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informazione

di Gianni Bianco

Tra le macerie, la speranza

(Intervento tenuto nel corso dell'ottavo meeting online di Comunicare per un mondo unito del 6 giugno 2009) 

E’ banale e quasi scontato. Ma nella pratica dell’informazione televisiva spesso ci si dimentica proprio della regola fondamentale, la prima da ricordare quando si fa questo lavoro. E cioè: il rispetto dell’altro.

Impossibile capire i bisogni di chi ci sta di fronte, farlo sentire a suo agio, lasciando poi che si apra e si racconti, senza partire da qui: dal considerare che la dignità dell’altro vale più di ogni altra cosa. Più di uno scoop, più di una immagine che buca il video. Se non c’è rispetto, l’altro si riduce a strumentale oggetto, attore involontario di un film al quale non ha chiesto di partecipare, comparsa senz’anima e senza storia, faccia buona solo per fare ascolti.

Chi vive in Italia collegherà subito queste mie considerazioni al principale evento di cronaca che da due mesi riempie i nostri palinsesti tv. Il terremoto in Abruzzo. Una forte scossa a un’ora e mezza di auto da Roma, 300 morti, migliaia di feriti, 70 mila sfollati, intere città rase al suolo. Nella recente storia d’Italia bisogna andare indietro di trent’anni per rintracciare un disastro naturale di dimensioni paragonabili a questo.

Dunque, una notizia che meritava (almeno in parte) le ore e ore di diretta dedicatele per settimane da tutte le reti pubbliche e private. Ma il problema è stato il “come”, la qualità del racconto, la sensibilità usata nei confronti dei protagonisti di questa enorme tragedia. Nel viavai di troupe tv di tutto il mondo, pullman regia, auto blu per le troppe passerelle dei politici, non pochi hanno perso il senso della misura. Si è visto di tutto: privacy degli sfollati violata senza pudore, telecamere intrufolatesi ovunque, immagini di morte mandate in onda senza riguardo per le vittime, domande senza senso rivolte a gente sfregiata da un dolore che lasciava senza fiato e senza parole.

C’è però anche chi, davanti a questa esperienza umana e professionale così ardua e avvincente, ha risposto in maniera diversa. Michele Zanzucchi in un suo recente editoriale su Città Nuova, racconta la storia di quello che definisce un piccolo eroe, ”spedito pochi minuti dopo il terremoto a L'Aquila, preceduto dal suo cameraman. Questi, tutto fiero, s'è presentato ansimante al regista: aveva filmato sangue, cadaveri, mani mozzate, bimbi con gli occhi chiusi dalla polvere della morte. Ebbene, il nostro piccolo-grande regista ha preso la cassetta, l'ha rigirata tra le mani. Poi l'ha aperta, distruggendola all'istante, prima ancora di poterne visionare il contenuto. Quindi ha detto al suo cameraman allibito: E ora vai a fare il tuo lavoro. Umano, per favore”.

Un esempio, che posso testimoniare, altri hanno seguito. Racconto tre episodi che sono capitati a me personalmente.

Ero con un cineoperatore molto bravo ed esperto che aveva già lavorato in contesti di guerra. Eravamo in cima ad un paese dove c’erano state cinque vittime, tre bambini. Le case non c’erano più, solo macerie. Mentre io parlavo con alcuni cittadini, il mio collega notò un diario. Era quello di una ragazzina tredicenne che lì aveva trovato la morte. Era aperto proprio sulla pagina del giorno del suo compleanno. Che farne? Riprenderlo, non mostrare l’immagine? Ci sembrava che il vento l’avesse aperta su quella pagina. Non lo toccammo, non lo portammo con noi, anche se avremmo potuto ricamarci parecchio. Era un fatto, ma non potevamo inquinare quella realtà. Lo riprendemmo e lo lasciammo lì. Ci sembrava che quella pagina potesse esprimere i sogni, la storia di questa ragazzina.

Il giorno dei funerali poi ci fu una grande cerimonia a L’Aquila la città più grande fra quelle colpite dal terremoto. Furono organizzati pullman per portare i familiari alle esequie. A me toccò raccontare il funerale dalla prospettiva di un piccolo paese, uno dei simboli del sisma, 300 abitanti, 40 morti. In mattinata vidi che in una tenda alcuni anziani stavano guardando la funzione in tv. Mi avvicinai a telecamera spenta chiedendo se volessero dirmi qualcosa. Ma vidi solo volti scolpiti dal dolore. Impietriti, incapaci di proferire parola. Così riprendemmo la scena di spalle, da un distanza di almeno trenta metri. Al pomeriggio tornavano i familiari. Che fare? Li avrei intervistati al rientro, magari mentre scendevano dalla scaletta dell’autobus, come calciatori che si avviano allo stadio? E per chiedere loro cosa poi? Ero in subbuglio, non avevo intenzione di farlo, ma ero confuso. Mi confrontai allora con un altro inviato più esperto, anche lui lì sul campo. Decidemmo cosa fare: ripresa da lontano, il loro rientro andava comunque raccontato. Ma tenendo i microfoni spenti, e dichiarando apertamente nel pezzo la nostra scelta: “per rispetto, ci siamo tenuti a distanza, e abbiamo fatto silenzio”. Una scelta poi apprezzata da molti telespettatori e colleghi.

Un ultimo episodio. Quello che, dopo tanti anni, porto nel cuore come uno dei quelli che mi hanno confermato il senso del lavoro che svolgo, il valore di servizio che la professione giornalistica porta con sé.
Per una rubrica del telegiornale che sarebbe andata in onda il giorno di Pasqua all’ora di pranzo, mi era stato chiesto di cercare una storia esemplare del terremoto. Avrebbe avuto molto spazio, dodici-quindici minuti, un tempo infinito per gli spazi sempre ristretti dei palinsesti. Una grande responsabilità, ma anche una grande occasione per raccontare in un’altra maniera la tragedia. Individuai un ragazzo, Vincenzo, provai a proporglielo, mi disse di sì, ma quando ci vedemmo per girare l’intervista era molto titubante. Aveva remore anche per il comportamento delle tv in quei giorni. La sua casa era stata distrutta, si era salvato per miracolo assieme ai suoi due figli e alla moglie. Nel suo paese c’erano state decine di vittime, anche i suoi vicini di casa erano morti sotto le macerie.

Gli feci capire che se non se la sentiva, avrei rispettato e capito la sua decisione. Ma con delicatezza, cercai anche di fargli comprendere quanto la sua storia avrebbe potuto raccontare, fino in fondo, senza filtri, a testa alta, con le parole che lui avesse ritenuto più opportuno, il dolore di tutti gli altri suoi compaesani. Stemmo insieme un’ora e mezza, quella che andò in onda fu un’intervista molto bella, intensa, senza concessioni al dolore esibito, ma vera e molto profonda.

Una settimana dopo venni contattato da un collega. Era stato inseguito per giorni dal responsabile di un’associazione industriale che era rimasto colpito dalla storia ascoltata in tv. Cercava qualcuno che potesse metterlo in contatto con l’uomo dell’intervista, di professione falegname, perché voleva far qualcosa di concreto per rilanciarne l’attività. Dopo averli messi in contatto, Vincenzo mi richiamò. Era commosso, e non solo per l’aiuto che avrebbe ricevuto, ma soprattutto perché mi diceva “non avrei mai pensato che la tv potesse far questo, coinvolgere, emozionare, e spingere all’azione anche chi non mi ha mai conosciuto di persona”. Anch’io avevo il groppo in gola. Era una conferma. Fare il giornalista aveva di nuovo un senso se, anche tra le macerie, crescono semi di speranza.