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Verso una società della conoscenza?

Intervento di Maria Rosa Logozzo

L'ultimo messaggio del Papa per la giornata delle comunicazioni sociali evidenzia le grandi opportunità che i media, ‘bene destinato a tutte le genti', possono offrire: ‘promozione del dialogo, scambio di cultura, espressione di solidarietà, vincoli di pace'.[1]

Questo mi ha richiamato alcune delle idealità di fondo del Summit Mondiale sulla Società dell'Informazione, il WSIS, promosso dall'ONU e a cui anch'io ho partecipato.

Il WSIS è stato un grosso vertice mondale, durato due anni e conclusosi a Tunisi nel Novembre scorso, dove si sono riunite circa 19500 persone di 174 stati. Sono stati prodotti quattro documenti. Nel primo di essi, la Dichiarazione dei Principi di Ginevra, nell'ultimo articolo si legge tra l'altro:

‘Se attuiamo le misure necessarie, tutti gli individui del mondo potranno presto costruire insieme una nuova Società dell'Informazione basata sulla conoscenza condivisa e fondata sulla solidarietà globale e su una migliore comprensione reciproca tra popoli e nazioni'.[2]

E' un bell'obiettivo verso cui avviarsi, un obiettivo che credo noi cristiani sentiamo particolarmente consono alla fraternità evangelica a cui miriamo. Purtroppo è un obiettivo dal quale siamo ancora lontani.

Il WSIS ha riconosciuto che le tecnologie di comunicazione e informazione, le cosiddette ICT, giocano un ruolo chiave come "abilitatori" per uno sviluppo sostenibile e per la riduzione della povertà, in vista del raggiungimento degli Obiettivi indicati dalla comunità mondiale nella Dichiarazione del Millennio[3], che sono appunto - semplificando - dimezzare la povertà e la fame, la mortalità infantile, combattere le malattie, assicurare la sostenibilità ambientale e sviluppare una partnership globale per lo sviluppo.

Permettetemi una digressione. Io credo che noi del mondo occidentale, prima di cominciare a trattare tematiche tecnologiche e profezie futuristiche come internet of things, rete ubiqua, società dell'informazione e della conoscenza (futuristica anche questa!) dobbiamo per un momento fermarci e portare alla nostra mente che è meno del 15% della popolazione mondiale quella che ha una qualche possibilità di accedere alla tecnologia e quasi tutta nei Paesi più sviluppati, un piccolo territorio se paragonato al mondo. Questo ci farà mettere i piedi per terra e ci eviterà di considerare realtà portata di mano i nostri miraggi .

Ciò non vuol dire che non dobbiamo tendere sempre al meglio, ma piuttosto farlo con più coscienza degli ostacoli sul nostro cammino e soprattutto farlo in maniera solidale, destinando risorse a fornire accesso a chi non ce l'ha - e vedremo in seguito cosa questo implica - invece che investire a portare ancora più avanti quelli che avanti lo sono già e di molto.

Oggi l'accesso alla rete e alle ICT non può ritenersi un optional. Se è critico per il mondo sviluppato come strumento sociale e di business, lo è ancor di più per il mondo in via di sviluppo per cui è forse un'ultima spiaggia per una partecipazione equa alla comunità mondiale e ad uno sviluppo economico, sociale, educativo, sanitario.

Ma oggi è alto il rischio che si accresca il divario tra Paesi capaci di tecnologia e Paesi che non ne dispongono, e all'interno dello stesso Paese tra individui e gruppi capaci di tecnologia e quelli che non lo sono - il cosiddetto digital divide - e questo influisce e influirà sempre più sugli equilibri mondiali. La necessità di porvi rimedio è stata una delle motivazioni che ha spinto l'ONU a indire il WSIS.

Perché siamo davvero in un momento storico molto delicato che, a seconda di come la comunità mondiale riuscirà a indirizzarlo, potrà condurci a un mondo migliore, di condivisione e fraternità, o a uno peggiore di nuove dittature, povertà e schiavitù.

