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di Maria Rosa Logozzo 

pro-poor-ict_2Il WSIS (Summit Mondiale sulla Società dell'Informazione) ha riconosciuto che le tecnologie di comunicazione e informazione (ICT), giocano un ruolo chiave come "abilitatori" per uno sviluppo sostenibile e per la riduzione della povertà, in linea con la Dichiarazione del Millennio , il cui ultimo obiettivo è "assicurare che i benefici delle nuove tecnologie, specie delle tecnologie di informazione e comunicazione, siano accessibili per tutti".

Naturalmente la prima domanda che viene da farsi è - visto che le risorse per lo sviluppo e l'aiuto umanitario in genere scarseggiano -: con che coraggio investire in tecnologia quando ci sono urgenti problemi di fame, sete, salute, sopravvivenza?

A ragione si è pressati da queste necessità primarie, che portano ad agire con azioni puntuali, urgenti e a breve termine.  Per la loro stessa natura queste operano assicurando la sopravvivenza, ma non riescono in realtà ad agire come strumenti di sviluppo e promozione sociale. Per arrivare a un miglioramento dei livelli di vita, sono necessari piani a medio e lungo termine ed è in questi piani che la tecnologia ha tanto da poter offrire.

Che cose offre? Soprattutto un accrescimento dell'informazione e della conoscenza in tutti i campi (pensiamo alle frontiere aperte dall' educazione a distanza e dalla telemedicina ma anche alla possibilità di contatto e collaborazione tra culture e popolazioni di varie aree geografiche). E' questa crescita in conoscenza che, col tempo, può contribuire a tirar fuori una comunità da situazioni di indigenza e renderla capace di progresso. 

E' chiaro quindi che le azioni a breve termine e i progetti a lungo termine sono entrambi necessari allo scopo di alleviare le povertà, che gli uni non dovrebbero escludere gli altri ma integrarsi.

La comunità mondiale sta valutando sempre più l'apporto della tecnologia per la promozione umana, ma oggi ancora mancano delle analisi su dati empirici che mostrino l'efficacia delle ICT nella lotta alla povertà.

Fino a qualche anno fa ci si limitava ad un'analisi quantitativa della diffusione di tecnologia: disseminazione delle infrastrutture, quanti cellulari ogni cento abitanti, quanti computer...

Ci si è accorti però che se da tali statistiche si può arrivare a cogliere il tasso di diffusione di tecnologia in una nazione, non si può arrivare a dedurre la sua influenza sui poveri, e sulla riduzione della povertà. 

C'è anche chi contesta il fatto che le ICT servano a ridurre la povertà. Perché, per esempio, è verificato che, quando si fornisce tecnologia, gli ultimi a beneficiarne sono i poveri, gli analfabeti, le donne, coloro che vivono in aree rurali, gli emarginati. Le povertà si possono accentuare.

Volendo trattare dell'impatto che l'ICT ha sulla povertà, bisogna tenere presente che la povertà è il risultato dell'interazione di vari processi economici politici e sociali, che spesso si rinforzano tra loro. Per questo per combatterla sono necessarie strategie che includano tutti questi fronti.

Si cercano allora di definire degli indicatori qualitativi che aiutino a rispondere a domande su quale tecnologia è più appropriata alle condizioni locali, sull'integrazione della tecnologia nella vita quotidiana dei poveri, su quanto e come il contesto regolatorio locale influisce nell'utilizzo di tecnologia, su eventuali impedimenti discriminanti dovuti alla razza o al genere.

1. Il diritto all'accesso

La possibilità di accedere alla tecnologia è ormai ritenuta un diritto, si parla molto di ‘diritto all'accesso'.

Di solito si pensa all'accesso come disponibilità dell'infrastruttura tecnologica che permetta a tutti di usare un cellulare o connettersi a Internet. Un paradosso della situazione odierna è che nelle nazioni più ricche l'accesso è pressoché gratuito, mentre i poveri invece lo pagano molto caro. 

Sui cosiddetti ‘costi di connessione' si è molto discusso anche all'Internet Governance forum di Atene. Il traffico Internet tra le nazioni evolute ha costi più bassi rispetto a quello delle nazioni in via di sviluppo, perché quest'ultime per connettersi alla rete devono pagare il traffico internazionale sulle dorsali, in andata e in ritorno, alle nazioni più ricche da tempo consorziate tra loro.

