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Ginevra, giugno 2003

"Fare giornalismo: stato d’animo"

Contributo di Alain Dupraz – giornalista Tribune

Saint-Exupéry: "Ho bisogno di un cammino, non di un muro" (in "Citadelle", chap. CLXX)
Se ti erigi come un ostacolo, non so che farmene di te. Se ti offri a me come un cammino, grazie a te posso andare più lontano. Essere giornalista è essere via che permette agli altri di andare gli uni verso gli altri.

Fare questo mestiere esige alcune condizioni, in cima alle quali metto questa:
Il gusto della verità.

In un mondo che straripa di molteplici informazioni, più o meno approssimative, visioni deformate o francamente manipolate, il giornalista deve assolutamente avere questa ‘sete di verità’. Perché il giornalista è un cercatore, un ‘cercatore di verità’. Si sforza di cercare la verità negli avvenimenti per dare poi al suo articolo, che trasmette l’avvenimento, una forma, un’inquadratura, un punto di vista, uno stile di scrittura che sia vero, il più vero possibile. Evidentemente non parlo di una verità filosofica con la V maiuscola, ma delle piccole verità contenute nella vita di tutti i giorni. Il giornalista locale, che riporta fatti vari, lo specialista in economia o in politica, il giornalista culturale, ecc. hanno tutti, ogni giorno, piccole frodi da scovare, e piccole verità da esumare nelle situazioni che esaminano per riportarle. Queste verità, sono briciole di verità, e si possono trovare dovunque a patto di volerle veramente cercare. Dobbiamo restar coscienti che queste verità restano sempre parziali e limitate, malgrado tutti gli sforzi per renderle più complete possibili. Una seconda convinzione: ogni vita ha la sua parte di verità. La vita di un portinaio o di un gendarme, di un direttore iperattivo o di un disoccupato inattivo, di un operaio, di un commerciante o di un padre o di una madre di famiglia, nella loro banalità, contengono – spesso anche all’insaputa della persona interessata – qualcosa che parla agli altri, che sono i lettori del mio giornale. Qualcosa da cercare e riportare.

"L’autocorrezione"

In questa ricerca costante, il giornalista deve darsi alcune regole di vita. Innanzitutto questa: deve fare costantemente un lavoro che definirei 'di autocorrezione', e cioè: verificare costantemente se l'intenzione che lo anima è questa sete di verità, che deve restare la base, la motivazione principale affinché la ricerca della verità non sia distorta da fattori che alterano il suo sguardo. I fattori di deviazione possono essere molteplici: la ricerca dello scoop, il carrierismo, il desiderio di piacere a X o a Y influenti nel mio ambito professionale, sociale o familiare, la difesa di un gruppo di interesse particolare (l'associazione dei banchieri, degli omosessuali, del football, delle Chiese, ecc.) o semplicemente motivi sentimentali o passionali, in rapporto a una causa o a persone. Si potrebbe paragonare questo lavoro alla fabbricazione di un vetro per fare una finestra. Il materiale di origine non è per nulla trasparente, ha bisogno di essere purificato attraverso diverse tecniche per diventarlo. E se vi resta un difetto, il vetro disturba la vista, deforma la percezione degli oggetti situati dall'altro lato.

L'umiltà

Purificare il mio sguardo, dunque. E per questo, convincersi ogni giorno che tutto quello che so non vale nulla se credo che questo mi garantisce un giudizio sicuro. E' vero che l'esperienza mi aiuta nel giudizio, ma non mi deve mai dare la sicurezza di conoscere la verità delle cose, delle situazioni, degli avvenimenti che costituiscono la vita degli uomini. "Il saggio sa che può apprendere anche dal più ignorante degli uomini" ha detto Lao Tseu. Così il giornalista deve restare umile, sapendo che quello che sa, quello che ha imparato dalla vita, rimane poca cosa, non è che un'infima parte di verità estremamente ricche, molteplici e complesse che costituiscono la vita dei sette miliardi di persone che compongono la popolazione del pianeta-villaggio su cui abitiamo per un periodo.