Il ‘diritto all'accesso' è una delle variabili che potrà far pendere la bilancia in un senso o nell'altro. Operare per estenderlo a tutti significa evitare ai Paesi tecnologicamente in ritardo una marginalizzazione irreversibile.

Il concetto di digital divide oggi si è ampliato, non indica più la distanza tra chi possiede o no tecnologia solo in termini di possesso di apparecchiature e connessioni. Esso va inquadrato in un contesto socio economico e correlato a fattori di esclusione sociale.

La disponibilità di infrastrutture è la cosa più facile da garantire. Se ci fossero difficoltà a un accesso puntuale si possono dotare le comunità di punti di accesso pubblico, come i cosiddetti ‘telecentri', o si può usare la tecnologia Wireless che non necessita di grossi lavori di impiantistica.

Ma fornire un computer allacciato alla rete a chi - per esempio - è analfabeta o è di una lingua che non è mai stata stampata, non è dare accesso. Così come non lo è fornirlo a chi non ha un minimo di alfabetizzazione informatica e di conoscenza delle potenzialità del mezzo.

Non saprebbe che farsene.

Siamo pienamente impegnati a mutare questo digital divide in una opportunità digitale per tutti, particolarmente per coloro che rischiano di esser lasciati da  parte e essere ulteriormente emarginati[4]: così si è espressa la comunità mondiale.

Ma come concretizzare questo impegno?

C'è un processo chiave senza il quale questa impresa fallirà i suoi obiettivi, ed è l'opportuna e graduale trasformazione dell'esclusione in inclusione.

In che senso ‘opportuna' e graduale?

Esiste il rischio - e di errori in questo senso ne sono stati fatti molti - di invadere di tecnologia Paesi e spazi sociali che ne sono privi, spinti da necessità di espansione dei mercati del Nord del mondo con lo scopo di incrementare i profitti di aziende private.

Questa invasione forzata non viene incontro ai reali bisogni della gente ma crea bisogni fittizi. Essa sfrutta l'impreparazione delle istituzioni locali dei paesi in via di sviluppo, a volte persino la poca conoscenza tecnologica delle ONG che operano nei territori dei paesi in via di sviluppo. Per ignoranza essi cascano nella rete delle illusioni di marketing ben tarati.

Una simile invasione non opererà mai inclusione anzi otterrà un effetto opposto, imporrà modelli di sviluppo estranei e oppressivi per le culture che devono subirli, creerà dipendenze da agenti esterni rimasti i padroni della tecnologia, e farà i ricchi più ricchi e i poveri, ridotti al ruolo di consumatori passivi, sempre più schiavi dei ricchi e dunque più poveri.

Un processo di inclusione invece dovrebbe partire da quello che viene detto ‘capacity building'[5], dal promuovere la comunità locale, assicurando un'istruzione scolastica di base, rendendola cosciente dei benefici e dei rischi delle tecnologie, educandola ad un uso che venga incontro ai reali bisogni di promozione sociale, che tenga conto delle peculiarità culturali, delle diversità di genere, delle diverse abilità, di tutti i fattori critici e di tutte le specificità della comunità locale.

Come tutti i processi educativi è un processo di maturazione lenta, deve essere promosso dai governi locali, inserito opportunamente nei loro piani di sviluppo, destinando fondi e di risorse a questo scopo; è tutto il contrario di un processo di invasione che agisce il più rapidamente possibile perché più che dell'uomo tiene conto del profitto.

Però, per una società dell'informazione e della conoscenza che sia inclusiva, non basta un diritto d'accesso alla tecnologia, esso deve farsi canale a un diritto di accesso alla conoscenza. Perché l'elemento abilitante è la conoscenza, l'informazione.

E' l'accesso a conoscenze di prevenzione sanitaria che può evitare le malattie. E' l'accesso a informazioni di allerta in previsione di catastrofi che può salvare vite umane.

