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di Michele Zanzucchi

Intervista a Dominique Wolton

woltontunisi L'intervista si è svolta in quattro tappe. Un primo contatto è avvenuto al Centro Saint-Louis des Français, a margine di una conferenza del prof. Wolton , per poi iniziare convulsamente a Tunisi, in occasione del Wsis 2005, continuare convivialmente in una brasserie del quartiere latino, a Parigi, e concludersi telematicamente via email.

Prof. Wolton, mi permetta di partire dalla semplice definizione di comunicazione. Cosa c'è, secondo lei, dietro questa parola usata e abusata, eletta a torto o a ragione formula magica, espressione demoniaca o vocabolo divino?

«Che cosa si intende per comunicazione? Essenzialmente quattro fenomeni complementari che vanno ben oltre il termine corrente, identificato solo con i media. La comunicazione è innanzitutto l'ideale di espressione e di scambio che è all'origine della cultura occidentale, e quindi della democrazia; presuppone l'esistenza di individui liberi ed uguali. Si tratta anche dell'insieme dei mass media che, a partire dalla stampa e poi continuare con la radio e la televisione, nell'arco di un secolo hanno considerevolmente modificato i rapporti tra comunicazione e società. Riguarda inoltre l'insieme delle nuove tecniche di comunicazione che con l'informatica, le telecomunicazioni, l'audiovisivo e la loro interconnessione, in meno di mezzo secolo hanno modificato a livello mondiale le condizioni di scambio, ma anche di potere. Infine, comprende anche i valori, i simboli, e le rappresentazioni che sono alla base del funzionamento dello spazio pubblico e delle democrazie di massa, e più in generale della comunità internazionale attraverso l'informazione, i media, i sondaggi, l'argomentazione e la retorica. In altri termini comunicazione è tutto ciò che permette alle collettività di rappresentarsi, di entrare in relazione le une con le altre e di agire sul mondo».

Queste da lei elencate sono caratteristiche che identificano sia la comunicazione diretta, o comunicazione interpersonale, che la comunicazione mediata, o mediatica, l'informazione per intenderci, «quella che avviene - lei ha pure specificato - grazie alle tecniche, alle norme ed ai valori che la promuovono, ed anche ai simboli e alle espressioni che animano i rapporti sociali». Mi può spiegare questa "confusione semantica"?

«Da questo punto di vista, non esiste una differenza fondamentale tra informazione e comunicazione: entrambe appartengono allo stesso sistema di riferimento legato alla modernità, all'Occidente e alla democrazia. Se l'informazione vuole dare un'immagine del mondo, vuole rendere conto degli eventi, dei fatti, e vuole contribuire al funzionamento delle società, è tuttavia inseparabile dalla comunicazione che, al di là dell'ideale normativo di scambio e d'interazione, costituisce il mezzo per diffondere le informazioni e costruire l'espressione. Informazione e comunicazione sono perciò inseparabili. Per comunicazione è quindi necessario intendere l'insieme delle tecniche, dalla televisione ai nuovi media, e la loro implicazione economica, sociale e culturale, così come i valori culturali, le espressioni ed i simboli legati al funzionamento della società aperta e della democrazia».

Professore, lei sottolinea immancabilmente la distinzione tra comunicazione normativa e funzionale. Perché?

«La comunicazione è sempre uno scambio tra tre elementi: l'emittente, il messaggio e il ricevente. Dal punto di vista etimologico, questa parola significa sin dal 1361 "mettere in comune, condividere" (communicare, in latino). È proprio il significato di condivisione che rimanda a ciò che tutti si aspettano dalla comunicazione: condividere qualcosa con qualcuno. Il secondo senso, più recente, apparso a partire dal XVII secolo, rimanda all'idea di diffusione, e corrisponderà allo sviluppo del commercio librario e poi della stampa. Si ritrova la stessa differenza tra "comunicazione normativa" e "comunicazione funzionale". La prima rimanda alla condivisione. La seconda - che si è sviluppata da un secolo a questa parte, grazie ai supporti dati dallo scritto, dal suono, dall'immagine e dai dati informatici - rimanda invece alla necessità di scambio in seno a società complesse, alla divisione del lavoro e all'apertura delle società le une sulle altre. Quando c'è specializzazione delle attività, c'è anche scambio, quindi sviluppo di comunicazioni funzionali che soddisfano una funzione pratica. Ma, simultaneamente, la società occidentale continua a valorizzare l'ideale di condivisione. Si comprende perché, allora, lo sviluppo della comunicazione funzionale avvenga in riferimento alla comunicazione normativa. Questi sono i due sensi "quasi ontologici" legati alla comunicazione, ma sono chiaramente contraddittori poiché le condizioni di una reale condivisione si allontanano man mano che si procede alla comunicazione di un gran numero di beni e di servizi destinati ad un grande numero di persone che non condividono obbligatoriamente gli stessi valori».

