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informazione

di Alberto Barlocci

Conseguenze della globalizzazione nei mezzi di comunicazione. Alcune riflessioni

(Intervento tenuto al primo conglesso di NetOne in Brasile,  16/18  febbraio 2008 - traduzione dall'originale spagnolo di Rino Chiapperin)

albertobarlocci.jpgLa situazione

Più che agli aspetti della comunicazione, vorrei riferirmi ad alcune problematiche in rapporto ai mezzi di comunicazione e più specificatamente alla stampa.

Potrà sembrare banale, però un primo fattore della globalizzazione da riconoscere è che si tratta di un fenomeno inevitabile e irreversibile.

Questo vale sia per alcuni dei suoi oppositori i quali, alle volte, sembrano dimenticare che tale processo continuerà a proseguire; sia per quanti sembrano opporsi ad essa con fatti concreti. In quale altro modo intendere altrimenti i "muri" materiali e non che il Primo Mondo costruisce contro le ondate di emigranti in cerca di un futuro migliore?

La globalizzazione è quindi un fenomeno che si è introdotto fra di noi ed ha cambiato la nostra vita, come evidenzia Zygmunt Baumann, senza che ci accorgiamo di tali cambiamenti[1].

E' senza dubbio un fenomeno che offre grandi opportunità; avere opportunità, però, non significa avere la capacità di sfruttarle. Sicuramente abbiamo l'opportunità di accesso, per esempio, a tutta la stampa di lingua inglese; anche se questo non significa avere le capacità (=conoscere l'inglese) per trarne profitto.

Una caratteristica della globalizzazione, propria del fenomeno storico che si è accentuato in questi anni, è la complessità.

-       Un esempio: La Guerra dei 30 anni che si è protratta fra il 1618 e 1648, e che possiamo capire sulla base di alcuni fattori: il ricomporsi dell'equilibrio strategico fra le grandi potenze europee e le conseguenze della riforma luterana in Europa sono elementi che permettono la comprensione di questo episodio.

-  Vediamo ora un altro esempio, quello della guerra del Kossovo del 1998-1999 (l'invenzione militare della OTAN). Qui invece si moltiplicano i fattori necessari per la sua comprensione:

1) Esiste una questione interna: la negazione dell' autonomia al Kossovo da parte della Serbia.

2) C'è un problema etnico ed anche un problema religioso (la Serbia è cristiana ortodossa, i kossovari sono in maggioranza musulmani).

3) C'è pure di mezzo un problema internazionale, quello di voler rallentare l'espansione commerciale tedesca.

4) Evitare ancor di più la destabilizzazione dei Balcani, dato che i kossovari si spostavano in Macedonia, aumentando la presenza musulmana in quel Paese.

5) Esiste pure una questione economica, dato che per il Kossovo passa il "corridoio 8" che è il tragitto per il quale arrivano al Sud dell'Europa il gas ed altri combustibili provenienti da questo Paese europeo e persino dal mare Caspio.

6) A tutto ciò aggiungiamo la manipolazione mediatica che s'è fatta su tale realtà (le supposte uccisioni di kossovari da parte dei serbi, delle quali non si incontrò prova alcuna, ma si provò invece la "pulizia etnica"[2] praticata dagli stessi kossovari.

La conclusione che possiamo dedurre è questa: per comprendere certi fenomeni oggi dobbiamo tenerne presente la complessità, l'interazione fra diversi fattori, di maggiore intensità che in passato.

Il fatto che la globalizzazione sia un fenomeno irreversibile, sta a dimostrare che è un processo che in realtà è qualcosa di tipico della nostra umanità; cioè non solo della tecnologia, che ci ha dato questa possibilità di cui la nostra umanità si è subito servita.

Ciò significa che l'umanità si muove seguendo questo binario della globalizzazione che portiamo inscritto in noi stessi: la tendenza ad essere una sola famiglia.

Senza dubbio, dobbiamo quindi constatare che la globalizzazione suppone una grande potenzialità.

Però, il fatto che la globalizzazione supponga grandi potenzialità non vuol dire che non metta in evidenza aspetti negativi o preoccupanti non corrispondenti al fenomeno in sé, ma sì dovuti ai nostri limiti, come esseri umani.

Il fatto che gli aerei alzino il volo e ci portino in poche ore a distanza di migliaia di Km., è certamente un grande progresso, però un aereo può essere usato anche per bombardare ed in questo caso si trasforma in strumento di morte e distruzione.

