmarcuto28(Da un intervento tenuto in occasione del secondo appuntamento di un ciclo di seminari su Igino Giordani, il 18.12.2007 a Palazzo San Macuto, Roma) 

Igino Giordani è un personaggio estremamente poliedrico. Oggi vorrei limitarmi a guardarlo soprattutto come comunicatore a servizio di un grande ideale: l'umanità come famiglia.

Il suo impegno come uomo dei media è impressionante: 4000 articoli su 49 organi di stampa italiani e di altri paesi, fondatore di varie testate, direttore di due quotidiani e di 10 periodici, autore di oltre 100 libri (una media di quasi due all'anno) per un totale di  26000 pagine, tradotte nelle principali lingue, senza contare i saggi, gli opuscoli, le lettere, i discorsi.

Per un trentennio è rimasto nel vivo del fermento politico e culturale, nazionale e internazionale, accendendo luci profetiche sugli avvenimenti spesso drammatici del XX secolo. Oltre alla penna, di scrittore di razza, la sua dote mediatica più coinvolgente era la parola, il dono di una conversazione che attraverso la bellezza e la proprietà dell'eloquio e una sottile ironia veicolava idee controcorrente, di insolita altezza.

Il 6 giugno 2004, è stato avviato il processo di beatificazione nella Chiesa cattolica. La notizia non passò inosservata: L'Espresso ci fece un trafiletto dal titolo: "Igino proteggici tu", che diceva "Era ora. Anche l'ordine dei giornalisti avrà il suo beato: Igino Giordani, direttore de Il Quotidiano e de Il Popolo, deputato dc, cofondatore dei Focolarini, detto ‘Foco' per il fervore e padre di Brando, ex potente Rai. Il viatico per la beatificazione dà un bel po' di lustro alla vituperata categoria"...

Inoltre, un grande comunicatore come Gaspare Barbiellini Amidei, recentemente scomparso, scrisse su un periodico nazionale: "Dunque non tutti noi giornalisti andremo all'inferno... Molti santi patroni pregano Dio per il perdono dei nostri peccati. Non solo. Un giorno non lontano uno di noi potrebbe diventare ufficialmente santo, e se lo meriterebbe. La strada per gli altari per un grande giornalista cristiano è già ufficialmente cominciata e propone alla memoria uno dei personaggi più belli di cui possono vantarsi i mass-media: Igino Giordani. ... Di lui - ha detto ancora Barbiellini Amidei in altra occasione - mi colpì soprattutto il rabdomantico intuire cose che ancora non facevano parte dell'attualità... Al giornalismo manca troppo spesso questa capacità serena di guardare lontano, partendo dalle notizie del tempo presente."

Ci piace pensare che ora Igino e Gaspare insieme, stanno divertendosi a guardare da una nuvoletta i nostri poveri tentativi di sostituirli... In quel regno della comunicazione immediata (nel senso di "senza media"), speriamo che oltre a divertirsi, ci diano una mano nel nostro e loro mestiere...

"Il suo scrivere - dice Tommaso Sorgi, già deputato e docente universitario, oggi il maggiore esperto di Giordani - è sempre un agire in coscienza per servire l'uomo e Dio. Per lui lo scrittore è un ‘portatore di fuoco', e lo scrivere ‘la forma più alta di sacerdozio regale'... Non fa mai nuda informazione, rifugge da ogni deformazione, tende sempre a servire per la formazione e liberazione dell'uomo. ...

Egli considera lo scrivere come una missione, una testimonianza della verità e dei valori, da compiere con purezza d'animo e con coraggio. Lo fa in politica, in modo davvero eroico..."

Sorgi ricorda come, dopo l'assassinio di Matteotti, nel 1924, Giordani scrisse su Il Popolo un violento articolo contro Mussolini, profeticamente intitolato ‘Nemesi'.  E ci voleva davvero del coraggio perché erano tempi in cui, per molto meno, socialisti e popolari erano già stati malmenati e uccisi.

Ma questa "purezza d'animo" Giordani la applicò anche nei confronti del proprio partito, il partito popolare di Sturzo. Questo lo rende ancora più vicino ed esemplare per i comunicatori di oggi. Nel 1946 succede a Gonella come direttore de Il Popolo, ma vi rimane solo un anno perché - racconta Sorgi - "pressato dai dirigenti politici del partito ad usare trattamenti discriminatori verso i loro oppositori interni, si rifiuta, dimostrando fermezza ed onestà professionale..." e invia una forte e chiara lettera di dimissioni. Così commenta l'episodio Giovanni Spadolini in un saggio intitolato "Giordani e il movimento cattolico in Italia": "Non voglio far polemiche, ma merita considerare ciò che Giordani scrive quando lascia la direzione de Il Popolo. In conclusione alla lettera dice: ‘Io non so fare il direttore diretto!'... E questa è una espressione splendida!" sottolinea Spadolini.[1]    

Neanche noi vogliamo fare polemiche, ma questo episodio non può non indurre, oggi, tutti i comunicatori ad un profondo esame di coscienza. 

A noi oggi, cosa dice Giordani, questo artista della parola, questo comunicatore inondante e profetico, questo politico "ingenuo" e "troppo cristiano"?