Svuotarsi di se stesso

A questo proposito, una piccola esperienza dei miei inizi, 25 anni fa. Giornalista freelance, dovevo coprire la conferenza di un americana di passaggio a Ginevra, responsabile dell'associazione 'vivere come prima' (un'associazione che dà sostegno psicologico alle donne che hanno subito l'asportazione di un seno a seguito di un cancro). Individuando la relatrice, mi è parsa insipida e il suo intento insignificante. Che cosa alterava il mio sguardo? Il fatto che era americana? Che era troppo truccata per il mio gusto? Che il suo problema fisico non riguardava minimamente la mia mentalità mascolina, senza dubbio un po' maschilista. Che ne so io? L'ho ascoltata con orecchio distratto, convinto che non ne avrei tirato granché da quella serata, solamente alcune righe per giustificare il salario di quella serata persa. E poi ho capito che ero fondamentalmente disonesto. Ero là per redigere un articolo su un avvenimento, e non facevo niente per comprenderlo. I pregiudizi mi impedivano di entrare nella realtà della serata, si ergevano come una barriera tra me e questa persona. Senza far nulla di molto cattivo, ero fermo in un atteggiamento sbagliato: verso la relatrice sulla quale avevo formulato un'opinione ancora prima di averla sentita parlare; verso il mio datore di lavoro, che mi pagava per capire quello che succedeva e darne un resoconto fedele; infine verso i miei lettori futuri ai quali mi apprestavo ad offrire un testo svisato dai miei pregiudizi e dalle mie distrazioni. Suppongo che sia questo genere di atteggiamento, purtroppo molto esteso, a far sì che un certo numero di articoli giornalistici, senza che li si possa rimproverare di essere manifestatamene falsi, sono insignificanti, vuoti, non danno nulla al lettore. Ho allora capito che avrei dovuto sempre espellere dalla testa tutti i pregiudizi, svuotarmi di tutte le idee preconcette, per concentrarmi sull'argomento da trattare, al fine di entrarvi dentro, per capirlo e riportarlo. Cosa che ho fatto quella sera. Ho capito così che, al di là di aspetti a prima vista superficiali, il fatto di vivere una qualsivoglia mutilazione di una parte del proprio corpo può creare gravi problemi di ordine psicologico, può essere un vero problema, una sorgente di dolore. Quello dunque è un indizio, un indicatore di quella verità che il giornalista deve cercare. Perché dove c'è sofferenza, lì si trova vera, profonda umanità.

Conoscere il mondo

Quella sera dunque sono riuscito ad entrare nell'umanità di qualcuno e ho scoperto una nuova dimensione di umanità. La realtà profonda di una sola persona , questa che mi era davanti, che fa parte di questo largo insieme di sette milioni di abitanti del pianeta-villaggio che compone l'umanità - mi ha insegnato l'umanità. Da qui l'importanza di non escludere mai chicchessia, se si vuole imparare l'umanità, conoscere il mondo. E' questo quello che un giornalista deve sempre fare. E questo richiede un costante sforzo di ricominciare, molta umiltà, una grande 'agilità' di spirito. Ma è estremamente formativo. E' la migliore via, senz'altro la più diretta, per conoscere il mondo. L'umiltà non è una qualità indispensabile a fare tale mestiere? Per parlare degli affari del mondo, bisogna iniziare a conoscerne il funzionamento, che non è solo un problema di comprensione intellettuale. La conoscenza del mondo passa anche, in primo luogo, da una esperienza di umanità: conoscere quello che costituisce la gioia e il dolore di un essere umano, di un popolo, in una data situazione. E per penetrare bene in queste vicissitudini, occorre saper restare umili. E poi, bisogna anche dire una cosa dal mio punto di vista molto importante. Al processo di conoscenza dell'altro, che implica che io mi svuoti di quello che sono (le mie idee e anche le mie passioni, i miei sentimenti, le mie inclinazioni), si potrebbe obiettare che il giornalista, invece di svuotarsi, dovrebbe utilizzare tutto il suo bagaglio, il suo sapere, per poter dare un giudizio adeguato sulle persone. O altrimenti, rischia di formulare un giudizio insignificante o falso, o di farsi manipolare.