In realtà il solo accesso fisico non serve a nulla se non si sa che se ne può ricavare. Fornire connettività, a chi - per esempio - è analfabeta o è di una lingua mai stampata non è dare accesso.

Dare l'istruzione di base, l'educazione all'uso del mezzo, il creare un ambiente economico/politico/sociale/legale che promuova l'utilizzo della tecnologia e la integri agli obiettivi di sviluppo della comunità... tutte queste sono cose più impegnative che portare infrastrutture. Questo insieme di processi si suole indicare col termine ‘capacity building', un termine chiave nelle conclusioni del Summit Mondiale sulla Società dell'Informazione, insieme ad un altro termine "empowerment", abilitare, ‘rendere più capaci'.

Il capacity building è un percorso difficile e pieno di ostacoli di varia natura. Bisogna dire che la comunità internazionale sta crescendo in questa comprensione.

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Come abilitare i poveri? La ICT4D (ICT for development), lavora per fornire infrastrutture e accesso, al suo interno si è stagliata la ICT4P (ICT for povery reduction) per designare quelle politiche e azioni che mirano a fornire conoscenze che siano di beneficio al sollevamento dalla povertà, come conoscenze sanitarie e servizi educativi.

Per dare un esempio, in Bolivia, sono state diffuse nelle comunità rurali, tramite radio e internet, le quotazioni di mercato dei prodotti agricoli e questo ha dato agli agricoltori un maggior potere di negoziazione e ha accresciuto l'efficienza dei metodi di produzione.

Ma si è ancora focalizzato meglio cosa vuol dire agire per rimuovere la povertà, arrivando a studiare delle politiche specifiche identificate pro-poor ICT, indirizzate direttamente alle fasce escluse, abitanti in aree rurali, donne, analfabeti, emarginati in genere.

Un altro aspetto di rilievo è lo studio di quali tecnologie siano le più adatte al contesto locale. La radio e la televisione, per esempio, sono unidirezionali ma sono più adatti agli analfabeti che non internet, strumento interattivo. Il cellulare poi ha un utilizzo più immediato, si impara facilmente.

Nella pro-poor ICT si cerca di massimizzare l'impatto delle diverse tecnologie combinandole. In una comunità dello Sri Lanka è stato portato avanti un progetto che combinava la radio con internet. Si usava internet per reperire informazioni e la radio per diffonderle tra la popolazione. Gli ascoltatori potevano mandare domande alla radio via posta o telefono, gli operatori della radio facevano le ricerche su internet, le traducevano nella lingua locale e le diffondevano via radio.

Nei documenti del WSIS si è precisato che, affinché i benefici delle ICT siano veramente inclusivi ci si dedicherà con "particolare attenzione ai bisogni speciali dei gruppi emarginati e vulnerabili delle società" e , ci si impegnerà "a un empowerment delle donne", ma non è indicato come procedere perché ciò sia. Non è neanche indicato quale meccanismo finanziario supporterà la messa in opera di questo impegno.

Negli stessi documenti si dice anche - e questo è importante - che le politiche di Pro-poor ICT saranno maggiormente efficaci se si muoveranno coerentemente con le strategie nazionali di riduzione della povertà (PRSP - Poverty Reduction Strategy Paper) e con gli impegni che i Governi prendono in questo senso.

2. La via dell' ‘inclusione digitale'

Se guardiamo la povertà nella sua accezione sociale, la si può connotare come esclusione sociale: i poveri sono in genere esclusi dai servizi sociali e sanitari, dalla partecipazione politica, dall'istruzione. L'ICT4D vuol favorire e realizzare una ‘inclusione digitale', estendendo la società della conoscenza, e i benefici che essa porta, ad ogni uomo.

E qui le precisazioni da fare sono molte. Degli approcci di pura esportazione di modelli di successo delle società cosiddette avanzate in aree in via di sviluppo - approcci di soluzioni a taglia unica - sono rovinosi e destinati a fallire gli obiettivi di riduzione della povertà. Più che operare ‘inclusione digitale", in quel caso si porta avanti una "invasione digitale".

Politiche e pratiche di inclusione possono essere solo quelle che sono capaci di tener conto e di adattarsi al contesto socioculturale, legale, politico ed economico su cui vanno ad agire.

Per far ciò adeguatamente è fondamentale promuovere approcci che mettano al centro le persone e suscitino partecipazione nella popolazione, che inseriscano rappresentanti della comunità locale nel team di sviluppo dei progetti sin dalla loro ideazione e che verifichino la reale validità, importanza e affidabilità del progetto per il contesto locale.