In questo senso non possiamo non riconoscere che la globalizzazione ha viaggiato in questi anni sull'onda espansiva dell'economia, o più precisamente di un determinato modo di concepire l'economia che, della massimizzazione del risultato, ottenuto a qualsiasi prezzo, ha fatto il suo motore principale.

Lungi dall'essere questo un esempio di razionalità (meno dell'1% delle transazioni finanziarie che si realizzano ogni giorno sono legate ad attività produttive, il resto è speculazione finanziaria), è un'economia che non è al servizio delle necessità della famiglia umana.

Il problema esistente, però, è che questa mescolanza di "ideologia e mala economia", come osserva Joseph Stiglitz[3], premio Nobel dell'economia, sia stata presentata come l'unico cammino possibile. Durante il governo della britannica Margareth Tatcher si coniò questa sigla: TINA (There is not alternative - non ci sono alternative).

In qualche caso si possono captare certe forme di darwinismo sociale: la competizione economica aiuta a sviluppare verso il meglio la specie umana , i più deboli (si legga: i poveri) fatalmente soccombono....

Altra caratteristica della globalizzazione è il rifiuto di qualsiasi tipo di regola. Una delle parole chiave di oggi è deregolamentare.

Una delle conseguenze è stata che, pur fra tante potenzialità che offre la globalizzazione, essa ha in realtà promosso e accentuato la disuguaglianza, ha facilitato l'applicazione di strategie di potere economico e politico: è questo che alcuni chiamano impero.

Frequentemente si identifica l'impero con un Paese speciale, però non è necessariamente così. Certamente ci sono gruppi di potere molto forti, che non coincidono necessariamente con un governo, sebbene la politica di certi governi è funzionale ai loro piani.

In ogni modo è certo che questi gruppi di potere hanno già preso le decisioni fondamentali, che corrispondono ai loro interessi e non agli interessi dell'umanità.

Si è già deciso quale tipo di economia favorire, quale idea di sviluppo e secondo quale standard procedere. E queste decisioni hanno tolto l'opportunità di crescita ad intere regioni del pianeta .

E' evidente, per esempio, che l'Africa è rimasta fuori dalle grandi opportunità della globalizzazione.

Altra parola chiave di questo tipo di globalizzazione è: esclusione. Questa esclusione si verifica non solo su scala globale, ma si ripete anche dentro le nostre stesse società, con porzioni intere di popolazione che rimangono fuori dal nostro stile di vita, dai nostri interessi sociali e culturali, dalla nostra economia. Persino negli Stati Uniti ci sono 32 milioni di poveri.

Questa esclusione è tremenda, è essere fuori da tutto: chi conosce ciò che interessa alla gente delle baracche (o ville di miseria, come vogliamo chiamarle); per esempio di cosa parla, quali solo le sue priorità?

D'altronde, da sempre, sia il potere politico sia quello economico hanno compreso il ruolo fondamentale che giocano i mezzi di comunicazione di massa. Perciò il potere ha cercato di controllarli fin da quando hanno cominciato ad esercitare un ruolo così importante, perché è un modo di rafforzare il proprio dominio.

In questo contesto, analizziamo alcuni elementi che mostrano un panorama alquanto preciso della situazione dei media e della comunicazione in un mondo globalizzato come il nostro.

Un dato: le immagini, che circolano tutti i giorni nei canali televisivi del pianeta, sono controllate soltanto da tre grandi gruppi.

Il controllo sui media, a sua volta, è sempre più profondo.

Un esempio: durante una intervista di Benazir Bhutto concessa il 2.11.07 a un programma in inglese di Al Jazeera, questa leader politica, a un certo momento dichiara che Osama Bin Laden è stato assassinato!!!

Curiosamente il giornalista, non avendo nulla per commentare, non le domanda altro. Il caso è sorprendente: Osama Bin Laden non era il nemico numero uno in questa guerra contro il terrorismo? Chi non avrebbe chiesto alla Sra. Bhutto: se ne era certa, da dove proveniva l'informazione?

Nulla! Silenzio totale: senza null'altro, l'affermazione passa come se fosse nulla.

Ed è curioso che improvvisamente in tutto il pineta i direttori delle varie catene televisive e dei quotidiani, arrivarono simultaneamente alla determinazione di non interessarsi di questa notizia, nemmeno per cercarne una eventuale smentita... anche se su YouTube è possibile trovarne la registrazione, che è stata visitata da oltre 700 mila persone (solo in uno degli archivi disponibili).

