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Salvaguardiamo il DNA dei new media

intervento di Maria Rosa Logozzo

Nel corso dell'IGF di Atene c'è stato un momento particolare, è stato quando Georg Greve, intervenuto a nome della Free Software Foundation, ha fatto presente che, se gli inventori di Internet e del web avessero accettato di mettere un copyright su di esso, "oggi non potremmo essere seduti qui a parlarne".

Internet è nata per un copyleft e avrà futuro solo se proteggeremo queste sue origini.

Ieri mattina Punto Informatico ha riportato all'attenzione della rete un video dal titolo ‘Humanity Lobotomy' in cui viene mostrato come ogni mezzo di comunicazione creativo, condiviso, con una certa bidirezionalità e utilizzato con entusiasmo da molti nei primi anni, cada poi nelle mani di pochi avidi sfruttatori e divenga strumento unidirezionale che atrofizza ogni iniziativa e rende succubi del pensare di pochi.

Internet è nata per tutti gli uomini, a qualsiasi popolo, cultura, credo, ceto sociale appartengano; internet è luogo di mille voci, di condivisione, confronto, reciprocità, libertà, solidarietà, crescita comune; questa Internet ‘inclusiva' corre oggi il rischio di finire controllata dai poteri forti che ne hanno colto le potenzialità e vogliono sfruttarle per i loro fini. Come difenderla? Questo è in fondo l'argomento che oggi ci troviamo ad analizzare.

 

1.       Non c'è inclusione senza ‘diritto all'accesso'

Una Internet ‘inclusiva' parte dal garantire un ‘diritto all'accesso' per tutti.

Di solito si pensa all'accesso come possibilità di accedere fisicamente ad internet, come disponibilità dell'infrastruttura tecnologica. Ma non sta tutto lì.

Fornire un computer allacciato alla rete a chi - per esempio - è analfabeta o è di una lingua mai stampata non è dare accesso. Così come non lo è fornirlo a chi non ha un minimo di alfabetizzazione informatica e di conoscenza delle potenzialità del mezzo.

La disponibilità di infrastrutture è la cosa più facile da garantire, meglio dire la meno difficile. Se ci fossero difficoltà a un accesso puntuale si possono dotare le comunità di punti di accesso pubblico, come i cosiddetti ‘telecentri', o si può usare la tecnologia Wireless che richiede meno lavori di impiantistica.

Più impegnativo è educare alla capacità di uso e creare, specie nei Paesi in via di sviluppo, un ambiente economico/politico/sociale/legale che promuova l'utilizzo della tecnologia e la integri agli obiettivi di sviluppo della comunità. Questo insieme di processi si suole indicare col termine ‘capacity building', un termine chiave nelle conclusioni del Summit Mondiale sulla Società dell'Informazione, insieme ad un altro termine "empowerment", ‘rendere più capaci'.

Noi occidentali quando parliamo di società dell'informazione, quando parliamo delle possibilità della Rete, ci scordiamo che è meno del 15% della popolazione mondiale ad avere le potenzialità per parteciparne.

Scordiamo pure che la disponibilità di tecnologia non è un fine in sé ma un servizio, un servizio non solo a scopo ludico come spesso accade nel nostro Nord. Il ‘diritto all'accesso', per i paesi poveri (è in uso dire Paesi in via di sviluppo, ma a me piace non quietare le coscienze addolcendo il termine perché political correct), è solo un sussidio a quegli obiettivi del millennio che la comunità internazionale si è proposta di raggiungere entro il 2015 (già sappiamo che non ce la faremo mai!) e che le urgenze a cui - anche grazie all'accesso - far fronte sono: eliminare (si è parlato di dimezzare, è più realistico, ma che senso ha ‘dimezzare'?) la fame, la sete, la povertà, l'ignoranza, le malattie, le discriminazioni, le ingiustizie, le guerre.

 

2.       La via dell' ‘inclusione digitale'

Quando si parla di ‘inclusione digitale' bisogna saperla nettamente distinguere dalla ‘invasione digitale'.

L'inclusione fiorisce dal basso, dalle comunità locali, tiene conto delle diversità di genere, di abilità, di cultura, dei bisogni propri degli emarginati e diviene un effettivo e utile mezzo di promozione.

Ben diversa è l'invasione forzata di tecnologia che non viene incontro ai reali bisogni della gente. Essa è causata da necessità di espansione dei mercati delle economie occidentali, dalle liberalizzazioni e ristrutturazioni imposte dal libero mercato, dall'impreparazione delle istituzioni locali dei paesi in via di sviluppo, a volte persino dalla poca conoscenza tecnologica delle ONG che operano nei territori dei paesi in via di sviluppo.

