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di Isabel Gatti

La comunicazione comunitaria in America Latina

Isabel Gatti

(testo dell'intervento tenuto al gruppo di comunicatori riunitosi a O'Higgins il 4 novembre 2008 - traduzione dallo spagnolo di Rino Chiapperin)

L’America Latina è l’incontro e lo scontro, frutto dell’epoca della colonizzazione, dei processi migratori, dell’imposizione del progetto moderno, che ha lasciato come eredità zone di sviluppo diseguale, grandi masse di popolazioni in condizioni di povertà e povertà estrema.

Creatività, iniquità, solidarietà, esclusione sociale, senso della comunità, dipendenza, speranza: questo è il nostro contesto culturale.

Lo sviluppo dei progetti politici popolari nel continente, fra gli anni ’60 e ’70, sullo sfondo di correnti di liberazione nazionale e in piena vigenza di uno “Stato Benefattore”, hanno favorito lo sviluppo di politiche di partecipazione sociale, orientate a ridurre le spaccature e garantire diritti posticipati.
Questa è la cornice culturale necessaria per parlare di ciò che alcuni chiamano: “l’altra comunicazione”: la comunicazione alternativa, la comunicazione popolare, la comunicazione comunitaria.
La prima affermazione che possiamo fare, è che stiamo parlando di due logiche diverse1:
- i mezzi di massa si preoccupano dell’attualità dell’informazione e cercano, mediante il frequente rinnovo di ciò che comunicano, di riattivare l’interesse della propria audience;
- i mezzi comunitari si orientano verso una funzione educativa e di coscientizzazione dei propri diritti e necessità, delle proprie identità territoriali. La comunicazione comunitaria ha un altro ritmo: quello della famiglia, dell’educazione dei propri figli, delle prospettive di crescita economica e talora della disoccupazione.

La riflessione sulla comunicazione popolare, alternativa o comunitaria, sorge negli anni ’60 , molto legata a quelle che nell’ambito sociologico sono state chiamate “teorie della dipendenza”.
In questo decennio era molto evidente l’ingerenza degli Stati Uniti nei sistemi politici latino americani. L’”Alleanza per il progresso” fissava la rotta dello sviluppo: l’incorporazione di tecnologia e l’indicazione del proprio modello di crescita come l’unico possibile e raccomandabile. La concentrazione economica corrispondeva alla concentrazione mediatica, articolata in diverse maniere in ogni Paese.


Possono evidenziarsi come pionieri in questa traiettoria teorica e pratica, le linee sviluppate da Francisco Gutierrez, Mario Kaplun, Rosa Maria Alfaro, Regina Festa, Daniel Prieto Castillo, tra altri.
Queste prospettive si fondavano in una posizione critica verso i massmedia dominanti e proponevano di creare spazi alternativi di comunicazione. Consideravano la comunicazione come un fatto culturale e la sua mobilità aveva l’imperativo di dare voce ai settori storicamente ammutoliti.
Questo stato di cose ha fatto riflettere molte persone sulla possibilità di utilizzare i mezzi con un’altro senso.
Qui faccio presente il lavoro di Antonio Pasquali. Il suo lavoro teorico consiste in uno sguardo antropologico sulla comunicazione, per portarci alla sua realtà più essenziale, e cioè che la comunicazione è , al di là dei mezzi di trasmissione, una comunicazione fra persone. L’importanza di questo studioso sta nell’aver saputo trasmettere le sue proposte teoriche di comunicazione alternativa allo Stato, mediante il progetto “Ratelve”.

Questi gruppi definivano la comunicazione alternativa: come insieme di pratiche comunicative che cercano opzioni trasformatrici della realtà sociale, con un progetto alternativo di società.
L’America latina è attraversata da molte reti di comunicazione comunitaria; basta pensare l’ALER formata da 300 radio che hanno portato avanti campagne di alfabetizzazione, di evangelizzazione e di sviluppo locale in tutto il continente, mediante le reti di Fede e gioia dei Gesuiti, o i canali comunitari della televisione.

Queste esperienze si caratterizzano nell’avere2:

A) Gruppi di destinatari differenziati. Ciò permette di stare più vicino alle necessità reali.
B) Una relazione più prossima fra il mezzo e i destinatari.
C) La partecipazione collettiva al mezzo di comunicazione. La comunità dei
ricettori incide nella programmazione ed in molti casi sono essi stessi i produttori degli spazi.
D) Mezzi poveri ma con un’alta vocazione di servizio in relazione alla comunità di origine.
E) Comunicazione e educazione basate sulla partecipazione.
F) Orientamento attivo verso pratiche di trasformazione sociale.
G) Insegnamento della comunicazione: tensione verso la qualità in tutto il processo comunicativo.