L' accesso alla conoscenza trova però barriere quando la condivisione di conoscenza può ledere interessi economici tutelati da brevetti di proprietà intellettuale. Non mi addentro in questo vespaio, osservo solo che una delle motivazioni per cui il sistema classico dei brevetti è oggi spesso svuotato di significato è che la conoscenza è sempre più dovuta non a risultati di singoli ma a collaborazioni, e matura da altra conoscenza già acquisita.

A una società della conoscenza condivisa si arriva con la cooperazione e non con la competizione finora ritenuta legge di una sana economia. Per una cooperazione il sistema di copyright classico è inadatto perché impedisce la condivisione. Qui vorrei spezzare una lancia a favore dei creative commons[6], un sistema di copyright ideato nel 2001, che non recita ‘tutti i diritti riservati' ma ‘alcuni diritti riservati'. L'autore dell'opera può essere così libero di decidere, per fare un esempio, di lasciare libera la condivisione del suo prodotto purché non venga usato per fini commerciali o purché non venga modificato... ma la casistica è varia. La condivisione è un modo d'agire tipico dei cristiani, condividere liberamente conoscenza oggi è analogo al condividere liberamente i beni dei primi cristiani, perché oggi l'informazione è riconosciuta un bene.

L'accesso alla conoscenza necessita pure di un ambiente democratico e ugualitario, privo di politiche proibizioniste, come i filtraggi del sistema cinese e le recenti chiusure della Bielorussia. Oggi ci sono pure vari rischi per la cosiddetta ‘neutralità di Internet', come il progetto di un'internet a due velocità che privilegi i contenuti delle aziende che pagano meglio. Sarebbe un ulteriore atto di forza del mercato a danno dei più poveri.

Nei documenti del Summit ci si impegna a costruire una società dell'informazione incentrata sulla persona, inclusiva e orientata allo sviluppo (...) ponendo le condizioni affinché gli individui, le comunità e popoli possano sfruttare appieno le proprie potenzialità nel favorire il loro sviluppo sostenibile e nel migliorare la loro qualità di vita[7].

Per raggiungere questo fine sono molto incoraggiate le partnership nella costruzione della società dell'informazione. La comunità mondiale afferma che, poiché la società dell'informazione è intrinsecamente di natura universale[8], e poiché i frutti della società dell'informazione sono a beneficio di tutti[9], - e, aggiungo io, anche le falle della società dell'informazione sono a detrimento di tutti! - gli sforzi nazionali devono essere sostenuti da un'efficace cooperazione internazionale e regionale (il termine regionale indica una certa area geografica che a volte è un continente), fra governi, il settore privato, la società civile e gli altri stakeholder, comprese le istituzioni finanziarie internazionali[10].

L'aiuto della comunità mondiale dovrebbe arrivare come assistenza finanziaria e tecnica, che accompagni questa maturazione dei governi e delle comunità locali, rispettandola nella sua specificità - non si tratta di processi secondo procedure e tempistiche standard e definibili in partenza!

E qui non posso non associarmi al coro di voci - alcune molto autorevoli come quella del premio nobel  Joseph Stiglitz ex vice-presidente della Banca Mondiale - che criticano l'operato del Fondo monetario internazionale per la sua incapacità a proporre soluzioni rispettose della politica economica dei governi locali e per il suo asservimento ai poteri economici e politici del Nord del mondo. Ciò è causa di una nuova raffinata forma di colonizzazione e di un peggioramento delle condizioni in cui versano i Paesi che chiedono aiuto. E gli esempi in questi ultimi decenni sono stati molti,in Asia, in Argentina, in Africa.

Una economista ha costatato che ‘I vertici delle Nazioni Unite hanno la fama di scatenare grandi frustrazioni, che nascono dallo scarto fra le intenzioni proclamate dai governi e la loro messa in opera effettiva'[11]. E attribuisce questo scarto anche al fatto che gli Stati non affiancano finanziamenti adeguati a queste dichiarazioni di intenti.

