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informazione

di Maria Chiara De Lorenzo

Interdipendenza e fraternità, in cammino verso la riconciliazione

(Testo dell'Intervento tenuto nel corso del sesto meeting online di Comunicare per un mondo unito del 7 febbraio 2009)

Maria Chiara De LorenzoInterdipendenza e fraternità sono due fasi del cammino dell’umanità verso la sua completa riconciliazione (Chiara Lubich). Per arrivare alla riconciliazione, dobbiamo passare dall’interdipendenza fraterna, un aggettivo, quest’ultimo, che cambia la sostanza. Un cammino dunque, un progetto.

Alla riconciliazione le nazioni unite dedicano questo 2009, ricordando che ad essa si arriva con “il dialogo fra opposti a partire da posizioni di rispetto e tolleranza”, e che per raggiungerla sono “indispensabili elementi come la verità e la giustizia”.

In questo percorso, ricorda sempre la risoluzione ONU, è da tenere presente il ruolo dei media nei processi di riconciliazione. Un ruolo enorme, diverso da Paese a Paese.

Sembra di veder comporsi un puzzle, in cui trova posto non solo l’informazione; ma anche il cinema, mezzo potente per leggere la storia e comunicare messaggi forti; le nuove tecnologie, con l’impegno e l’obiettivo di superare il divario digitale e gli squilibri tecnologici fra il nord e il sud del mondo, e così via.

Soffermiamoci adesso sulla categoria dell’interdipendenza, fraterna, applicata al sistema dei media, come cammino preparatorio per arrivare alla riconciliazione. Veniamo da una cultura dell'indipendenza dell'individuo, che da solo sa affrontare il suo ambiente, i nemici, i rivali, le sfide insomma; una cultura ci ha portato ad un individualismo esasperato, all’incapacità di relazionarci con l’altro. Siamo entrati in una cultura dell'inter-dipendenza, in cui emerge il "dipendere" mio dagli altri, e il dipendere degli altri da me, in un intreccio non più eliminabile, che porta a sottolineare anche i valori da mettere in circolo.

Questa “connessione reciproca” riguarda gli Stati, e i singoli, e si può attuare a tanti livelli. Quindi anche fra giornalista, tema da lui affrontato, e con le persone coinvolte nella sua inchiesta; fra regista e suo soggetto; fra creativo e mercato; in tutte le operazioni di comunicazione.

E la condizione è molto forte: non si potrà attuare SE non sarà caratterizzata dal rispetto reciproco, dalla comprensione vicendevole, dal saper far posto gli uni e gli altri alle difficoltà, ai problemi e alle realtà altrui, all’accoglienza dei rispettivi doni.

Come si traduce questo concretamente nel nostro mestiere? Prendiamo il caso dell’informazione.
Due puntate fa abbiamo cominciato a trattare il problema dei “criteri di notiziabilità”, quei criteri di selezione delle notizie applicati esplicitamente o implicitamente in una redazione, tv o carta stampata, in un’agenzia di stampa, e che rendono un fatto “degno” di diventare notizia e uscire dall’anonimato. Questi criteri sono studiati da anni, più nelle università che nelle redazioni, e corrispondono ad una classificazione che non sta più al passo con l’evoluzione in atto.

Quale evoluzione? Quella che oggi va sotto il nome di ‘crisi’, finanziaria, ma non solo, specchio della trasformazione rapida in cui la società si trova, e che investe certamente anche il sistema dei media.
Sulla copertina di Focus di febbraio si legge «(Il bicchiere) è mezzo pieno o mezzo vuoto? Siamo in una crisi vuota di speranze o piena di nuove opportunità? E’ ora di cambiare e innovare o di lamentarsi? Dalla risposta che diamo in situazioni come queste, spiegano gli scienziati, dipende il nostro futuro».
Noi propendiamo per la risposta A: è ora di cambiare. Dello stesso parere sembra essere Edgar Morin, noto sociologo francese, che in una recente intervista afferma: “i crolli dell’economia e della finanza sono una ‘straordinaria opportunità per liberarsi dal pensiero unico. Oggi la crisi può aprire di nuovo le menti”.
Di fronte a questa situazione dovremmo ammettere che i vecchi criteri, che pur dettano spesso ancora legge, da soli sono un po’ stretti, inadeguati, spesso complici, e non danno ragione del cambiamento. Per esempio, la maggior parte delle notizie che riguardano «l'altra metà del pianeta» finiscono per dare un'immagine molto deformata della realtà di quei paesi. Il rapporto ineguale nelle fonti (fino a pochi anni fa le agenzie stampa in Africa si contavano sulle dita di una mano) nella gestione, nella circolazione delle informazioni, si traduce, in una falsificazione dell'immagine. Ne aveva parlato Massimo Ghirelli, dell’Archivio dell’immigrazione del Ministero degli esteri italiano, alle Giornate dell’Interdipendenza a Firenze lo scorso novembre. Era giunto alla conclusione che indossiamo delle lenti deformanti, veri e propri vizi dell'informazione, che spesso operano a livello inconscio, con effetti ancora più negativi.