Ovviamente, non c'è una mente che si dedichi a scrivere cosa mettere o non mettere nei quotidiani. E' sintomatica però la autocensura che impedisce di discutere, anche se è solo per smentire una notizia come questa.

Gli esempi possono essere molti di più. Nel maggio del 2007, la stampa ha dato poco spazio alla dichiarazione del presidente russo Putin di passare ad usare il rublo per la commercializzazione del petrolio nella propria area di influenza commerciale, al posto del dollaro. La cosa è importante, perché sempre piú Paesi pensano di abbandonare il dollaro. Che succederebbe, a livello mondiale, se il dollaro cessasse di essere la moneta internazionale? La Federal Reserve degli Stati Uniti ha sospeso la pubblicazione dell'indice M3, un indicatore importante, sulla quantità di moneta circolante (parlo dei dollari). [4]

La notizia bisogna trovarla sul web.

Riassumendo: in un mondo che avanza rapidamente per le strade della globalizzazione, che si scopre sempre più complesso, che vive un processo tendente a respingere ogni tipo di regolazione, ci dimentichiamo che esiste un problema: la pretesa di trasformare in "villaggio globale" quelli che sono mondi distinti, nei quali esistono profonde differenze culturali e sociali.

Questo, secondo me, è uno dei problemi principali: sono mondi distinti, per questo parliamo di Primo Mondo e Terzo Mondo, o di Paesi sviluppati e Paesi in via di sviluppo. Però tale differenza fa sì che anche i nostri linguaggi siano ben distinti, quando parliamo, quando entriamo in dialogo, le nostre categorie non sono le stesse. E, per lo meno, dobbiamo chiarirle.

A tal riguardo, l'intellettuale palestino Edward Said ha parlato a fondo sulla necessità di chiarire espressioni come "democrazia" nel dialogo con i Paesi islamici. E' conosciuto il suo "saggio" sull' "Orientalismo".

Durante l'assedio di Sarajevo, il direttore di un quotidiano di questa città rimproverava l'inviato del quotidiano francese Le Monde perché parlava di "esercito musulmano" invece che "esercito bosniaco", dato che questa popolazione comprende cittadini non solo islamici. L'inviato di "Le Monde" gli ha risposto che i suoi capi gli hanno imposto questo, dicendogli: "scrivi esercito musulmano, se no la gente non comprende!!!"

L'episodio si commenta da sé.

Altro esempio di differenze concettuali. Quando si parla di trattati di libero commercio, nell'immaginazione collettiva entra l'idea di una uguaglianza, di una certa omogeneità fra i soci commerciali. E i mezzi di comunicazione contribuiscono in generale a confermare questa visione. Ho visto Paesi molto piccoli celebrare come grande conquista tali accordi. Invece, scopriamo ben presto che questa uguaglianza non esiste, giacché non è la stessa cosa produrre ed avere una rete di sistemi di trasporto su strada o ferrovia affinché la merce arrivi ai porti ed aeroporti, o non avere questa infrastruttura.

Per effettuare un'esportazione, in America Latina, si considerano necessari mediamente 22 giorni. In Europa la media è di 3-5 giorni.

Due Paesi che commerciano con questa differenza di tempo e di infrastruttura, non sono in condizioni di uguaglianza. Inoltre non hanno la stessa struttura educativa, per esempio, o sanitaria o di garanzie lavorative, etc.

Le differenze possono essere a livello di categorie politiche. Per cui certi fenomeni simili sono interpretati in diversi modi.

Esempio: Come in Europa sono considerati certi fenomeni politici che stiamo vivendo in Sud America.

La grande parte dei mezzi di comunicazione hanno visto l'arrivo al potere dei presidenti di Venezuela e di Bolivia come la propagazione di dirigenti populisti e nazionalisti.

A suo tempo, anche il presidente brasiliano Lula ha suscitato gli stessi sospetti e non sono pochi i media che così vedono l'ex presidente argentino Kirchner e l'attuale presidentessa - sua moglie - Cristina.