In questo senso c'è stata una novità al WSIS, una proposta lanciata a Ginevra dal Presidente del Senegal: istituire un fondo internazionale su base volontaria per il superamento del divario digitale: il fondo di solidarietà digitale. Tra i soci fondatori dell'iniziativa ci sono Stati come la Francia, la Cina, il Kenia, l'Algeria e altre nazioni africane, enti locali e regionali, come la Regione Piemonte e città di diverse aree del mondo. I membri aderenti si impegnano a prevedere nell'ambito delle gare d'appalto relative alle tecnologie d'informazione una clausola in base alla quale l'impresa che ottiene l'appalto destinerà l'1% del valore del contratto al fondo di solidarietà. Il Fondo è una fondazione che risiede a Ginevra, inaugurata nel marzo 2005, e ha cominciato a finanziare i primi progetti di connessioni satellitari in Burkina Faso e Burundi per la lotta all'AIDS[12].

Il fondo privilegia una cooperazione tra Paesi emergenti del Sud e Paesi del Sud meno avanzati, ritenendola più vicina e più rispettosa delle culture e delle realtà di vita territoriali, e sostiene interventi a favore delle donne.

Il presidente del Senegal è stato uno dei due premiati lo scorso 17 maggio in occasione della Prima Giornata Mondiale della Società dell'Informazione, una giornata fissata dall'ONU per richiamare ogni anno all'attenzione dell'opinione pubblica l'invito del WSIS a costruire una società dell'informazione più equa, centrata sulla persona e orientata allo sviluppo[13].

Il WSIS, per la prima volta nella storia dell'ONU, ha visto la partecipazione, non solo come osservatori ma con diritto di parola anche se in fasce orarie limitate, dei rappresentanti di aziende private e della società civile, riconosciuti parti attive (stakeholder) nella costruzione di una società dell'informazione.

Finora per poter esercitare un certo governo globale l'ONU riuniva le delegazioni degli Stati. Oggi questo non basta. Oggi, grazie ai mezzi di comunicazione come Internet, esistono realtà trasversali alle nazioni, come le multinazionali, come ONG e associazioni di società civile che agiscono su base transnazionale; sono realtà di cui occorre tener conto quando si vuole agire o anche solo investigare a livello globale.

Un prototipo di lavoro multi-stakeholder che ha dato un buon contributo al WSIS è stato il gruppo di lavoro sull'Internet Governance. Vittorio Bertola, che ne ha fatto parte, ha messo on line una sua traduzione italiana del documento finale[14] elaborato da questa commissione, che vi consiglio di leggere sul sito di società internet (isoc.it). Vi accorgerete di quanto restrittive e semplicistiche siano state le poche notizie diffuse dagli organi di informazione italiani che hanno ridotto l'Internet Governance a un tiro alla fune tra ICANN - un'organizzazione no profit sotto il controllo del Governo americano che ha da sempre gestito le politiche di assegnazione dei domini internet - e i Paesi in via di Sviluppo richiedenti un loro maggiore coinvolgimento in tale gestione.

Il lavoro sull'Internet Governance non si è concluso col WSIS ma continuerà nell'IGF, l'Internet Governance Forum, un organismo multi-stakeholder che si riunirà per la prima volta ad Atene nel prossimo autunno[15].

Un altro aspetto, secondo me di una certa importanza, è che nei lavori del WSIS si è sempre guardato a che il Summit non restasse solo un vertice ma divenisse un processo con un follow-up, con un'implementazione operativa.

Già nell'ottobre 2004 è stato messo online un portale con un inventario (Stocktaking database) di tutte le attività intraprese dai governi e dagli altri stakeholder  a seguito delle decisioni prese a Ginevra, per monitorare l'efficacia dell'implementazione e allo stesso tempo favorire lo scambio di attività e iniziative legate al WSIS[16]. In più punti dei documenti del WSIS si incoraggia lo scambio di buone pratiche perché ricco di benefici.

