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Castelgandolfo (Roma), 3/6/2000

"Comunicazione e unità"

intervista a Sergio Zavoli dopo il congresso 2000

Si lamenta una certa latitanza, per così dire, dei cristiani nel campo della comunicazione o quantomeno una presenza poco qualificata o inefficace. Lei nel suo intervento ha dato delle indicazioni molto puntuali a riguardo: vorrebbe, sinteticamente precisarcele?

L'assenza - relativa per altro - del cristiano nel mondo della comunicazione - parlo dell'assenza rispetto invece al suo contrario, cioè la presenza esplicita, ecc. - si nota perché è circondata da un pregiudizio, che chi è portatore di una comunicazione valoriale ecc., debba perciò stesso avere a disposizione non l'informazione con tutti i suoi strumenti quotidiani, ma delle nicchie, delle rubriche, dei ghetti - secondo me -, in cui è sì significativo il parlare di questo e di quello, ma il parlare di questo e di quello con chi è già d'accordo non produce dei grandi effetti. E mi sembra che significhi soprattutto che questa comunicazione abbia significato a condizione però che non pretenda di invadere la comunicazione, per così dire, laica.

Ecco, questo mi sembra un assurdo. Ma mi parrebbe anche che i primi a doversene non solo lagnare ma difendere, dovrebbero essere proprio i cristiani, cominciando col dire: no, non ci bastano più le rubriche ad hoc, perché voi non potete trattarci come l'agricoltura, le lingue... Il nostro parlare è un parlare di cose che attraversano la vita di tutti gli uomini di tutti i giorni. Quindi andrebbe non interiorizzato il problema, andrebbe, al contrario, espunto da questa dimensione pretestuosa così come viene usata, per diventare invece una questione di pari opportunità. Siamo veramente al problema del poter avere accesso alla notizia, per esempio, di natura spirituale o interiore, con gli stessi diritti che hanno le notizie invece che sono di un'altra natura, le quali hanno giustamente diritto di udienza. Ma non vedo perché le altre invece per averle tu devi aspettare la domenica mattina. Questo dico, una cosa semplice.


Nel suo intervento introduttivo Chiara ci ha partecipato un'intuizione indubbiamente originale, indicando quale modello della comunicazione Gesù crocifisso e abbandonato, Gesù in un momento in cui, almeno apparentemente, sperimenta il vuoto, il silenzio assoluto, la mancanza di comunicazione dunque. Un'intuizione che lei ha condiviso...

Ma perché è un'intuizione forte che non è soltanto di natura edificante, ma che è di natura filosofica e oserei dire proprio comunicativa. Cioè Cristo che ha la delega assoluta, che parla in nome del Dio Padre e che ad un certo momento si priva della parola che è il segno del suo primato, perché capisce che è venuto veramente il momento in cui la parola deve scorrere tra l'uomo e Dio direttamente, senza mediazioni. E' una provocazione enorme. In realtà poi questa parola avrà bisogno di mediazione e quando avrà bisogno di mediazione si ritornerà al discorso che facevamo poco fa: gli strumenti comunicativi dovranno accoglierla con la stessa dignità delle altre parole. Non dico per tener conto che questa è stata la prima, è stato il verbo, ma perché è entrata nel concerto delle altre parole con lo stesso diritto di cittadinanza, quanto meno. E questo vale non soltanto per chi consente con quella fede, ma per chi consente con l'idea, per esempio, che Dio esiste.


Questo primo convegno sulla comunicazione si avvia alla conclusione. Quali percorsi suggerirebbe ai partecipanti al convegno per essere una presenza efficace in questo campo?

Direi di impossessarsi bene del problema del comunicare in ordine proprio al problema dell'interiorizzare o laicizzare la parola, essendo pronti anche a fare un grande sacrificio su se stessi, di non usare, per esempio, le parole virtuose, edificanti, rassicuranti, lenitive, quindi religiose in qualche modo. Tenendo conto che Cristo ha usato una parola che non leniva affatto. Cristo ha portato il disordine, non l'ordine, anche se oggi negli apparati burocratici, istituzionali sembra essere l'ordine lo stemma di Dio. Ecco, lavorare dentro questa contraddizione e capire se non valga la pena di impossessarsi di una parola laica che abbia in sé il sub strato etico marola e e religioso. È un problema molto sottile perché lavora sul linguaggio. Bisognerebbe poter dedicare proprio un convegno con i semiologi, con i linguisti, con i comunicatori di alto livello, con i filologi, con i moralisti... Questo mi parrebbe che potrebbe nascere da questo convegno, la cui originalità sta proprio nello sprigionare domande con la sua, perché un attimo fa questa domanda non c'era.


Lei prima ha chiuso il suo intervento con due parole forti: "qui c'è il fondamento della speranza". Ce le può aprire?

La speranza non è quella palingenetica della salvezza eterna. Intanto la speranza credo che debba diventare a sua volta una parola laica, la speranza è un qualcosa che va messa dentro la storia, non può essere l'attesa di qualcosa che verrà malgrado noi, senza di noi, gratis dato... Dobbiamo guadagnarci il risultato dei nostri progetti, delle nostre idee e delle nostre parole. Quindi intanto sperare in funzione di un progetto; il verbo della speranza non deve essere solo sperare, ma deve essere agire. Il rapporto tra azione e pensiero, di cui si è parlato stamattina, è un segno di questa piccola novità che sta emergendo. Questo ho voluto dire. La novità e il fondamento sta in questo. Da questo convegno, per la prima volta - io ho partecipato a varie di queste riunioni - mi è parso che possa emergere se si ha la voglia di andare a prendere con le pinze questo o quel segno, un qualcosa che fino a ieri probabilmente non c'era, perlomeno non c'era in un modo che possa essere organizzato anche concettualmente.


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