La stessa ambivalenza si trova nell'informazione...

«L'informazione ha anch'essa due significati: il primo rimanda all'etimologia (informare, dicevano i latini), che significa "dare una forma, foggiare, ordinare, dare un significato". Il secondo, più tardivo (del 1450 circa), significa mettere al corrente qualcuno di qualcosa. Ed è a partire da quest'ultimo senso che si costruirà il legame tra informazione e avvenimento. L'informazione consisterà nel riportare l'evento, cioè tutto quel che disturba e modifica la realtà. Si giunge allora al doppio significato dell'informazione: è al contempo ciò che dà una forma, ciò che dà un senso, che organizza il reale, e allo stesso tempo è il racconto di ciò che nasce e disturba l'ordine».

Questi sono i due sensi della comunicazione e dell'informazione che si ritrovano in quelli che lei definisce i tre "tipi" di comunicazione esistenti all'interno della società: la comunicazione diretta, quella tecnica, e quella sociale e politica. Sono forme fisse?

«Le forme e le modalità della comunicazione evolvono nel tempo, è un dato di fatto. Così oggi il problema dell'ideologia tecnica che sottende le nuove tecniche di comunicazione è quello di sopravvalutare la dimensione tecnica e di sottovalutare l'importanza degli elementi culturali e sociali. Ciò significa spingersi a credere che la tecnica sia il principale fattore di cambiamento, mettendo in secondo piano la cultura e il progetto sociale».

Lei è chiaramente contro questa "deriva tecnicistica"...

«La posizione da me scelta non è la tecnica in sé, ma la tecnica legata alla società. Esistono attualmente quattro posizioni teoriche riguardanti la comunicazione - entusiastiche, critiche, critiche empiristiche e scettiche nichilistiche - che sottintendono diverse concezioni antropologiche, e quindi della concezione dei rapporti tra comunicazione e società. Ognuna delle quattro posizioni implica quindi un certo rapporto dell'individuo nei confronti della tecnica, dell'economia e della democrazia. Proprio in questo senso una visione dell'informazione e della comunicazione cela spesso una teoria implicita o esplicita della società e degli individui che la compongono. Per questa ragione non esiste una posizione "naturale" sulla comunicazione, anche per quel che riguarda l'immagine, la ricezione, la televisione e le nuove tecnologie. Perché? Perché la dimensione antropologica della comunicazione rimanda sempre ad una visione del mondo».

Espresse brevemente le basi della sua teoria della comunicazione, veniamo all'oggi. Professore, lei ha sempre manifestato un a priori positivo nei confronti della comunicazione: questo è forse il tratto più originale del suo pensiero. Dopo tanti anni di ricerca, ha conservato questa visione?

«La risposta è affermativa, senza esitazioni. E questo per due ragioni. Il primo motivo, che sembra dare ancor più ragione di esistere alla mia ipotesi, è la globalizzazione (mondialisation). Il secondo motivo consiste nel fatto che la comunicazione consiste nella relazione, che vuol dire riconoscere l'uguaglianza e la libertà dell'altro.

«Partiamo da questo secondo motivo, che è una questione umanistica: se l'informazione si occupa del messaggio, la comunicazione si occupa invece sempre dell'altro. Il che è qualcosa di estremamente attuale e sempre valido. Così ritengo che nelle società occidentali la comunicazione sia un valore democratico, un punto di partenza. Questa convinzione mi ha sempre spinto, ad esempio, a difendere televisione e radio, perché mi sembra che siano più di altri strumenti in sintonia con il grande movimento democratico occidentale, in quanto permettono di allargare la sfera della relazione e della comunicazione. Così non posso essere d'accordo con certa stampa che ritiene di svolgere essa stessa il lavoro più serio, quello dell'informazione, mentre tutto il resto della comunicazione sarebbe effimero. Anche nella "com", anche nelle paillette, anche nel marketing c'è sempre e comunque la presenza dell'altro.

