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Parma, 8/2/2003

Incontro "Per una cultura del dialogo: l'esperienza della rivista Città Nuova"

intervento di Maria Rosa Logozzo

Oggi vorrei parlare sì di comunicazione, ma da una particolare angolatura. "Nel riflettere sui mezzi di comunicazione sociale, dobbiamo affrontare onestamente la questione "più essenziale" sollevata dal progresso tecnologico: se, come risultato, la persona umana sta diventando veramente migliore" così si legge nel documento etica nelle comunicazioni sociali del Pontificio Consiglio delle comunicazioni sociali nel giugno 2000.

Nell'attuale immaginario collettivo come appare una persona ‘migliore’? Bella, sicura di sé, di successo, piena di soldi, manager che può fare il bello e il cattivo tempo, con un rapporto di coppia idilliaco o una famiglia felice, risplendente di salute, che vive in una natura incontaminata e mangia cibi sani. Beh, può succedere che soffra di mal di testa o indigestione ma per meno di un attimo perché con la pastiglia passa e si torna in piena forma. È questo il senso del 'meglio' che assimiliamo senza accorgersi dall'aria mediatica che, volenti o no, tutti respiriamo. Per carità, non voglio negare che anche queste cose possano contribuire a migliorare l'uomo se adeguatamente equilibrate con la realtà di tutti i giorni, ma non sta in esse il nocciolo della questione.

Ma allora, in quale prospettiva il progresso tecnologico dei media può rendere l'uomo migliore? Come ormai molti studi sociologici e antropologici affermano da più tempo, qualsiasi società in ogni epoca - ma oggi ciò è più evidente - ha come suo elemento costitutivo una relazione, un comunicare. L'essere umano stesso è persona in quanto capace di rapportarsi con altri. Ed è proprio nella vita di relazione che egli attinge stimoli per la sua crescita, sin dal concepimento e poi per tutto il corso della vita. Il diventare ‘migliore’ implica anche imparare sempre di più a comunicare, a ‘darsi’ ad un diverso da sé e a ricevere da un diverso da sé. "lo sviluppo dell'umanità è come un'architettura di momenti relazionali, un'architettura estremamente dinamica. La crisi sopravviene -così ha scritto McLuhan - quando il dialogo, le relazioni interpersonali tendono ad impoverirsi" .

È questo il campo in cui l'innovazione tecnologica può intervenire, può farlo in senso positivo ma anche in senso deleterio.
Le nuove possibilità dei media fanno sì che lo scambio comunicativo non sia più solo 'con quelli di casa', quelli del proprio gruppo sociale, della propria cultura, ma ci si trovi gomito a gomito, in territori virtuali che non hanno alcun riferimento geografico, con persone che non avremmo mai conosciuto altrimenti.
Questo incontro-relazione avviene: o attraverso la TV, ormai - grazie ai satelliti - non solo quella della nostra nazione, o attraverso i giornali - pubblicati su web portano un'edicola internazionale in casa nostra -, o più personalmente in un tu a tu via internet… e sono solo alcune delle tante possibilità odierne.
Ingenuamente si potrebbe pensare: meraviglioso! La conoscenza e la familiarità tra gli uomini si accresce, tutto sta evolvendo in positivo. Ma non è proprio così.

Sentite cosa osserva Wolton (è un articolo pubblicato su una rivista francese nel gennaio2000, che si intitola Necessità di un progetto sociale ). Egli mette in evidenza il fatto che molti oggi si ingannano al pensiero che i media, migliorandosi continuamente in quanto a tecnologie di comunicazione, per se stessi e da soli riusciranno a risolvere i problemi di comunicazione tra gli uomini. E dice: "Il problema sta nel fatto che non c'è rapporto diretto tra i due tipi di comunicazione. La comunicazione umana e sociale è molto più difficile, richiede tempo, condivisione di lingue e valori, condivisione di ideali e un minimo progetto comune (...) Se il mondo è un 'villaggio globalÈ in quanto a tecnologia, non lo sarà mai sul piano sociale e culturale. Si arriva anzi a un destino contrario: più le distanze sono abolite, più si vede con facilità quello che separa le culture, le civiltà, i sistemi filosofici e politici. E più occorre sforzo per tollerarsi reciprocamente. Più la tecnologia elimina le frontiere di tempo e spazio, più si evidenziano difficoltà di comprensione reciproca e più è difficile risolverle".
Non vi pare che siano problemi analoghi a quelli che incontriamo tutti i giorni quando ci troviamo a comunicare con chiunque è un diverso da noi? e per comunicazione io intendo qualsiasi espressione che ci mette in contatto con qualcuno.
I media, però, estendono la problematica su più vasta scala. Vi porto un esempio. Secondo un'indagine Censis del 2002 su immigrati e minoranze etniche nei media, se si guarda agli argomenti affrontati in televisione quando si parla di immigrati o stranieri si scopre che in prevalenza si tratta di "criminalità/illegalità" (56,7%), seguita (ma da lontano) dalla voce assistenza/solidarietà (13,4%) e da immigrazione (8,0%).
Ciò contribuisce a rendere i cittadini italiani diffidenti nei loro confronti.