L'osservatore attento è 'attivo'

E invece no, è proprio il contrario secondo me. Perché quando dico che mi svuoto di tutto quello che sono, si tratta di un'attitudine (psicologica) che non impedisce assolutamente che io conservi il mio bagaglio, il mio sapere. Lo conservo, ma ne faccio astrazione. Devo assolutamente farne astrazione per entrare nell'altro, perché non si può entrare da qualcuno senza lasciare il bagaglio nel guardaroba. E poi, quando sono in casa sua, se continuo a fare astrazione dal mio bagaglio, non è che guardi di meno l'arredamento interno con i miei occhi che ne percepiscono i colori e le forme; io intrattengo una relazione con questa persona grazie alla mia bocca e alle mie orecchie, alla mia intelligenza, alla mia sensibilità. Restando passivo, 'osservatore', sono in effetti 'estremamente attivo'. Del resto è grazie alle mie qualità umane che posso cogliere chi è l'altro, che posso raccogliere che cosa ha di meglio da dare. E per finire, devo essere proprio io a giudicare il valore di quello che mi dona? Non sta prima di tutto al lettore dire quello che ciò vale? Il mio ruolo di giornalista non è prima di tutto quello di riportare, di trasmettere?

"Ripulire la propria umanità"

Per questo lavoro, l'immagine di un tubo è esplicativa: più le sue pareti sono lisce e pulite, più l'acqua che lo attraversa passa facilmente. Se sono sporche, l'acqua che ne esce è sporca. Così il giornalista. Trasmette quello che osserva con la sua umanità. Se è pulita, quello che trasmette sarà più o meno fedele. Se non lo è, i suoi articoli saranno inquinati, in un modo o un altro, dalla sporcizia.

Dall'etica alla morale

E poi, il giornalista può fare ancor meglio. Mi è capitato talvolta di sentire: "Il suo articolo è eccellente. Ha scritto quello che non riuscivo a dire; ha trovato le parole giuste per dire quello che volevo dire". Per riprendere l'esempio dell'acqua, mi ricordo di una sorgente in un podere che mio padre, un coltivatore, possedeva. Un giorno decise di utilizzare l'acqua sporca che affluiva dalla terra. Costruì un canale di pietre, di ciottoli e di sabbia. Ne uscì un'acqua pura, che si poteva bere. Il mio sguardo di ragazzino era meravigliato: da uno stagno fangoso, mio padre aveva fatto una sorgente viva. Così il giornalista. Può aggiungere al suo lavoro una volontà di fare bene che supera il quadro del 'minimo servizio' che gli è chiesto. Può andare più lontano.- Può darsi che sia questo a superare il quadro deontologico della professione per entrare nella sfera morale. - Egli può a volte contribuire a purificare l'acqua che è incaricato di trasmettere. Mi è successo talvolta di non scrivere articoli dopo aver trascorso non poco tempo a cercare la verità. Un giorno è stato perché il padrone di una piccola impresa - di cui avevo stabilito che violava gravemente la legge sulle condizioni di lavoro, perché i suoi locali erano sinceramente insalubri per i suoi operai - mi supplicava di non scrivere nulla perché, nella situazione delicata in cui si trovava esattamente in quel momento, l'articolo, forzatamente negativo per lui, poteva far fallire la sua impresa. Si è impegnato ad installare le toilette necessarie al suo personale, soprattutto alle donne della manifattura (cosa che ho verificato qualche tempo dopo) e mi sono astenuto dallo scriverne.

Il premio Templeton

Tre anni fa ho ricevuto un premio dalla fondazione Templeton per sottolineare la qualità di una serie di articoli scritti in occasione dei duemila anni del cristianesimo. In quell'occasione mi è venuto da dire che il più grande giornalista che la terra abbia mai avuto, era a mio avviso Gesù Cristo. Perché quell'uomo non conosceva né Internet, né la TV o la radio, non aveva giornali a sua disposizione, né registratore per conservare i suoi discorsi. Come mezzo di comunicazione aveva solo il suo corpo di uomo: la bocca per parlare e i piedi per andare incontro alla gente. Tuttavia il suo discorso era così profondamente umano e vero che ha attraversato i secoli. Le sue parole hanno avuto influenza sulle generazioni a tal punto che milioni di persone continuano ad ascoltarlo, due mila anni dopo. Sta lì senza dubbio, per tutti i giornalisti che vorrebbero che i loro articoli fossero letti e evidenziati, il miglior esempio dell'influenza che può esercitare qualcuno che è vero, con se stesso e con gli altri.

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