«Se tuttavia vogliamo stabilire una differenza tra comunicazione e "com", ecco che la "com" suppone che l'informazione venga trasmessa dall'emettore e che il recettore l'accetti, mentre nella comunicazione si deve prendere in conto il fatto che il recettore resiste, e quindi bisogna scendere a patti con lui, bisogna negoziare. Mi piace ripetere questa sequenza: comunicazione = uguaglianza = negoziato. Spesso dico che la democrazia è coabitazione, come lo è la comunicazione stessa».

Torniamo alla prima ragione del suo ottimismo, la globalizzazione...

«Con la globalizzazione ci si accorge che si possono inviare suoni, immagini, radio e televisione su Internet, e che il mondo è un piccolo villaggio globale; ma in esso gli uomini non si comprendono ancora. E ciò conferma quanto dicevo sopra: per inviare delle informazioni nel mondo intero bisogna che ci sia "prima" della comunicazione. La richiesta che ci giunge dalla globalizzazione, quindi, è quella di rispettare l'altro - in scala più vasta, ovviamente -, il che vuol dire riprendere i valori della democrazia, scoprire la mancanza di comunicazione - perché ci si accorge che la relazione tra culture, lingue, popolazioni e cose non funziona -, e costruire la coabitazione.

«In fondo, l'orizzonte della globalizzazione è la costruzione di una coabitazione culturale a livello planetario. Grazie al voto del 21 ottobre all'Unesco, in cui si è affermato il principio della "diversità culturale", si è posto nello stesso tempo il problema della "coabitazione culturale". Riconoscere la diversità culturale ed evitare che essa si riduca a una difesa miope delle identità comunitarie, una volta posto il principio della diversità, richiede di capire come organizzare tale diversità. È la coabitazione culturale, che rinvia alla semplice coabitazione umana, che a sua volta ritorna alla comunicazione: cioè, come coabitare, come comunicare e come rispettarsi quando non si hanno gli stessi valori?

«Da questo punto di vista mi sembra di poter dire che, più c'è globalizzazione politica grazie all'Onu e più c'è globalizzazione economica grazie al libero mercato, più la comunicazione come valore politico aumenta. Se non si trattano politicamente e democraticamente i problemi della comunicazione e della cultura a livello globale, la mia ipotesi è semplice: andiamo dritti verso lo scontro delle civiltà. La mia battaglia è perciò semplice: prima di arrivare allo scontro, cerchiamo di organizzare la coabitazione. Cioè comunichiamo».

L'ultimo suo libro è intitolato Il faut sauver la communication, bisogna salvare la comunicazione. Ma da chi? Da cosa? E come?

«In primo luogo mi sembra che si debba salvare la comunicazione nei confronti della "com", che tutti praticano e tutti dicono di detestare. Ognuno cerca di sedurre, di influenzare l'altro in qualche modo, ed è naturale. Ma oggi si ha la tendenza a confondere la seduzione della "com" (cioè le paillette, la pubblicità, il marketing) con la comunicazione in senso stretto. Persino nella pubblicità emerge da qualche tempo il problema della comunicazione moderna che non riesce più a comunicare: la pubblicità non basta per comunicare veramente, così come il marketing non è sufficiente a convincere la gente. Salvare la comunicazione vuole dire allora che comunicazione e "com" hanno certamente alcuni punti comuni (e non possiamo sbarazzarci della "com" dicendo che essa non ha importanza, perché tutti cercano di comunicare); ma, visto che la nostra società democratica e liberare ha quanto meno proposto un modello di comunicazione che non funziona a livello individuale e delle coppie, delle imprese e della società, siamo obbligati a dire che non c'è società aperta senza comunicazione. Ed ecco l'equazione: società aperta = comunicazione = questione della comunicazione».

Per salvare la comunicazione bisogna, lei dice, pensarla. Il "tutto-comunicazione" o "tutto-com" di oggi sembra far di noi degli utilizzatori che non si pongono alcuna domanda... Dove pensare la comunicazione? Quali sono i luoghi deputati a farlo?