Questa raccolta continua e abbiamo i dati al 10 aprile 2006: 3009 progetti raggiunti.

Su proposta della delegazione Svizzera a Tunisi sono stati recensiti gli impegni che gli stakeholder prendevano a seguito del WSIS. Nel Golden Book[17] (il libro d'oro) che ne è seguito, sono stati raccolti 377 progetti. Tra di essi ne troviamo due del Vaticano, la R.I.I.A.L., la rete informatica della Chiesa di America Latina, e la creazione di un comitato internazionale per la promozione di contenuti Internet eticamente adatti ai giovani.

C'è un ultimo punto che vorrei sottoporre alla vostra attenzione. Quale ruolo i documenti del WSIS assegnano alla cosiddetta società civile.  Nel  Piano d'Azione di Ginevra si afferma che l'impegno e il coinvolgimento della società civile è importante nel creare una società dell'informazione equa e nel perfezionare le iniziative di ICT per lo sviluppo[18].

La società civile in genere ha meno capacità finanziarie rispetto ai governi e alle aziende, ma opera sul territorio, a diretto contatto con la gente, per questo può rendersi conto meglio delle situazioni, può farsi portavoce dei bisogni reali delle persone, può stimolare i governi e l'imprenditorialità a operare con maggiore efficacia e secondo giustizia.

Se la società civile è spesso contestatrice focosa delle ingiustizie nell'operato dei detentori di potere economico e politico, questo fa parte senz'altro del suo ruolo critico verso dinamiche di compromesso a scapito dei più poveri, ma la società civile deve farsi altresì promotrice di soluzioni possibili e concrete (e non sempre riesce a passare dalle contestazioni a parole a interventi costruttivi e efficaci) e deve non agire per suoi interessi economici mettendo in secondo piano l'efficacia e la validità dei suoi interventi (purtroppo il campo della Cooperazione non si può dire immune da questo). Soprattutto la società civile deve trovare sempre maggiori spazi di dialogo al suo interno in maniera da compaginarsi e potersi presentare con una voce più forte e rappresentativa davanti ai governi e alle aziende private, sarà meglio ascoltata, se non altro perché rappresenterà una fascia di maggiore interesse economico e politico.

Certo ogni organizzazione di società civile ha una sua idealità di fondo, ha delle sue scelte politiche o sociali o religiose spesso ben stagliate e financo contrapposte. Più che puntare ad un accordo sui principi, cosa che credo pressoché impossibile, bisogna puntare a accordi operativi, più possibili da ottenersi, perché sui bisogni di base degli uomini quali il cibo, la salute, l'istruzione, la dignità umana c'è poco da obiettare, c'è da agire, e più lo si fa in accordo maggiori risultati si possono ottenere.

 

Ora teniamo presente che non solo la Chiesa con tutti i suoi organismi, gli istituti religiosi, i movimenti ecclesiali, le associazioni, ma pure le associazioni più varie non direttamente legate alla Chiesa ma che hanno cristiani al suo interno, tutte queste realtà fanno parte della società civile.

Allora io credo che tutti noi cristiani dobbiamo pian piano maturare insieme una coscienza del ruolo che possiamo giocare proprio come società civile all'interno della società civile. Proprio perché cristiani noi possiamo avere - per così dire - una marcia in più, che ci fa capaci di ‘fermentare la pasta'.

Se, come singoli e come comunità le più varie, mettiamo bene a frutto, vivendolo, quel messaggio di amore evangelico che ci è proprio, che ci fa pronti a spendere del nostro per l'altro e non ci fa guardare solo al nostro tornaconto, avremo un'efficacia di azione - diciamo - più garantita. E di testimonianze, anche piccole e nascoste, proprio come lievito nella pasta che la fa fermentare, ce ne sono molte.

Il progetto formativo di WeCa[19] per esempio, può essere visto come un'azione di capacity building.