Non è una novità che nei nostri paesi esistano questi tipi di rischi. E' un fatto che la gestione del presidente Chavez comporta alcuni problemi in termini di democrazia. D'altra parte, però, sappiamo che c'è una strategia politica del Brasile e Argentina, rivolta in questo momento ad evitare l'isolamento del Venezuela, che se ciò non fosse stato, la situazione sarebbe senza dubbio peggiore. Di fronte a ciò é preferibile trattare di includere questo Paese nel "Mercosur", così come si sta facendo. E più avanti si intravede la necessita che il Sud America si costituisca come blocco politico forte.

D'altronde è evidente che l'Europa in questo momento sia intenta nello sforzo di includere nell'Unione la Turchia, anche se i problemi di democrazia in questo Paese non sono meno gravi che in Venezuela. Non dimentichiamoci di come il governo turco ha affrontato la questione dei curdi, che ha causato più di 30.000 morti in questi anni; che è un Paese per il quale transitano circa 30 miliardi di dollari di droga all'anno, in gran parte con il controllo delle forze armate... Però, mentre i mezzi di comunicazione accettano la necessità di includere la Turchia nel contesto politico europeo, non comprendono che si faccia la stessa cosa con Chavez in Sudamerica.

In questo contesto dove é complessa la comprensione dei nostri mondi, si aggiunge ancora un altro fattore: l'informazione tende ad essere sempre di più in tempo reale. Il rapido sviluppo della vita quotidiana fa sì che i mezzi (di comunicazione) siano in una costante corsa per essere i primi ad arrivare.

Chiediamoci, però, un momento: veramente abbiamo bisogno dell'informazione in tempo reale? Perché una cosa è se si tratta dell'arrivo di un uragano e si sente la mancanza di tale informazione momento per momento, come in qualsiasi caso di emergenza o di un evento importante; o la necessità di essere informati sulla situazione del transito, etc.

Veramente, abbiamo bisogno che tutta l'informazione sia in tempo reale? O sarà più importante di avere il tempo per comprendere, avere la capacità di penetrare l'informazione, per capire ciò che succede, utilizzare più tempo per la riflessione o l'analisi dei fatti. Perché seguire il ritmo che pretende imporci la nostra società suppone maggiori problemi per la comprensione della realtà.

Ho fatto la prova di seguire per ore un canale di notizie ed ho costatato che lo spazio di tempo per capire i fatti è minimo.

Il tema del silenzio. Michele Zanzucchi, in una conversazione di qualche tempo fa, parlava precisamente di una componente della comunicazione che è il silenzio. La comunicazione è frutto del silenzio affinché subito dopo la parola possa essere luce.

Cosa possiamo fare?

Ovviamente, la prima domanda che ci poniamo è: cosa possiamo fare noi, ciascuno di noi, ognuno dei presenti che siamo impegnati in questa panoramica?

Non è una domanda da poco, anche se molto frequentemente lavoriamo in un piccolo mezzo di comunicazione e nella nostra attività il nostro potere di decisione è di poca importanza o molto limitato.

D'altra parte stiamo parlando di scenari globali, nei cui ambiti di decisione abbiamo un accesso scarso o addirittura nullo. Ed è facile vedersi come un piccolo David di fronte all'enorme Golia

Mi sembra che ci siano alcune considerazioni da fare.

In primo luogo. Dobbiamo considerare che giustamente le caratteristiche della globalizzazione mettono a nostra disposizione molti mezzi. Se la rete di comunicazione è la principale forza della globalizzazione, nei suoi aspetti negativi, è pure la sua principale debolezza.

Oggi, più che in ogni altro tempo, è molto difficile nascondere qualcosa, controllare completamente una società: l'informazione.

C'è pure qualcosa di più che possiamo fare e precisamente avere sempre presente la complessità delle cose alle quali mi riferivo all'inizio. Metterci sempre in questa prospettiva e nel contempo aver presente che la globalizzazione non è altra cosa se non la trama delle relazioni esistenti in loco, come sostiene la sociologa brasiliana Vera Araujo [5]

Anche quando lavoriamo in un mezzo di comunicazione locale, molto locale, con un tipo di informazione molto limitata, come può essere una radio comunitaria o un bollettino parrocchiale, è sempre bene aver presente il piano globale, mettere in relazione queste due dimensioni.
Nel secolo XXI non possiamo non avere presente questa dimensione.

Un altro aspetto nel quale noi comunicatori possiamo dare un grande apporto è la penetrazione dell'informazione, sapere che siamo dei ponti fra i vari mondi, fra ambiti locali e regionali, o globali. E' veramente necessario un grande sforzo di penetrazione e comprensione dei fatti, mediante un rigore professionale sempre più esigente.