«Pensare la comunicazione vuol dire in primo luogo assumere le radici giudeo-cristiane (più francamente cristiane che giudeo-cristiane a dire il vero), nei due significati etimologici della parola: comunicare è condividere (il senso cristiano, o piuttosto cattolico), e comunicare è diffondere. Ma se si diffonde senza condividere, ciò non serve a granché. Per valorizzare la comunicazione bisogna ripartire dalle identità, partire dalla storia, per cercare di dimostrare che non c'è antropologia politica possibile senza una riflessione sulla comunicazione. E l'antropologia è davanti a noi, perché le società si aprono le une alle altre e la scienza politica non basta per regolare il mondo. Serve dell'antropologia, che ha come suo "modello centrale" una semplice antinomia: o la guerra o la comunicazione. Non c'è scelta, in effetti: o guerra o comunicazione. Se dunque non si sceglie la guerra, bisogna scegliere la comunicazione. E non c'è altra soluzione. E la comunicazione è democrazia, è l'apprendistato della coabitazione.

«Gli intellettuali detestano la comunicazione, ma tutti la praticano e l'agognano, fanno carte false per partecipare alle trasmissioni televisive. Mi sembra mostruosa questa specie di disprezzo dell'altro, che si esplicita nel rifiuto della comunicazione. E io allora continuo a ripetere che bisogna salvare la comunicazione e pensarla, per mostrare l'importanza del recettore che fa parte lui stesso della teoria della democrazia come cittadino. Perché pensare che il recettore nella vita quotidiana sarebbe uno stupido che guarda la televisione e ascolta la radio e basta, mentre l'intellettuale non lo sarebbe perché investito dalla missione di cittadino? Il consumatore e il cittadino sono lo stesso uomo. Confesso di ritrovarmi assai critico nei confronti del mio ambiente intellettuale, che non ama la democrazia di massa, mentre adora la democrazia d'élite, e che ha sempre avuto paura che quella distrugga questa, mentre è esattamente il contrario che è avvenuto. La cultura di massa è una conquista della democrazia, è l'anticamera della cultura d'élite; ma le élite sono oggi ripiegate su sé stesse.

Su questa stessa linea, mi sembra che gli intellettuali dicano tutto il male che possono della comunicazione, della radio e della televisione, e tutto il bene su Internet...

«Vuol dire che gli intellettuali faticano a pensare alla democrazia di massa. Ad esempio, il modello che si è riproposto in occasione della recente crisi delle periferie parigine è estremamente classico e in fondo inefficace. Solo una sensibilità per la società aperta può trovare soluzioni che siano di massa e non di élite: i giovani maghrebini dei quartieri periferici sono altrettanto intelligenti degli intellettuali dei quartieri chic di Parigi!».

Governi e amministratori locali nel mondo intero, hanno preso l'abitudine di associare nei nomi dei loro ministeri o dei loro assessorati le parole "comunicazione" e "cultura". Non si corre il rischio di eliderle, finendo col non perseguire le finalità né dell'una né dell'altra?

«La tragedia sta nel fatto che si sia potuto pensare che, associando i due ambiti, si sarebbe valorizzata la comunicazione. Ma è accaduto proprio il contrario. Penso che sotto a tale tendenza vi sia l'idea che ci si debba servire della comunicazione per "volgarizzare" la cultura. Ma così facendo si evita di prendere la comunicazione, ancora una volta, come un oggetto teorico a sé stante, un oggetto da pensare. Un progresso comunque c'è stato: una volta la comunicazione era infatti legata al ministero delle poste! Ora, siccome si ha paura della televisione, la si lega al treno della cultura. Ma il risultato è che, dopo cinquant'anni dal suo ingresso sul panorama culturale e politico, non si è riusciti ancora a conferire alla comunicazione una legittimità, in quasi nessun paese al mondo».

La globalizzazione o, come lei dice, la mondialisation, avanza in parallelo con lo sviluppo dei media, in un gioco a spirale che permette alla prima di svilupparsi grazie ai secondi, e viceversa... Dove si arriverà?