Un simile approccio farà sì che l'inclusione fiorisca dal basso più che essere imposta dall'alto, aiuterà a tener conto delle diversità di genere, di abilità, di cultura, dei bisogni degli emarginati di quella specifica comunità, solo allora diverrà un effettivo e utile mezzo di promozione.

L'invasione forzata di tecnologia a taglia unica non andrà mai incontro ai reali bisogni della gente ma alle necessità di espansione dei mercati delle economie occidentali. Essa costringerà i Paesi in via di sviluppo a liberalizzazioni e ristrutturazioni non sempre adatte alle loro situazioni.

L'inclusione invece dovrebbe essere "abilitante" anche nel senso di portare la gente a scoprire da sé quale tecnologia è utile e per che cosa. Si tratta di un processo lento e paziente - anche tenendo conto delle difficoltà territoriali, comunicative e socio politiche delle varie comunità.

A uno sguardo superficiale l'invasione pare agire più rapidamente e con maggiore efficacia, ma in un simile processo la tecnologia rimane in mano ad agenti esterni, crea bisogni fittizi e continua a fare i poveri più poveri e i ricchi più ricchi. Perché i poteri economici salvaguardano gli interessi del libero mercato più che quelli della persona umana.

3. I telecentri comunitari'

Tra gli strumenti di maggiore utilizzo per garantire l'accesso a tutti e attivare processi di inclusione ci sono i cosiddetti ‘telecentri'.

Sono punti di accesso pubblici alla telefonia e/o a internet, sviluppati da privati o da entità no-profit, che offrono diversi tipi di servizi (per esempio stampe e fotocopie).

Ma se i telecentri vogliono agire per la riduzione della povertà, essi devono servire i bisogni della gente che vive in povertà. Così non è in genere, per vari motivi tra i quali, come evidenzia uno studio condotto in 5 nazioni africane: l'alto costo dei servizi specie per le donne, i disoccupati, gli studenti... ; la mancanza di privacy in questi ambienti; la gestione trascurata con personale non preparato; orari di apertura limitati; locazione inadeguata che rende difficile o costoso raggiungerli; poca pubblicità dell'esistenza del telecentro e dei servizi offerti; percezione che il telecentro è per le persone più istruite, quelle che conoscono l'inglese.

In più i telecentri hanno oggi principalmente scopi di comunicazione e intrattenimento più che scopi professionali ed economici.

Non si può certo affermare che questo tipo di telecentri agiscono per ridurre la povertà. Affinché riescano in questo dovrebbero essere pensati diversamente, inseriti per esempio in centri che già operano in favore dei poveri e accompagnati da strumenti di formazione adeguati, proprio rivolti agli esclusi.

E qui nasce un altro problema. Perché un progetto venga finanziato dai donatori, esso deve garantire la sua sostenibilità anche quando i finanziamenti cesseranno. Se da un lato questa parrebbe un'ottica giusta per non sprecare risorse, ci si deve altresì interrogare se questo non rischi di far fallire l'obiettivo di riduzione della povertà. I poveri non riusciranno mai nel breve termine (in genere i finanziamenti durano al più un paio d'anni) a pagare delle tariffe per l'uso della tecnologia che per loro sono sempre alte e non sono un bisogno primario. Pare che la sostenibilità escluda da sé la pro-poor ICT.

4. Diritto d'accesso alla conoscenza

Affinché una società dell'informazione e della conoscenza sia inclusiva non basta un diritto d'accesso alla tecnologia, esso deve farsi canale di un diritto d'accesso alla conoscenza. Perché è la conoscenza, l'informazione, l'elemento abilitante.

L'accesso a conoscenze di prevenzione sanitaria può evitare le malattie, l'accesso a informazioni di allerta in previsione di catastrofi può salvare vite umane, tanto per portare qualche esempio.

L' accesso alla conoscenza trova però barriere quando la condivisione di conoscenza può ledere interessi economici tutelati da brevetti di proprietà intellettuale.

Un esempio ben noto è la lotta per produrre le medicine nei Paesi che non hanno risorse economiche sufficienti a comprare questi medicinali altrove.

Il sistema classico dei brevetti è oggi spesso svuotato di significato perché la conoscenza è sempre più dovuta non a risultati di singoli ma a collaborazioni, e matura da altra conoscenza già acquisita.