Mentre l'inclusione può portare la gente a scoprire da sé quale tecnologia è utile e per che cosa, ed è un processo lento e paziente - anche tenendo conto delle difficoltà territoriali e socio politiche delle nazioni - l'invasione crea bisogni fittizi dall'esterno, schiaccia e agisce con maggiore rapidità. Ma essa più che lavorare a colmare il divario digitale lo accresce. Non integrandosi con i piani di promozione e sviluppo locali, la tecnologia rimane in mano ad agenti esterni e continua a fare i poveri più poveri e i ricchi più ricchi. Purtroppo il processo a cui stiamo assistendo pare andare in questo senso.

L'inclusione rispetta, rende solidali, promuove la pace mentre l'invasione opprime e crea reazione e rigetto fomentando i conflitti.

 

3.       Diritto d'accesso alla conoscenza

Ma per una società dell'informazione e della conoscenza che sia inclusiva non basta un diritto d'accesso alla tecnologia, esso deve farsi canale a un diritto di accesso alla conoscenza. Perché è la conoscenza, l'informazione, l'elemento abilitante.

L'accesso a conoscenze di prevenzione sanitaria può evitare le malattie, l'accesso a informazioni di allerta in previsione di catastrofi può salvare vite umane, tanto per portare qualche esempio.

L'accesso a una pluralità di informazioni aiuta la formazione di un proprio punto di vista, di una coscienza critica, è stimolo alla partecipazione politica.

L' accesso alla conoscenza trova però barriere quando la condivisione di conoscenza può ledere interessi economici tutelati da brevetti di proprietà intellettuale.

Un esempio ben noto è la lotta per produrre le medicine per combattere l'AIDS nei Paesi che non hanno risorse economiche sufficienti a comprare questi medicinali altrove.

Il sistema classico dei brevetti è oggi spesso svuotato di significato perché la conoscenza è sempre più dovuta non a risultati di singoli ma a collaborazioni, e matura da altra conoscenza già acquisita.

Bisognerebbe portare avanti progetti come quello dell'Open Access, sciogliere dai fermi del copyright e mettere in circolo tutta quella conoscenza dovuta alla ricerca pubblica, ridarla al pubblico che l'ha pagata.

Bisognerebbe garantire corsie privilegiate alla circolazione di conoscenza nell'ambito educativo.

Una nota in calce, ma importante. Noi del nord dobbiamo ancora capire che anche altri popoli e culture hanno molto da dire e da dare; proviamo a cancellare dalle nostre menti lo schema che noi produciamo i contenuti e gli altri li consumano: se questo per la tv o il cinema in realtà avviene, con internet possiamo avere la forza di sovvertirlo.

 

4.       L'inclusione necessita di uguaglianza e democrazia.

Questo è un punto fondamentale ed è qui che forse entra più direttamente in gioco la politica nel suo ruolo di favorire il bene pubblico e la dignità di vita di ciascun componente il corpo sociale.

Se lasciamo tutte le carte in mano ai poteri economici, ai poteri "forti" in generale, all'uguaglianza e alla democrazia non ci arriveremo mai.

Perché i poteri economici salvaguardano al primo posto gli interessi del libero mercato e non quelli della persona umana. Conosciamo le critiche all'operato del Fondo monetario internazionale per la sua incapacità a proporre soluzioni rispettose della politica economica dei governi locali e per il suo asservimento ai poteri economici e politici del Nord del mondo. Ciò è causa di una nuova raffinata forma di colonizzazione e di un peggioramento delle condizioni in cui versano i Paesi che chiedono aiuto.

Come mostrato in ‘Humanity Lobotomy', le multinazionali di telecomunicazioni negli USA, hanno proposto al governo americano di differenziare l'offerta di contenuti secondo canali diversi: più veloci ed accessibili per chi paga, più lenti per gli editori indipendenti ed i singoli utenti. E' un modo per controllare non le strade della Rete ma anche quello che veicolano.

Questo sarebbe un grave danno all'indipendenza e alla neutralità della rete, porterebbe ad una Internet monopolizzata dai grandi editori, un'Internet discriminatoria e a senso unico come è oggi, ad esempio, l'informazione giornalistica e televisiva.

E' ruolo della politica svincolare il sociale dall'oppressione dei poteri forti, intervenendo con leggi e finanziamenti ove necessario, perché - per esempio - anche alle aree più disagiate per fattori ambientali o di altro genere, aree non interessanti per le aziende perché non assicurerebbero riscontri economici per cui valga la pena investire, siano assicurati i servizi base. Oggi l'essere in Rete, l'inclusione nella società della conoscenza deve essere considerato un servizio base e un diritto.