«I media sanno approfittare della globalizzazione? È complicato dare una risposta plausibile. Sì, il villaggio globale, Gutenberg, la tecnica... Ma la tecnica non è tutto, prova ne sia che siamo ormai un "villaggio globale tecnico", ma non riusciamo ancora a capirci gli uni con gli altri. Chi ha approfittato della globalizzazione sono state le imprese culturali, come il cinema e la televisione; ma stiamo arrivando al capolinea, perché i recettori e le loro diverse culture, anche le più piccole, hanno una loro autonomia che difenderanno sempre e comunque, mentre la globalizzazione minaccia coi media la diversità culturale. Guardiamo tutti le stesse soap opera e gli stessi film di produzione statunitense, al punto che si potrebbe pensare di trovarsi di fronte a una cultura mondiale. Ma, lo ripeto e lo ripeterò sempre, non esiste una cultura mondiale e mai esisterà. Ci sono, questo sì, degli strumenti a scala planetaria, che non possono però soggiogare tutte le culture. Recentemente ad un grande convegno sulla francofonia mi sono reso conto che la diversità culturale è realmente minacciata se non si favoriranno gli strumenti delle diverse culture: cinema, televisione, stampa, edizione... Questa diversità è la condizione per avere domani una vera comunicazione».

E quindi quale bilancio tracciare per la globalizzazione?

«Direi che tutti abbiamo approfittato, approfittiamo e approfitteremo della globalizzazione; ma, contemporaneamente, ci accorgiamo e ci accorgeremo sempre più dei conflitti culturali scatenati. Basti pensare, ad esempio, al conflitto dell'occidente industrializzato col mondo arabo-musulmano, che ci sta dicendo che la concezione della cultura e della comunicazione imperante è un meccanismo solo occidentale. Hanno proprio ragione! È per questo che il voto all'Unesco del 21 ottobre (sperando che sia confermato nei fatti), è fondamentale, perché siamo obbligati a riconsiderare la necessaria valorizzazione delle singole culture, dal basso e non più solamente dall'alto. Altrimenti le cose si complicheranno ulteriormente».

Lei pensa che lo sviluppo delle tecnologie della comunicazione e dell'informazione possano avere delle conseguenze antropologiche?

«Nonostante tutto voglio continuare a essere ottimista. Fino ad ora, al di là della stessa globalizzazione, la circolazione degli uomini, degli oggetti e delle idee è stata sempre un fattore di apertura, piuttosto che di chiusura. Anche in questi frangenti dovrebbe essere così. Pensiamo ad esempio alla diffusione dei media nei paesi arabo-musulmani: la legittimazione di queste nazioni è indubbiamente cresciuta, nonostante gli occidentali abbiano avuto la costante tendenza a discreditarli. Le popolazioni arabo-musulmane hanno in effetti acquisito una loro fierezza, come abbiamo visto ad esempio recentemente a Tunisi all'assemblea dell'Onu sulle tecnologie dell'informazione per lo sviluppo, grazie anche ai giornalisti che vedono e scrivono e parlano.

«C'è inoltre da chiedersi fino a che punto questi paesi si apriranno e accetteranno di assumere nelle loro televisioni il nostro stile mediatico, o se piuttosto non crescerà la critica nei confronti del nostro modello. In questo caso verrà fuori un modello della comunicazione sempre più complicato a livello mondiale. Ai giornalisti sono solito dire che quando ci saranno cinque o sei diverse filosofie dell'informazione - e pensiamo semplicemente ai mondi indiano e cinese, ad esempio - saremo sempre più obbligati a scendere a negoziati. Per me l'orizzonte della comunicazione è il negoziato, il che non è certamente qualcosa di peggiorativo. Cos'è la democrazia se non un continuo negoziato? Serve tempo, non è spettacolare, ma alla fine porta frutti duraturi».

Perché lei usa così di frequente il termine "negoziato" e assai meno frequentemente quello di "dialogo"?