La riflessione posteriore, particolarmente degli autori come Garcia Canalini e Jesus Martin Barbero ha messo in questione un certo manicheismo presente in queste proposte. Molte volte si presentava l’alternativo come il luogo del buono e il mediatico come l’incarnazione del male, mentre, in realtá, ciò che si osservava erano pratiche trasformatrici e riproduttive simultaneamente. Né la dominazione era totale, né le pratiche popolari erano totalmente rivoluzionarie.

Non possiamo tralasciare di menzionare il ruolo della Chiesa in questi processi. Forse, come nessuna altra istituzione, la Chiesa ha utilizzato la comunicazione come mezzo per lo sviluppo integrale, promuovendo la dignità della persona umana. A partire dalla Conferenza Episcopale di Medellin si ha la nascita delle comunità ecclesiali di base. Mons. Helder Camara, Mons. Romero, Mons. Proano (400 radio in mano a comunità originarie) hanno utilizzato la comunicazione comunitaria per rafforzare le loro proposte, per salvaguardare i diritti umani.

Ad es. la Radio Pio XII della Bolivia, nei suoi 48 anni di vita, ha trasmesso molteplici esperienze di promozione comunitaria. Nella sua pagina Web c’è una affermazione che può essere la sintesi del suo credo: “Quando i profeti dei potenti ci hanno raccontato che “la storia è arrivata alla sua fine”, la Radio Pio XII non ha creduto alla storiella e ha deciso di andare contro corrente. Si aggrappò alla sua fede e disse: è possibile che sia diverso, è possibile costruire una comunità e una società migliori, è possibile costruire un sogno collettivo differente”

Gli anni ’80 hanno portato la democrazia e con essa una certa rinascita di queste proposte. FM_Reconquista che recentemente ha compiuto 20 anni di trasmissione ininterrotta, si trova dentro a questo gruppo. Molti conosciamo questa esperienza perché è stata raccontata nel Congresso “Comunicazione e unità” del 2000.

Gli anni ’90 si caratterizzano nel nostro continente per il trionfo di una egemonia neoliberale che ha riordinato le società, creando un mercato mondiale che può esser definito di globalizzazione o mondializzazione. La novità di questo periodo è l’articolarsi di nuovi movimenti sociali che in forma globale e locale rendono presente una nuova visione sul nostro presente culturale.

In questo contesto sono rinati gli studi sulla identità, la costruzione di cittadinanza e le articolazioni fra il locale e il globale.

Oggi, la comunicazione comunitaria è arrivata su Internet e questo ne ha potenziato in grande misura molte azioni. Si costituiscono reti per rafforzare l’incidenza sociale, come: Farco (Federazione Argentina di Radio Comunitarie) , la Coalizione per una Radiodiffusione Democratica.

Per concludere, in questi spazi, troviamo che:
• Si è messa in risalto la necessaria inculturazione che ciascun mezzo, ciascun comunicatore deve realizzare di fronte a qualsiasi proposta.
• D’altro lato è cambiato l’essere “alternativo di…” o “contro di …” per una visione più ampia, per dare maggior forza “al fare con… cominciando da …”, articolando l’agire concreto con molte istituzioni della società civile.
• Come in nessun altro spazio emerge l’impegno di una comunicazione informata da principi etici in tutte le istanze del processo di comunicazione: produzione, circolazione e consumo.
• C’è un’alta considerazione della reciprocità nella costruzione comunitaria della trama sociale.

(Isabel Gatti, laureata in Scenze delle Comunicazione Social presso L'Universitá di Buenos Aires, si è specializzata in comunicazione comunitaria e in pedagogía della comunicazione. Docente in diversi livelli educativi formali e non formali, ha scritto alcuni libri su una visione della comunicazione sociale e istituzionale che pruomova la dignitá umana. Attualmente lavora su temi di cittadinanza e incidenza nelle politiche publiche)

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1García Canclini, Nestor, Culturas híbridas, Grijalbo, México, 1990.

2Cfr. BERRIGAN, Frances. J. La Comunicación comunitaria Paris, 1981.UNESCO.