Cominciamo con qualche pensiero tratto dai suoi scritti sulla comunicazione: 

"Se per l'uomo essere è pensare, vivere è comunicare."

 "Il comunicatore è chiamato ad illuminare, non oscurare. Deve continuamente enucleare la verità da grovigli di errori, incomprensioni, ambiguità... Concorre così a ripulire l'ambiente, immettendo nella città dell'uomo, carica d'ombre, i doni della luce... Dovrebbe rinnovarsi ogni giorno, rifornirsi d'idee ogni momento."

"Il comunicatore può non avere un soldo in tasca, ma se ha un'idea in testa, una fiamma in cuore, vale sul mercato più d'un finanziatore..."

"La comunicazione esige apertura di mente e di animo. Non grettezze, non settarismo." 

"L'amore è tutto; senza l'amore tutto è niente: la comunicazione può e deve alimentare questa verità che è il solo cemento sociale durevole, prima che la paura, madre dell'atomica, abbia il sopravvento."

"Il comunicatore è il più diretto costruttore della città nuova." 

Per quanto riguarda invece la dimensione universale della sua cultura e la "mondialità" della sua concezione antropologica e sociale (Sorgi parla a questo proposito di "anima-umanità", di "uomo-mondo"), ecco un brano tratto da un articolo del 1921. Giordani ha 27 anni, è reduce dal fronte nella prima guerra mondiale, dove è stato ferito, decorato, riconosciuto grande invalido, vivendo una esperienza fondamentale per la sua formazione:

"Noi non siamo con quelli che per esaltare la propria patria han bisogno di umiliare la patria degli altri. Non occorre per amare la famiglia altrui vilipendere la propria, né per amare la propria disprezzare la patria altrui. Così, con questo sentimento eleviamo ed allarghiamo l'amore patrio all'amore dell'umanità."[2]

Quasi trent'anni dopo scrive su La Via, la testata da lui fondata e diretta: "L'umanità si svena sempre per le stesse ragioni... Per esempio dice: ‘Si vis pacem, para bellum'. Ma per noi la verità è altra. Se vuoi la pace prepara la pace. Se prepari la guerra, i fucili ad un certo momento spareranno da soli... Se vogliamo arrivare alla pace, dobbiamo cominciare a costruirla tra di noi... perché la pace comincia veramente da ciascuno di noi." E queste stesse parole le aveva pronunciate in Parlamento il 21 dicembre 1950. 

"Cominciamo dai nostri giornali a bandire l'odio, che vuol dire la caccia all'uomo... Noi imporremo la pace esterna se prima realizzeremo la pace interna, riconducendo la lotta politica nei confini del rispetto della persona umana e della morale pacifica." scrive a Davide Lajolo, direttore de L'Unità  di Milano nel 1951.[3]  

Significativa ed autorevole inoltre le testimonianza di Giorgio La Pira che ebbe a dire: "Giordani ed io, insieme, siamo stati alla Costituente e poi alla prima legislatura. E in quelle circostanze, lui, che aveva una responsabilità politica davanti al Paese, ha sempre affermato con decisione, nonostante le critiche di numerosi politici, che l'unico obiettivo fondamentale da raggiungere con tutti gli sforzi possibili, era quello della pace. E lo chiamavano ‘il pacifista', quasi per significare un buon uomo, un idealista, come suol dirsi... No, perché la politica costruttiva, realistica, quella che raggiunge risultati veri nel mondo, è quella che Giordani ha sempre seguito: una politica di pace, che è poi quella dei popoli intelligenti".[4]

Vedo qui davanti politici di chiara fama... Penso che mai come oggi politica e comunicazione siano state strettamente congiunte, in simbiosi totale. Non si può fare politica senza comunicazione, senza media... Inimmaginabile fare politica senza giornali, telegiornali, siti internet, sondaggi...

E d'altra parte non si può fare comunicazione senza comunque influire positivamente o meno nella dimensione sociale e politica. 

Cosa direbbe oggi Giordani se gli chiedessimo cosa dobbiamo praticamente fare? 

"Aprire il cuore come una conchiglia a raccogliere la voce dell'umanità e mettere a circolare l'amore e la ricchezza - il bene e i beni - sopprimendo gli sbarramenti di razza e di classe, le dogane dello spirito, i pedaggi della felicità... Vedere nell'uomo, chiunque esso sia, un fratello..."[5]

E' una proposta ed un invito che risale al 1961 ma che personalmente sento sempre attualissimo, e che mi interroga ogni mattina, ogni volta che incontro qualcuno o che mi siedo al computer per fare il mio... e il suo mestiere. Mi auguro che lo sia anche per ciascuno di noi.



[1] G. Spadolini in T.Sorgi ed., Igino Giordani. Politica e morale, Città Nuova 1995, p.259. Questo saggio di Spadolini è il suo discorso alla presentazione del volume: ‘Memorie di un cristiano ingenuo', tenuto in Campidoglio nel 1981

[2] Citato in Diario di fuoco, Città Nuova  1992, pag. 13

[3] F. Giordano, "Igino Giordani e la guerra", in T.Sorgi ed., Igino Giordani. Politica e morale, Città Nuova 1995, pag. 276

[4] Idem, pag. 280

[5] I. Giordani, Le due città, Città Nuova 1961, pag, 493