«Il "dialogo" richiama il multiculturalismo mentre il "negoziato" richiama la coabitazione. Quando si parla di dialogo, vuol dire che si hanno le stesse lingue, gli stessi valori, che ci si capisce, come ad esempio avviene tra italiani del sud e del nord, o tra italiani e francesi. Ma già tra i nostri due popoli ci sono numerosi problemi derivanti dai diversi significati che diamo alle parole e, soprattutto, ai valori. Il mio ultimo libro, Bisogna salvare la comunicazione, aveva in origine un altro nome, rifiutato dall'editore: Penser l'incommunication, cioè Pensare la mancanza di comunicazione. Mi interessa cioè il processo di formazione della comunicazione: bisogna salvare la comunicazione come concetto o paradigma. Ma non mi faccio illusioni: possiamo non avere comunicazione, possiamo non essere d'accordo, ma in tutti i modi dobbiamo coabitare. Il dialogo suppone di avere risolto tutti i problemi. O, piuttosto, va detto che il dialogo viene dopo il negoziato, perché per dialogare bisogna riconoscere l'altro. Il messaggio cristiano, e specialmente quello cattolico, è in anticipo rispetto a tutto ciò».

A questo proposito, come vede la storia della Chiesa nei confronti della comunicazione?

«Anche se le chiese hanno "convertito" con la forza tanta gente al seguito dei colonizzatori, hanno quanto meno salvato le lingue - è straordinario in Vaticano udire quanti idiomi vengano usati! -, hanno redatto dizionari e grammatiche di un numero incredibile di lingue che non ne avevano. Conosco il mondo delle isole del Pacifico, e debbo dire che per fortuna ci sono stati tanti missionari cristiani, in particolare protestanti, che hanno sì combattuto contro i cattolici, ma che hanno anche salvato le lingue e le culture».

Un'altra domanda sulla terminologia da lei usata. Lei parla spesso di "società individualista di massa". Non si potrebbe parlare, invece, al seguito di Mounier o Maritain, di "società personalista di massa"?

«Allo stesso modo in cui prima sottolineavo la differenza tra "dialogo" e "negoziato", usando il termine "personalismo" invece di "individualismo" si darebbe per presupposto di avere già risolto i problemi delle società democratiche occidentali. Nella realtà sociologica, empirica ed economica, sono gli individui che bisogna prendere in considerazione: ci siamo o no battuti per la libertà individuale? La persona è una costruzione che integra altri valori spirituali, filosofici e religiosi, il che presuppone di convenire su di essi. Ad esempio, il personalismo presenta una definizione dell'individuo che non sarebbe accettata dai musulmani, perché troppo cristiana e trinitaria... Mi sembra si debba restare prudenti e modesti, cercando di essere un po' meno ambiziosi, e di cercare di trattare l'unità di base della società, che in ogni caso è l'individuo. Tra l'altro, Mounier, Maritain e gli altri "personalisti" in realtà non hanno mai preteso di proporre un "personalismo di massa". In fondo anche loro avevano una visione individualista!

«Questa domanda mi dà l'opportunità di esprimere un altro parere riguardo all'oggi delle nostre democrazie. Due logiche completamente opposte in effetti coabitano: siamo tutti individualisti e nel contempo siamo collettivisti (e non più marxisti). Sono sorpreso nel vedere che gli intellettuali non si interessano molto a questo paradosso invece così stimolante. Individuo e massa: ecco un binomio che va investigato, non solo dal punto di vista della comunicazione o dei media. Tornando al cristianesimo, mi affascina non poco nella Chiesa cattolica il fatto che tutto il suo lavoro avvenga in questo va e vieni tra individuo e massa. Recentemente ho partecipato ad un'udienza pontificia in Piazza San Pietro: due ore e mezzo in decine di lingue, sotto il sole, nell'attenzione più totale... Impressionante! Chi mai può metter su qualcosa del genere? E l'ondata, contrariamente a quanto si sarebbe potuto pensare, continua anche dopo la morte di Giovanni Paolo II».

Veniamo al Wsis di Tunisi 2005, l'assemblea Onu su tecnologia e comunicazione. Nei negoziati per giungere agli accordi finali, a dire il vero non ancora ratificati, erano presenti anche società civile e settore privato. La logica di "negoziato" - per usare i suoi termini - che ha portato alla loro redazione finale mi sembra fosse diversa da quella diplomatica del compromesso, e più simile alla logica che presiede all'elaborazione dei software informatici. Non una logica del mattone su mattone, ma del passo dopo passo, in cui si ingloba l'ulteriore contributo in un prodotto in cui i diversi elementi non si distinguono più l'uno dall'altro. Il mondo dell'Ict mi sembra che ragioni in modo diverso da quello abituale, cartesiano potremmo dire...