Questo vuol dire anche che la politica deve intervenire altresì perché nell'amministrazione pubblica non ci si leghi a regimi di copyright e software proprietario ma si utilizzino standard aperti. Deve intervenire altresì per garantire la pluralità d'informazione.

E' ruolo della politica coscientizzare la società (e coscientizzarsi!) sui benefici e le prospettive che i nuovi mezzi di comunicazione aprono, intervenendo con mezzi di formazione e informazione.

Se gli uomini politici preposti a occuparsi di tecnologia, innovazione o altre materie che hanno intersezioni con queste (ma ormai quali non ne hanno?) dedicassero un po' di tempo in più al loro aggiornamento e creassero delle commissioni di consultori sulle nuove tecnologie e le loro nuove frontiere con cui confrontarsi, forse eviterebbero di incorrere in errori grossolani con dietrofront repentini.

Però sul potere politico deve sempre vigilare il popolo della Rete, la società civile tutta, esercitando al meglio la sua funzione di partecipazione alla gestione pubblica. Deve vigilare affinché i diritti umani siano sempre rispettati, controbattendo a politiche proibizioniste e censorie quali quelle cinesi, iraniane, bielorusse, medio orientali ecc.

Anche in Italia abbiamo di recente assistito a un sollevamento di popolo in rete quando, ingenuamente voglio pensare, un ministro ha avuto considerazioni favorevoli sull'istaurazione di un tipo di censura alla cinese per frenare i contenuti illeciti che i giovani mettono su youtube.

Questo è il problema di sempre: invece che intervenire a livello educativo - cosa più lunga, impegnativa e difficile ma di maggior frutto - ci si affretta a reprimere con soluzioni di superficie, a danno, in questo caso, della fondamentale libertà della rete.

 

Il popolo della Rete deve anch'esso inventarsi iniziative, campagne, azioni per promuovere la coscienza civica e la partecipazione.

Il popolo della Rete deve attivare interazioni e collaborazioni al suo interno, per parlare con una voce più forte e meno frammentata davanti alla politica, alle Istituzioni e alle aziende, deve entrare nel processo multistakeholder della governance di internet e non solo della governance, portando la voce di chi Internet la costituisce, la vive e la porta avanti con le migliori idealità.

 

Il popolo della Rete deve vigilare per impedire che la rete venga monopolizzata dalle lobby dell'informazione, deve mantenere alta l'attenzione sull'informazione alternativa, su quella taciuta, su quella travisata, sulla verifica delle fonti e dei contesti, deve dar voce a chi non ne ha.

Mi trovavo a cena qualche tempo fa con una signora tedesca che da anni coordina 120 tra ospedali e centri medici dislocati in tutta la Repubblica Centro Africana. Ad un certo punto le ho chiesto: ‘ma dimmi, come possiamo venirvi incontro?' e pensavo a trovare delle connessioni satellitari a basso costo per i suoi ospedali. Lei mi ha sorpresa rispondendo: parlate di noi.

Come NetOne stiamo cercando di raccogliere questa sfida. Ci siamo fatti dare la documentazione che poteva fornirci e vorremmo aprire all'interno del progetto ActNow Alliance un settore dedicato a mettere in Rete quanto in loco non si può mettere in rete, a farlo finché quelle località non potranno esser connesse.

ActNow Alliance è un progetto che vuole riunire le forze delle ONG che già operano nei paesi in via di sviluppo, in maniera da presentarsi davanti alle Organizzazioni Internazionali e dire: noi abbiamo 500 ospedali in Africa (un numero tanto per dire), per favore portate alle aziende la richiesta di abbassare i prezzi delle connessioni satellitari per noi che siamo no profit. Questa opera la stiamo già facendo con l'Agenzia Spaziale Europea e pare che alcuni accordi siano stati raggiunti.

Da questa esperienza internazionale abbiamo anche imparato qualcosa di utile e inaspettato. In alcuni progetti ci siamo trovati a lavorare con Alcatel Space, una multinazionale delle telecomunicazioni. Abbiamo capito che senza l'apporto del settore privato, senza le imprese sul mercato, pur con tutta la buona volontà delle istituzioni e della società civile, non possiamo arrivare a risolvere le problematiche tecnologiche del diritto all'accesso. Fornire tecnologia è il loro mestiere.