Far sì che i media diventino davvero ‘bene destinato a tutte le genti' - secondo la definizione del Papa, è l'opera di misericordia che siamo chiamati a compiere oggi, e che è anche dar da mangiare agli affamati, istruire gli ignoranti, consigliare i dubbiosi e tante delle opere di misericordia classiche perché è mezzo di promozione del livello di vita di ciascun uomo, mezzo per ridargli dignità.

Ed è nel Vangelo che troviamo la migliore metodologia per un dialogo costruttivo, aperto alla valorizzazione del contributo dell'altro uomo e dell'altra cultura, capace di condivisione.

Per questo concluderei affermando che perché si arrivi a una società della conoscenza equa, inclusiva, fautrice di benessere e di pace per ogni uomo, il contributo di noi cristiani non può mancare.



[1] Messaggio di Sua Santità Benedetto XVI per la XI Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali, I media: rete di comunicazione, comunione e cooperazione, in http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/messages/communications/
documents/hf_ben-xvi_mes_20060124_40th-world-communications-day_it.html

[2] WSIS outcome documents, Geneva Declaration of Principles, art. 67, in http://www.itu.int/dms_pub/itu-s/md/03/wsis/doc/S03-WSIS-DOC-0004!!PDF-E.pdf ;

Traduzione italiana in http://www.new-humanity.org/it/PDF/WSIS-Docs.PDF

[3] Cf  http://www.un.org/millenniumgoals/

[4]  WSIS outcome documents, Geneva Declaration of Principles, art. 10, in http://www.itu.int/dms_pub/itu-s/md/03/wsis/doc/S03-WSIS-DOC-0004!!PDF-E.pdf ;

Traduzione italiana in http://www.new-humanity.org/it/PDF/WSIS-Docs.PDF

[5]  Capacity building is "The process by which individuals, organisations, institutions and societies develop abilities (individually and collectively) to perform functions, solve problems and set and achieve objectives"(UNDP 2002).

[6]  http://www.creativecommons.it 

 

[7]  WSIS outcome documents, Geneva Declaration of Principles, art. 1, in http://www.itu.int/dms_pub/itu-s/md/03/wsis/doc/S03-WSIS-DOC-0004!!PDF-E.pdf ;

Traduzione italiana in http://www.new-humanity.org/it/PDF/WSIS-Docs.PDF

[8] Ibid, art.60

[9]  WSIS outcome documents, Tunis Commitment, art. 37, in http://www.itu.int/wsis/docs2/tunis/off/7.pdf ;

Traduzione italiana in http://www.new-humanity.org/it/PDF/WSIS-Docs.PDF

[10] WSIS outcome documents, Geneva Declaration of Principles, art. 60, in http://www.itu.int/dms_pub/itu-s/md/03/wsis/doc/S03-WSIS-DOC-0004!!PDF-E.pdf ;

Traduzione italiana in http://www.new-humanity.org/it/PDF/WSIS-Docs.PDF

[11] Marie Thorndahl citata in http://www2.swissinfo.org/sit/swissinfo.html?siteSect=2105&
sid=4495844&cKey=1069951097000

[12] Sito del Digital Solidarity Fund:  http://www.dsf-fsn.org/

[13] http://www.itu.int/wisd/2006/index.html

[14] http://www.isoc.it/documenti/200507_rapporto-WGIG_ita.pdf 

[15] http://www.itu.int/wsis/implementation/igf/index.html

[16] http://www.itu.int/wsis/stocktaking/index.html

[17] http://www.itu.int/wsis/goldenbook

[18] WSIS outcome documents, Geneva Plan of Action, art. 3 c), in http://www.itu.int/dms_pub/itu-s/md/03/wsis/doc/S03-WSIS-DOC-0005!!PDF-E.pdf ;

Traduzione italiana in http://www.new-humanity.org/it/PDF/WSIS-Docs.PDF

[19] http://www.webcattolici.it/webcattolici/s2magazine/index.jsp?idPagina=1