Recentemente, il direttore del quotidiano italiano "Il Corriere della sera", Paolo Mieli, durante un dialogo col Card. Di Milano Dionigi Tettamanzi , stimolato dal porporato sulla necessità che il giornalismo consideri il valore del "silenzio", affermava che: effettivamente il tema odierno è la comprensione di un fatto avvenuto e non quello di essere i primi a darne l'informazione.

Il gran problema dell'informazione oggi è quello di saper vincolare i fatti fra di loro e superare la frammentazione in modo da comprendere la realtà con una visione più completa.

Credo che sia una grande testimonianza di fraternità che, come professionisti, facciamo quanto possiamo per rendere comprensibili i contesti nei quali succedono e si sviluppano certi fenomeni.

Siamo ponti, siamo canali di comunicazione fra mondi che non si conoscono o che credono di conoscersi. E' un grande servizio che possiamo offrire, ciascuno dove si trova, andando in profondità, essendo professionalmente rigorosi.

Ed avendo la coscienza che viviamo in società nelle quali la disuguaglianza è una condizione molto presente, proprio per questo dobbiamo dare la priorità a coloro che hanno meno possibilità di accesso alla parola, ai mezzi di comunicazione.

Ci rendiamo conto che si tratta di semplici principi etici, che sono parte, però, di queste regole che, la globalizzazione in generale, oggi, non accetta

C'è un altro fatto che mi sembra importante evidenziare, precisamente in questo incontro di NetOne.

La domanda che sempre si pongono molti è: "chi potrà dare alla globalizzazione queste regole etiche che le mancano"? La Politica? La Politica, però, .vive la stessa crisi. L'economia? Nemmeno l'economia sembra più adeguata.
Possibilmente, oggi, questo compito lo può e lo deve compiere la società civile.

La societá civile é oggi chiamata ad appropriarsi di certi processi che si presentano per dare alla globalizzazione le regole necessarie per svilupparsi in maniera conforme alla dignità umana.

E bisogna tenere presente che NetOne è espressione della società, siamo società civile. Il fatto cioè di voler formare una rete che coinvolge comunicatori, teorici e utenti dei mezzi di comunicazione, ci mette nel midollo del problema della comunicazione oggi.
E una della caratteristiche della società civile è la sua capacità di operare in rete: credo che pure questo corrisponda ad un principio, o di reciprocità: sapere che non solo dobbiamo attuare, ma anche che dobbiamo farlo insieme ad altri.

Il fatto che ci anima l'idea della fraternità, ci dà pure un metodo di lavoro, ci da un modo di fare le cose, perché la fraternità è inclusiva, non vede gli altri, cioè coloro che pensano diversamente come nemici, ma come possibili candidati a lavorare per la fraternità.

Mi sembra che, a volte, pensiamo che dobbiamo fare tutto noi. Può essere! Ma il fatto di avere l'unità come nostro specifico anelito, fa si che forse abbiamo qualcosa che altri non hanno: la capacità di costituire un ambito di unità, di dialogo, abbiamo la capacità di unire coloro che altri non riescono a mettere insieme; la possibilità di offrire questo "come" fare le cose, utilizzando il dialogo, in modo tale che l'azione non risulti difficile o escludente, ma al contrario: includente l'altro.

Ed ancora, partendo dalla fraternità scopriamo un altro metodo di lavoro fra di noi e con altri che sentono di attuare nella stessa direzione: questo metodo è il dialogo, il dialogo costruttivo che mostra ciò che ci unisce invece che ciò che ci divide.


Concludendo

Sono sicuro che, in molti dei presenti, continua la stessa preoccupazione di prima, di fronte a sì grande compito. Come dicevo prima, ci sentiamo piccoli di fronte a poteri così grandi.

Credo che ciò succeda forse perché a volte pensiamo che i cambiamenti di questo tipo sarebbero più facili se avessimo in nostra mano un potere decisionale.

Penso che non sia così.
I cambiamenti culturali si fanno partendo dal basso, non partendo dal potere, precisamente perché ci sono cose che non si possono fare "per decreto", che avvengono dal cambiamento profondo che succede in ognuno e che si trasforma in un modo di vivere, in un modo di essere, cioè in una cultura.