Bisognerebbe portare avanti progetti che mettano in circolo con gratuità tutta quella conoscenza dovuta, per esempio, alla ricerca pubblica.

Una risorsa per la condivisione di conoscenza è anche il software libero, il cosiddetto FOSS (Free and Open Source Software), che non ha costi di copyright e può essere liberamente adattato ai bisogni degli utenti.

5.  Il ruolo della politica

Questo è un punto fondamentale ed è qui che forse entra più direttamente in gioco la politica nel suo ruolo di favorire il bene pubblico e la dignità di vita di ciascun componente il corpo sociale, specie dei più poveri.

Il WSIS ha invitato i Governi a creare un ‘ambiente abilitante', un ambiente favorevole a portare i benefici dell'ICT a tutti.

E' ruolo della politica svincolare il sociale dall'oppressione dei poteri forti, intervenendo con leggi e finanziamenti ove necessario, perché - per esempio - anche alle aree più disagiate per fattori ambientali o di altro genere, aree non interessanti per le aziende perché non assicurerebbero riscontri economici per cui valga la pena investire, siano assicurati i servizi base.

Il mondo occidentale crede che applicando le regole della competizione, della liberalizzazione, del libero mercato si favorirà lo sviluppo. Per favorire ciò si tende a circoscrivere l'intervento statale. Nelle aree in via di sviluppo, invece, la regolamentazione statale assume una grande importanza. Il libero mercato e la competizione darebbe accesso alla tecnologia soltanto ai settori economicamente interessanti, ai grandi agglomerati e non - per esempio - alle aree rurali. Questo non risolverebbe i problemi della povertà.

Teniamo però presente che spesso il mondo politico dei paesi in via di sviluppo ha grossi problemi di corruzione e clientelismo. In Africa si sono riscontrati molti casi in cui la ricca classe di burocrati ha impedito una diffusione democratica della tecnologia, sfruttandola per sé e i propri amici, accrescendo la propria supremazia sui meno abbienti, accumulando capitali poi portati all'estero e non reinvestiti per la promozione del territorio.

Altri problemi ci sono nel campo della sicurezza. Un problema usuale in cui ci si imbatte quando si vuole portare tecnologia dove c'è povertà è che le apparecchiature vengono rubate.

6. Le dinamiche multi-stakeholder

Uno dei risultati chiave del WSIS è stato il riconoscere che, per raggiungere l'obiettivo di "costruire una Società dell'Informazione che sia incentrata sulla persona, inclusiva e orientata allo sviluppo" potrà essere raggiunto solo con un lavoro comune tra governi, settore privato, società civile e organizzazioni internazionali, con un approccio ‘multi-stakeholder'.

Un risultato importante, ma non di facile implementazione. Ci vuole un tempo di conoscenza e di crescita nell'interazione tra tutti i portatori di interesse, che hanno visioni economiche e competenze diverse, con obiettivi a volte contraddittori. Occorre in qualche modo armonizzare gli interessi e valorizzare il contributo specifico che ciascuno può dare.

In questo processo qual è il ruolo di noi che siamo società civile? Noi dovremmo avere come interesse primario il mettere l'uomo al centro, il garantirne i diritti con giustizia. Le ONG sono presenti nelle realtà locali e possono farsi portavoce dei loro bisogni, agendo anche da formatori nel senso più ampio che il termine può avere.

Senza la società civile le politiche non raggiungeranno mai i loro destinatari. Il successo di un progetto sta nella sua capacità di incarnarsi nel locale, un locale definito, specifico, e la società civile è quella che opera questa incarnazione.

Le grandi visioni internazionali possono fornire degli stimoli e delle belle visioni, ma è con tanti piccoli fermenti di promozione e innovazione che si arriverà forse a corrodere i grossi problemi umanitari all'apparenza senza soluzione. Ma - e questa è un'altra frontiera - le azioni dovrebbero coordinarsi tra loro mirando all'obiettivo comune dello sviluppo mutuo. Sviluppo mutuo, perché si crescerà insieme, reciprocamente.

Sarà questo a permettere  alle tante buone pratiche locali di influire a livello globale e sarà questo a permettere che le visioni globali non restino chimere ma trovino attuazione efficace nel locale.

(Da un'intervento al Seminario AMU 31/5-1/6/2007)

Per approfondire:

UNCTAD Information Economy Report 2006 

Global Information Society Watch 2007