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varie

di Maria Rosa Logozzo

Non so se avete letto i Simulacri di Philiph Dick. Potrebbe essere quellosimulacri l'avvenire dei media. Il potere mediatico nelle mani di pochi iniziati che ne conoscono i segreti. Chi controlla la repubblica è un simulacro da loro gestito, un personaggio virtuale a cui tutti sono soggetti per il suo fascino mediatico. Simulacri sono gli agenti pubblicitari che hanno un enorme potere di convincimento psicologico.

Il potere mediatico che insinua un pensiero unico. Credo che tutti noi avvertiamo un senso di rigetto, come un istinto di sopravvivenza dell'umanità davanti a questo tipo di globalizzazione che fa del pensiero di pochi un pensiero universalmente valido, lo fa impercettibilmente, capillarmente, continuamente. Nessun regime totalitario del passato ha potuto disporre di una tale capacità di propaganda.

Non mi intendo di filosofia, ma tempo fa leggevo delle note di Heideggar sul con-esserci, l'essere-insieme, e non ho potuto non paragonare quello che lui dice della medietà con alcune caratteristiche salienti dell'attuale società mediatica, anche se le sue riflessioni sono applicabili a qualsiasi forma di appartenenza sociale o religiosa con delle vene ideologiche.

Quello che accade è che nella medietà, l'uomo non è più un sé ma si uniforma ad un "si" impersonale. Succede che ogni originalità viene dissolta, si assiste ad un livellamento, ciò che è detto è compreso da tutti nel medesimo modo.

La medietà poi tende ad avere «sempre ragione». Nella medietà «la totale infondatezza della chiacchera non è un impedimento per la sua diffusione, ma un fattore determinante». Essendo la chiacchera alla portata di tutti, «non solo esime da una comprensione autentica, ma diffonde una comprensione indifferente, per la quale non esiste più nulla di incerto».

Riassumendo, l'uomo si affida alle cure di un ‘Si' impersonale, gli concede credito e si sente sicuro, a posto.

Ricordate il primo dei film di Matrix? Neo, il protagonista, deve scegliere tra la pillola azzurra e la pillola rossa, tra il rimanere nella società controllata da Matrix, che dà sicurezza togliendo responsabilità e assuefacendo le coscienze, e il lottare per salvarsi e salvare l'autenticità dell'uomo, andando incontro all'ignoto.

La maturazione di Neo nel film passa per l'affermazione della sua identità. Ai suoi nemici egli urla "Io sono Neo" come per dire "io non sono quello che voi volete farmi credere che io sia". Anche la maturazione dell'uomo nello scenario mediale e virtuale odierno io penso che debba puntare sulla riscoperta dell'esserci in quanto individuo, persona.

Qui la cultura dell'immediato, dell'informazione real time, è tiranna, perché non permette di interiorizzare. Come giustamente sottolinea Alain de Benoist "una vera comunicazione presuppone sempre un effetto di differimento, di ritardo (...) necessario alla riflessione su ciò che è oggetto di comunicazione". Ci vuole una "profondità di campo". La velocità dell'attualità, l'inflazione di informazioni che "impedisce di distinguere tra quello che si vede e quello che si è" è mezzo principe per "l'identificazione massiccia, cioè la regressione e la sottomissione"[1].

Anche il fatto che per la medietà non esista più nulla di incerto e che tutto sia sempre felicemente perfetto e chiaro (altrimenti viene oscurato) gioca a sfavore della persona. Perché si stagli e maturi l'individualità, è necessario prendere le misure di sé stessi, interrogarsi e questo porta ad affrontare l'incerto, il traumatico, il non capire e non sapere. La diversità comporta dei confini, è limitata e non completa in sé. Così accade che più si acquista coscienza di sé, più si acquista il coraggio di pensare, senza paure, con amore di sé, più ci si apre al dialogo e al confronto, al donare e ricevere, all'amore per l'altro uomo. Ecco che la diversità "aperta" diventa antidoto al pensiero unico unidirezionale: la diversità "aperta" è capace di dialogo.



[1] Alain de Benoist, "Sistema dell'informazione e scontro di civiltà" in www.diorama.it/benoist32.html