Ciò avviene quando il cambiamento raggiunge una massa critica che più facilmente si trasforma in categoria di pensiero, e può penetrare nelle strutture organizzative della società.

Nessun vero cambiamento è avvenuto nella storia, in altra maniera.

Però è questa la grande sfida che ci riunisce oggi qui: può darsi che pensiamo di essere qui per modificare il nostro modo di essere comunicatori o la comunicazione nel nostro ambito. Sì, anche questo, ma non è soltanto questo; siamo qui per imparare ad essere costruttori di una cultura di fraternità.

Una cultura che aiuti a superare il problema che segnalava T. S. Eliot nel 1944, quando diceva che la nostra civilizzazione confonde la sapienza col sapere e il sapere con l'informazione.

Si tratta di applicare ciò che alcuni definiscono le profezie autorealizzate. Quando qualcuno, o un gruppo, oppure una società, sono convinti che tutto andrà male... effettivamente tale profezia si realizza.

Dobbiamo allora provocare la "autorealizzazione" di un altra profezia: il mondo va verso l'unità, sapere che possiamo essere costruttori di unità ed avere lo sguardo fisso verso questo obiettivo finale.

E questo non facendo necessariamente grandi cose, ma sì mirando alla grandezza della meta anche quando facciamo piccole cose.

Si racconta che un giorno, qualcuno s'è messo a visitare una grande cattedrale in costruzione, durante il medio evo. Era una di queste bellissime cattedrali gotiche, con i suoi archi altissimi e bellissimi, che alcuni avranno certamente visto. Questa persona cominciò a chiedere ciò che stavano facendo ad ognuno che incontrava. Lo chiese ad un architetto che stava disegnando e questo rispose: "Sto preparando i piani". In seguito lo chiese ad un falegname che rispose: "Sto preparando l'impalcatura". Fece la stessa domanda ad un "capomastro" che gli rispose:"io sto preparando la calce". Alla fine, rivolto ad un umile muratore che trasportava mattoni, chiese: "Che sta facendo lei qui?" "Io sto costruendo una cattedrale" disse.

Così noi, anche se lavoriamo nell'ambiente più umile, stiamo costruendo la cultura della fraternità.
 

Note 

[1] Cfr. Zygmunt Baumann, La Globalizaciòn, consecuencias humanas. Buernos Aires, 1999

[2] Cfr. Raùl Sohr, Le guerre che si aspettano, Santiago del Chile, 2000, pp. 39-40. L'opinione pubblica mondiale giustificò l'intervento della OTAN contro la Serbia, commossa di fronte ai massacri dei Kossovari, consumati dalle forze serbe. Si parlava di 10.000 morti. Senza dubbio, l'autore riferisce che le squadre della FBI, inviate espressamente per investigare sui crimini di guerra commessi dalle forze serbe, sei mesi dopo il conflitto, non hanno potuto localizzare se non alcune fosse comuni, calcolando centinaia di vittime e non migliaia . D'altra parte si seppe poi che gli stessi kossovari hanno portato a termine compiti di pulizia etnica contro la minoranza serba.  E che la decisione di intervenire in Kossovo sia stata presa anteriormente, è confermato dagli articoli del quotidiano italiano "Corriere della Sera", il primo firmato dall'ex Presidente d'Italia, Francesco Cossiga, nel giugno del 2001 ed il secondo firmato da Massimo D'Alema, capo del governo italiano nel 1998. I due confermano che in realtà dall'autunno del 1998 la OTAN aveva dato al Comando Generale l' "activation order" di un bombardamento in Serbia, in data da definire. In questi senso, anche i negoziati realizzati a Rambouillet nel febbraio del 1999, sono parte del gioco mediatico destinato a presentare come necessario l'intervento militare.

[3] Cfr. Joseph Stiglitz, Il malessere della globalizzazione, Buenos Aires, 2001. pag. 16. L'autore si riferisce maggiormente alle "ricette" economiche del Fondo Monetario Internazionale,  istituzione che è stata considerata come grande diffusore delle idee neoliberali.

[4] Cfr, Alberto Barlocci, Dollari e petrolio, Ciudad Nueva nro. 469, agosto 2006.

[5] Cfr. Alberto Barlocci, De revoluciones y revolucionarios, Ciudad Nueva. Buenos Aires, nro. 485, gennaio 2008, pag. 13,  Intervista alla Sociologa Vera Araujo.