Come è stato detto io faccio parte di un osservatorio sulla comunicazione che si chiama NetOne. È una realtà nata da poco più di due anni a seguito di un Convegno internazionale dal titolo "Comunicazione e unità - i media nella prospettiva del mondo unito" promosso dal Movimento dei Focolari. A NetOne partecipano persone di varia estrazione e di tutti i campi professionali interessati alla comunicazione. Vorremmo insieme provare ad approfondire, nella teoria e nella pratica delle applicazioni professionali, paradigmi comunicativi che possano concorrere a rendere famiglia il mondo.
Oggi vorrei proporvi una di queste piste di analisi, semplice e alla portata di ciascuno di noi, una via per arrivare a stabilire un dialogo costruttivo tra due qualsiasi soggetti. Questo paradigma comunicativo è fondato su un assioma, in cui noi di NetOne crediamo, che dice: esiste sempre una possibilità di dialogo e va attivamente ricercata. Ed ha una sua strategia che suddividerei, semplificando molto perché la vita non è mai così esattamente sequenziale, in 4 stadi: approccio, empatia, bidirezionalità, interazione.
Approccio. Un dialogo parte quando qualcuno si decide per esso e fa la prima mossa in questo senso. Questa prima mossa, però, deve essere fondata su qualcosa che definirei come una capacità di ascolto davanti a quella verità insita in ogni uomo per il fatto stesso che è uomo. È un creare un alveo di silenzio su cui l'altro possa parlare, fare quell'ombra che evidenzia la luce. Ci si arriva togliendo da noi ogni considerazione preventiva, ogni barriera di pensiero o di esperienza, persino ogni dato scaturito dall'evidenza di fatti e aprendoci alla realtà dell'altro in una verginità di intenzioni e di aspettative, per poter cogliere la sua verità. Attenzione, però, a due fattori: non si tratta di una posizione ‘asettica’, passiva nei confronti dell'altro e poi non è questo il punto di arrivo, è solo l'inizio del percorso comunicativo. Ho riscontrato questo senso di apertura all'altro in Umberto Eco quando nel suo libro Sulla Letteratura si esprime così: "Si scrive solo per un Lettore. Chi dice di scrivere solo per se stesso, non è che menta. È spaventosamente ateo. Anche da un punto di vista rigorosamente laico."

Empatia. Indispensabile affinché il contenuto della comunicazione non venga travisato ma resti fedele al messaggio originario. Empatia significa "farsi l'altro". "Bisogna superare i confini del sé, stabilire una ‘residenza emotiva’ nell'essere dell'altro in modo che i suoi sentimenti divengano i nostri". - è una citazione di Rifkin -, è un condividere speranze e sofferenze altrui, è imparare a conoscere l'altro.
In un'atmosfera empatica l'altro può esprimersi per quello che lui è, con libertà e senza timori perché avverte di parlare ad un altro sé.
Un fatterello simpatico successo proprio in questi giorni in cui riflettevo su cosa dirvi. Sul sito di Pubblicando, il web magazine della comunicazione pubblica, ho trovato un articolo intitolato: La ‘regola d'oro’ della comunicazione. Incuriosita sono andata a vedere quale fosse questa chiave preziosa. È questa: "Mettiti nei panni degli altri".