«Il modo di ragionare a cui lei allude mi sembra sia quello proprio alle reti. Ma queste reti sono capaci di dar vita ad altre forme di organizzazione rispetto alle precedenti? Mi reputo assai classico nel mio modo di pensare, e sono perciò portato a credere che, una volta passata l'abbuffata o l'utopia delle reti e del "ragionamento in rete", bisognerà comunque cercare dei supporti per l'organizzazione gerarchica. I meccanismi di potere, di sadismo, di perversione s'intrufolano dappertutto, anche nelle logiche reticolari. Ho molto lavorato su Edgar Morin, e mi interessa il suo modo di pensare; ma non ci credo poi troppo, non credo che l'umanità abbia inventato molti principi di organizzazione sociale. Già parlare di governance di Internet, come oggi si fa spesso alla leggera, non vuol dire granché, perché con questo termine si ritiene di aver risolto tutti i problemi per i quali non si è stati capaci di trovare una soluzione. Questa metodo di avanzare inglobando successivamente i vari contributi sarebbe un superamento dei modelli razionali e discorsivi abituali? A mio avviso è solo una maniera abile per fare coabitare le contraddizioni delle nostre relazioni. Intendiamoci, non sono a priori schierato contro questo metodo della rete; forse fa guadagnare del tempo, forse permette di parlare insieme meglio e più a lungo. Ma ritengo che così facendo non si vada troppo a fondo nei problemi da risolvere».

Non crede, ad esempio, che questo metodo possa essere utile nella riduzione del digital divide, come dicono gli anglosassoni, o della fracture numérique, come dite voi francesi?

«Lo ripeto, mi schiero sempre contro la tecnica per la tecnica. Se distribuite dappertutto dei computer, anche nei paesi in cui le disuguaglianze sociali ed economiche sono forti, ciò non porterà automaticamente a una loro riduzione. E ciò va contro il principio antropologico basilare che vuole che se si è al nord non si pensa come se si è al sud, all'est come all'ovest. Non è perché si utilizzano gli stessi sistemi d'informazione che si riuscirà a comporre le differenze e i conflitti. Coloro che sono "connessi" fanno sì parte di un sistema di comunicazione comunitario; ma, a differenza di quanto avviene con la radio o la televisione, non tutti sono connessi, ma solo chi lo vuole o lo può. Con Internet la relazione è da punto a punto, le reti fanno comunità, ed è un bene, senza dubbio; ma ciò non risolve il problema dell'eterogeneità delle popolazioni, la mette solo tra parentesi».

Quindi, secondo lei, il metodo delle reti non può portare a fondare una nuova teoria della comunicazione...

«È così. Le ambizioni della radio o della televisione o della stampa sono molto più forti di quella di Internet, perché partono da una logica dell'offerta per indirizzarsi a tanti diversi pubblici, senza sapere in anticipo quello che sarà apprezzato o meno. Mentre Internet agisce nella logica della domanda: mi connetto di mia volontà, punto e basta. Apparentemente quest'ultima comunicazione è molto più simpatica, perché volontaristica; ma dal punto di vista della gestione dell'alterità è più povera, perché non ci si connette che con le persone con le quali si ha qualcosa in comune. Quando un giornalista scrive un articolo per il suo giornale, ad esempio, accetta l'alterità, perché non sa nemmeno chi comprerà quel giornale e chi lo leggerà. Non nego che in un futuro Internet possa anch'esso fare spazio alla logica dell'alterità, ma non siamo ancora giunti a questo punto. Il tecnicismo, che considero un male, consiste nel confondere la modifica di un sistema di comunicazioni con un nuovo modello di comunicazione».

Nell'epoca della tecnicizzazione spinta dei sistemi d'informazione, come salvaguardare un giornalismo che sia di alto profilo, con un vero controllo delle fonti?