Parlare oggi di un aggiornamento dei criteri di notiziabilità, è pari alla rivoluzione che nel campo dell’informatica è in atto con il software libero, ed è un’esigenza comune a giornalisti che in varie parti del mondo continuano a credere al loro mestiere.

Su questa base si impone anche nel campo dell’informazione “la scelta del dialogo rispetto a quella dell’egemonia”, “la via della condivisione rispetto a quella della concentrazione di risorse e saperi in una sola area del mondo”. E l’interdipendenza viene così ad essere annoverata fra i nuovi criteri di notiziabilità. In affiancamento a quello tradizionale della “vicinanza”.

Ne abbiamo parlato ad Intermediando, esponendo il frutto di un lavoro portato avanti da un giornalista Rai, Piero Damosso, sviluppato nel lavoro di riflessione di NetOne e a livello universitario.

Il criterio tradizionale della vicinanza è in via di profonda trasformazione: cosa è “vicino” alla luce della globalizzazione economica e finanziaria, dell’interconnessione telematica, dei processi migratori?
La crisi del Medio Oriente, le decisioni dell’Unione Africana, o il World Social Forum possono e devono coinvolgerci tutti come i fatti più scottanti della politica di casa nostra. Dunque, al criterio della vicinanza, va affiancato quello dell’interdipendenza, come principio di responsabilità. Tutto ci riguarda, tutto ci tocca.

Se ripensiamo questo criterio, ne consegue un’apertura maggiore verso l’altro, quell’apertura mentale di cui parla Edgar Morin. Tutto il sistema mediatico deve fare i conti con questo nuovo orizzonte delle persone, ritrovare equilibri nuovi tra dimensione locale e globale; sperimentare nuovi modi di comunicare l’identità e l’altro, diventato così “prossimo”; riconoscere nuove cittadinanze non necessariamente legate al proprio territorio d’origine.

In un’intervista rilasciata a Michele Zanzucchi, il massmediologo francese Wolton ricorda come tutti abbiamo approfittato della globalizzazione, ma adesso ci accorgiamo anche dei conflitti culturali che si sono scatenati. Come quello dell’occidente col mondo arabo-musulmano. Esso mette allo scoperto il meccanismo solo occidentale dietro la concezione della cultura e della comunicazione imperante. Siamo quindi obbligati, per non scatenare il conflitto, a valorizzare le singole culture, dal basso e non solamente dall’alto. Wolton fa l’esempio della diffusione dei media nei paesi arabo-musulmani, che ha fatto crescere la legittimazione di queste nazioni, sviluppando delle vere e proprie “filosofie” che informano i media arabi, indiani, cinesi…

In questa mutua apertura e dipendenza, l’affermazione della mia identità non può avvenire né per difesa, né per opposizione. Si raggiunge piuttosto attraverso la comunione, delle risorse, delle virtù civiche, delle caratteristiche culturali, delle esperienze politico-istituzionali.

Diventare quindi cittadini globali. Ancora nel 1970, molto prima che la parola globalizzazione entrasse nei dizionari, Chiara Lubich affermava, davanti ad un piccolo pubblico internazionale: “noi siamo l'umanità se abbiamo dentro tutte le culture”.

E forse anche noi in piccolo, con questa interconnessione mondiale, possiamo sperimentarlo. Lo ha affermato anche Benedetto XVI nel recente messaggio per la Giornata delle comunicazioni sociali: quando ci apriamo agli altri, noi portiamo a compimento i nostri bisogni più profondi e diventiamo più pienamente umani.

Una sfida appassionante e già in atto! Buon lavoro a tutti!