Bidirezionalità. L'esperienza empatica è effusiva e contagiosa in sé. Il secondo interlocutore, una volta espressosi pienamente in tale atmosfera, si sente come naturalmente portato a divenire ascoltatore, a ‘trasferirsi’ in chi lo ha prima ascoltato, a farsi capace di accogliere a sua volta. La relazione comunicativa inverte direzione, il cerchio di dialogo si completa. E qui mi piace inserire una storia raccontata da un fotografo free-lance. Sono le sue parole: "Un giorno passeggiavo con la macchina fotografica e la mia attenzione è stata attirata da un barbone sdraiato accanto a un incrocio, sotto un cartello di stop. Quando si è accorto che lo stavo fotografando mi ha detto: "Ma che cosa fa? Non ne ha il diritto!" Mi sono trovato dunque a fare una scelta come spesso succede in questo mestiere: o rinunciare a prendere la foto; o fare lo stesso la foto, senza tenere conto del parere del fotografato. Quella volta però, senza riflettere ho messo l'apparecchio nel sacco e superando la mia timidezza mi sono seduto accanto al barbone e ci siamo messi a parlare. Dopo un quarto d'ora, di punto in bianco, lui mi dice: adesso può fare la foto". In un certo senso era lui che mi regalava la sua immagine e non io che la prendevo.": un piccolo fatto ma testimonia l'empatia e la bidirezionalità.

Ed è a qualche punto di questo va e vieni di comunicazione che può emergere, un fenomeno nuovo - sottolineo il può perché non è scontato che succeda - inaspettato che ci porta nella fase dell'interazione.
È quasi come se la relazione comunicativa assumesse identità a sé, contenente i due soggetti interlocutori, ma superante gli stessi. I due si ritrovano resi capaci di sperimentare come una "verità più vera", universale e comune ad entrambi, ma colta ed espressa da entrambi i soggetti nella loro distinta identità. Questa "verità più vera" dà rilievo alle singole verità degli interlocutori e quasi relativizza ai loro occhi quanto è secondario. Ora è questa nuova emergente identità comunicativa ad esprimersi, voce e silenzio di entrambi i soggetti allo stesso momento. È a questo punto che la comunicazione diventa capace di far avanzare l'uomo in umanità. Ognuno dei due trova in se stesso chiarite, corrette o sottolineate idee e concetti che prima faceva fatica a focalizzare o che non sapeva di avere.
E qui come non ricordare Benigni che recita su RAI UNO la Divina Commedia? Egli ha operato un tipo di comunicazione che ha sicuramente attraversato le quattro fasi di cui parlavo. È avanzato, un pò alla volta, sempre vivendo in dialogo, ‘tutt'uno’ con il pubblico, una forma di comunicazione nuova per il mezzo televisivo.
Le parole con cui ha introdotto il pubblico a questa ascesa, sono un invito a fare insieme la strada verso l'emergere di una ‘verità più vera’. Ve le leggo. "Se non succede niente, non succede niente. Però posso assicurarvi di una cosa: che se succede una cosina dentro di voi, se si muove una scintilla, un sussulto… siete Dante, siete voi i poeti, siete Dio. Perché Dante è Dio mentre scrive. Si può parlare di Dio solo essendo Dio, sennò non se ne può parlare... La bellezza, la poesia non sta in chi scrive, ma sta - il sublime - nell'orecchio di chi ascolta, dentro di voi... sta Dio; non solo dentro a Dante che l'ha scritta, ma dentro di voi; lui l'ha scritta, ma se voi non la sentite, non ha scritto niente".
E il pubblico ‘ha sentito’, qualcosa è successo in ognuno. In me è successo qualcosa di analogo e contemporaneamente diverso da quanto successo a chi mi stava accanto. E, grazie al mezzo televisivo, in tanti abbiamo sperimentato un universale-particolare che ci ha parlato e ci ha resi diversi, direi migliori, almeno in quel momento.

Concludo con un'ulteriore considerazione di stampo generale.
Oggi si parla di globalizzazione da vari punti di vista. A me pare che in questa via di comunicazione che vi ho proposto stasera, stia nascosta una possibile pista di soluzione per le problematiche di rapporto tra culture.
Questo paradigma dialogico, evidenziando i valori di entrambi i soggetti comunicanti, salva, per esempio, le culture da quell'appiattimento in una cultura massificata di stampo nordamericano che sta invadendo il mondo. Non ce l'ho assolutamente con gli USA, ma condivido la preoccupazione di quei Paesi che vedono agonizzare le loro civiltà, culle di valori, uccise da modelli culturali costruiti ad hoc dai poteri economici. È solo ricostruendo i paradigmi comunicativi tra cellule di società (e quale importanza assume da questo punto di vista l'informazione locale!, una mia amica giornalista l'ha definita ‘ancora di salvezza’ dal monopolio sempre più oligarchico che controlla oggi l'informazione a livello mondiale), è operando dalla base, con amore e passione, che rinascerà la speranza in un futuro di pace e di dialogo tra i popoli: in quella globalizzazione positiva che potremo chiamare, con le parole di Paolo VI, ‘Civiltà dell'amore’.


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