«Questo è un problema reale per i giornalisti, che mi sembra abbiano da affrontare tre ordini di problemi. In primo luogo hanno confuso la globalizzazione dell'informazione, seguendo il modello americano, con un incremento di libertà. A questo proposito, uno degli aspetti positivi della guerra dell'Iraq è che i media americani si sono rivelati talmente sottomessi al governo americano che il mondo intero ha potuto rendersi conto che il modello di libertà statunitense era assai discutibile. Credo che questo sia stato un grande progresso politico, che ha permesso ai sistemi d'informazione pakistano, cinese, indonesiano... di emanciparsi.

«In secondo luogo, bisogna valutare il rapporto dei giornalisti con la tecnica: si è a andati avanti per vent'anni nel fornirli di apparecchi e apparecchietti, ma generando l'equivoco di pensare che più ci sarebbe stata tecnica, più ci sarebbe stata anche informazione. Purtroppo, invece, ora ci si rende conto che si può essere manipolati anche da Internet, il cui primo virus è la rumeur, la diceria, la parola non verificata. I giornalisti stanno rendendosi conto che la validità dell'informazione non ha nulla o poco a che vedere con la potenza della tecnica. Quindi siamo "costretti" a valorizzare di nuovo il lavoro di costruzione dell'informazione da parte dell'uomo, e quindi a valorizzare la soggettività umana rispetto alla performance tecnica.

«Terzo problema: i giornalisti ipertecnologicizzati sono oggi obbligati a inventare un'altra deontologia professionale. Questo ripropone ad esempio il problema della governance d'Internet. Se la presa di coscienza contro il modello americano è un progresso, non siamo ancora a punto per quanto riguarda la deontologia: forse quello che farà muovere i giornalisti saranno i danni provocati dai blogger, da tutti coloro che fanno i giornalisti senza esserlo, senza alcuna preparazione, maneggiando fantasmi. C'è chi ha dato corda all'assurdità di un'informazione senza giornalisti, una favola metropolitana, formidabile e stupida! Sarebbe come ipotizzare una medicina senza medici o una religione senza sacerdoti».

Dopo Internet, dopo l'indigestione numerica, quale comunicazione si può ipotizzare, allora?

«Non siamo ancora giunti al culmine della fascinazione della tecnica mediatica, dei giochi interattivi, della connessione totale. Penso tuttavia che stiamo cominciando a renderci contro che esistono troppe "solitudini interattive", in cui la persona è "connessa-ma-sola". La generazione attuale è ancora immersa in queste pastoie tecniciste. Mi chiedo però se la generazione seguente non valorizzerà di nuovo i club, le associazioni, gli incontri locali... Un indicatore di questa tendenza mi sembra sia, ad esempio, la rinascita dei pellegrinaggi: chi, solo trent'anni fa, avrebbe pensato che tanta gente si sarebbe affaticata "inutilmente" a marciare verso un santuario? Ma funziona sempre di più, e la comunicazione si sviluppa così più che su Internet! La comunicazione è anche una questione di sporcarsi insieme, di toccarsi, di vivere insieme avventure e emozioni, di pensare insieme l'uno di fronte all'altro, dal vivo. Dall'inizio dell'umanità comunicare vuol dire "toccarsi", mangiare insieme con convivialità, correre insieme, avere delle relazioni "fisiche" di ogni tipo. La comunicazione fisica, ne sono convinto, riprenderà un forte spazio dopo la comunicazione tecnica. Forse però dovremo ancora aspettare per altri cinquant'anni, quando cioè cesseremo di essere affascinati dalla comunicazione tecnica, che è talmente più facile e gradevole di quella "dal vivo". Poi torneremo alla comunicazione più tradizionale».

(Pubblicato su Nuova Umanità n.165/166- maggio-agosto 2006)

Dominique Wolton è uno dei massimi massmediologi al mondo. O, meglio, uno dei massimi studiosi della comunicazione. È il fondatore e direttore del laboratorio "Comunicazione e politica" del Centre National de la Recherche Scientifique francese, uno dei pochi, veri centri studi sul fenomeno dei media. Ha fondato pure e dirige la rivista Hermès, punto di riferimento per gli studiosi della comunicazione. È membro del Comitato nazionale di etica per le scienze della vita e della salute. È membro del consiglio di amministrazione di France Television. Fa parte di varie commissioni governative, e della commissione francese all'Unesco. Tra i suoi libri più importanti, Penser la communication; War Game, Eloge du grand public, Il faut sauver la communication; Internet, et après?