E poi, tra noi ONG, perché non condividiamo conoscenza, tecnologica e non solo. La conoscenza delle politiche dei paesi in cui siamo, la conoscenza dei mercati locali, delle necessità locali. Perché se qualcuno ho già sudato per trovare una strada, dobbiamo tutti rifare la stessa trafila? Cerchiamo di condividere e ci muoveremo con più efficacia e forse più rapidità.

Una parola sul rapporto con le aziende e con il mercato.

Se si lavora su un piano paritario di collaborazione, ognuno degli attori di un processo multistakeholder acquista un suo specifico ruolo e ne coglie il senso. In un'intervista fatta al nostro contatto Alcatel Space, con nostra sorpresa, egli ha evidenziato quanto la collaborazione diretta con le Ong fosse stata per loro importante, perché li aveva messi in contatto con le esigenze reali di gente reale, con persone che non avevano per finalità il business, ma la vita degli uomini concreti. "Noi dell'industria - aggiungeva - oltre ad essere più motivati, impariamo a venire incontro ai bisogni cercando di migliorare il rapporto qualità-prezzo, contenendo i costi. Noi cerchiamo così di usare la nostra intelligenza per dare risposte intelligenti ai bisogni di una comunità".

 

5.       Non perdere la speranza

La comunità internazionale nella Dichiarazione dei principi di Ginevra, uno dei quattro documenti ufficiali del Summit Mondiale sulla società dell'Informazione che si è concluso di recente, si è così espressa, davvero con grande coraggio d'utopia:

Siamo fermamente convinti che stiamo entrando collettivamente in un'era nuova di enorme potenziale, quella della Società dell'Informazione e di un'estesa comunicazione umana.

In questa società emergente, l'informazione e la conoscenza possono essere prodotte, scambiate, condivise e comunicate attraverso tutte le reti del mondo.

Se attuiamo le misure necessarie, tutti gli individui del mondo potranno presto costruire insieme una nuova Società dell'Informazione basata sulla conoscenza condivisa e fondata sulla solidarietà globale e su una migliore comprensione reciproca tra popoli e nazioni.

 

Un'era di enorme potenziale... un'estesa comunicazione umana... conoscenza condivisa... solidarietà globale... migliore comprensione reciproca tra popoli e nazioni. Può apparire una chimera oggi come oggi. E si capisce che in molti abbiano parlato di grandi ideali ma pure di grandi compromessi e di poca decisione all'azione in tal senso.

Ma dobbiamo osare sperare! A guardar bene, l'umanità sta evolvendosi, forse per un gene nuovo nel DNA dei new media, il gene dell'interazione, della reciprocità. C'è un pullulare di scambi comunicativi in rete come mai finora da cui escono rafforzati valori umani quali la condivisione, la gratuità, la libertà, l'equità, la pace. Crescono giorno dopo giorno, in sordina, e stanno cominciando a far sentire le loro voci.

Sono voci dei movimenti, delle associazioni più varie, del no-profit o anche di semplici comunità in rete. Interpellano e stimolano il mondo politico e quello aziendale, combattono la globalizzazione a senso unico con strategie lillipuziane come il boicottaggio dei consumi, fanno azioni di promozione umana e sono portavoce degli emarginati. La Rete è la loro possibilità di farsi sentire e di crescere.

E qui vorrei spezzare una lancia a favore della partecipazione di questa società civile negli ambiti internazionali, quali quelli dell'IGF. Non dobbiamo fermarci alla sola denuncia e alla contrapposizione. Entriamo in tutti i luoghi dove si può e dialoghiamo, ponendo sul tavolo chiaramente le nostre idee ma cercando pure di valutare le ragioni degli altri, senza partito preso, senza escludere nessuno. Cerchiamo di modificare le situazioni dall'interno, insieme, come contributo a far cogliere quanto può la collaborazione e l'ascolto tra tutti aiutare a migliorare le cose. Il rispetto e la non manipolazione delle opinioni altrui, l'interagire, il confronto, la creatività condivisa, che sono tipici dell'etica della rete, portiamole anche nel vissuto sociale. Il puro conflitto non può mai aiutare la pace, come non l'aiutano i falsi timorosi compromessi.

In fondo in Rete come nella vita la battaglia da condurre è sempre la stessa, quella tra Dio e Mammona, tra una cultura di solidarietà e reciprocità agente di concordia e sviluppo umano e una cultura di supremazia e profitto senza regole, foriera di divisioni, imperialismi e scontri.

Ognuno di noi è interpellato personalmente. Da che parte stiamo? Chiediamocelo sempre nelle scelte piccole e grandi, nel nostro quotidiano operare concreto.