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varie

di Maria Rosa Logozzo  

Uno sguardo che comunicava tutto 

mariarosa_diretta.jpg Provo a cogliere qualche aspetto del valore e del senso che il comunicare ha nella testimonianza di Chiara Lubich

Le sue prime compagne sono state affascinate dalle semplici storie di vita quotidiana che lei raccontava. Chiara cercando di mettere in pratica il vangelo, ne scopriva i tesori e li condivideva; erano racconti che facevano venire la voglia di provare a vivere nello stesso modo.

La prima comunità del Movimento dei focolari è nata così, in tempo di guerra, e la diffusione del messaggio fu così celere che farebbe invidia a qualsiasi blogger odierno:  in pochi mesi già 500 persone erano coinvolte. 

Per di più in quell’epoca – erano gli anni ’40 - non c’era neanche la TV in Italia e il telefono costava un capitale. Chiara scriveva lettere. Un giorno un sacerdote le dette una lista di nomi chiedendole di contattare quelle ragazze. Non le andava di scrivere a gente che non conosceva, anche per la sua timidezza, lo fece per ubbidire. 

Quanto lei scriveva - conserviamo ancora tante sue lettere di quei tempi - aveva un non so ché di fresco, appassionato, totalitario che conquistava. 

Nella prima comunità tutto doveva circolare, come in una famiglia. Si condividevano i beni materiali ma allo stesso modo e con lo stesso valore si mettevano in comune i frutti dell’impegno di vita di ciascuno e le notizie quotidiane. 

Queste notizie dovevano circolare come il sangue in un corpo - questa era un’immagine che Chiara usava spesso - , finché il sangue circola è segno che il corpo è vivo, altrimenti – sono parole sue – “andiamo indietro e incomincia la morte1

Non è però che si comunicasse tanto per comunicare o che si mettessero in piazza cose intime. Si comunicava quello che poteva giovare a ravvivare l’amore e l’impegno tra tutti, per incoraggiarsi e sostenersi l’un con l’altro, con rispetto e riservatezza.L’attenzione non era su se stessi ma sul bene dei fratelli e si curava che le notizie raggiungessero davvero tutti gli interessati. 

Interrompiamo per un attimo la storia e portiamo l’obiettivo ai nostri giorni. 

Cosa può dirci tutto questo ora che, almeno nei Paesi con uno sviluppo sufficiente, l’informazione arriva ad essere pressoché istantanea, i mezzi di cui possiamo servirci sono innumerevoli e costano nulla o molto poco? 

La prima osservazione che mi viene da fare è che qualcosa abbiamo perso. La comunicazione allora era legata ad un senso di umanità e di appartenenza. Si comunicava perché ci si sentiva parte viva di un gruppo. Oggi purtroppo il benessere ci ha resi più individualisti. Forse c’è una speranza che questo processo si inverta, è data da internet e dai nuovi media partecipativi che, se utilizzati opportunamente, potrebbero ridar valore alle relazioni sociali. 

Una seconda osservazione è che, benché non ci manchino i mezzi, il sangue, la comunicazione, non arriva dovunque. Non arriva per divari tecnologici, per mancanza di istruzione, per la poca attenzione ai diversamente abili e agli ultimi, per censure politiche o perché, essendo l’informazione divenuta un bene economico la si usa per guadagnarci. 

Tutto ciò è una convalida del fatto che i mezzi da soli non bastano ad unire le persone se il comunicatore non ha in cuore un amore per l’uomo e il bene del corpo sociale. 

Di comunicatori così ce ne sono stati e ce ne sono, ma quasi tutti hanno vissuto come singole figure straordinarie. Nella società complessa di oggi, dove i mezzi di comunicazione permettono un’interazione, potrebbe forse essere l’ora in cui siano comunità di comunicatori ad operare mantenendosi collegati, per portare una corrente di unione e di pace. 

NetOne è uno di questi luoghi di collegamento. 

Torniamo a Chiara. 

Un altro particolare momento comunicativo Chiara lo ha preso dai primi cristiani: dirsi a vicenda la verità, portando a galla gli sbagli visti negli altri e anche gli aspetti positivi, farlo non per rivendicare giustizia o per semplice critica, ma per volersi ancora più bene, per aiutarsi a far meglio. Come una mano che lava l’altra mano, che lava se stesso – così Chiara ne esprimeva il senso. 

Nel nostro lavoro a volte dobbiamo denunciare ingiustizie ed errori, mi chiedo se arriveremo mai a farlo con questo animo… 

Chiara ha usato in ogni tempo i mezzi di comunicazione più moderni e più celeri. A metà degli anni ’50 le fu regalato un magnetofono a filo, che, nonostante fosse ingombrante e pesante, veniva trascinato in su e in giù per l’Italia per permettere ai membri di tutte le comunità di ascoltare discorsi o notizie. 

Già all’inizio degli anni ’60 Chiara diceva che musica, danza, teatro, cinema, radio, televisione… erano tutti mezzi indispensabili per portare l’ideale dell’unità. 

Dal 1980 ogni mese un collegamento la stringeva ai suoi sparsi per il mondo, prima era una conferenza telefonica, poi via satellite e Internet. Lo faceva sempre con lo stesso spirito degli inizi: perché il corpo si mantenesse vivo. 

C’è un episodio simpatico. Nel settembre del 2004, Chiara passeggiava nel giardino di un santuario a cui faceva visita, un giardino pieno di statue sacre. A chi le stava vicino disse: “qui nel giardino hanno tante statue, noi nel nostro giardino abbiamo l'antenna che collega tutto il mondo" . L'antenna era un'antenna parabolica  che permetteva una trasmissione via satellite, Chiara l'aveva definita "un monumento alla comunione universale". 

Pareva che la celerità dei mezzi non arrivasse mai a quella che lei riteneva necessaria per la méta che aveva in cuore. 

Però quando i media venivano usati per fini bassi, per anestetizzare l’uomo, per illuderlo, per chiudergli gli orizzonti su sé stesso, ci ha sempre invitato a boicottarli, a farne a meno. 

Due parole sul linguaggio che Chiara usava. Semplice e comprensibile a chiunque. Ce lo raccomandava di misurare quanto volevamo dire sugli ultimi e non sui più dotti, proprio per non escludere nessuno. 

Quando parlava a bambini ci teneva a mostrare dei disegni; perché i linguaggi comunicativi dovevano andare incontro all’interlocutore, questo era parte integrante del messaggio. 

Attenta al contesto in cui parlava, non aggiungeva del superfluo al suo dire, per non interpretare o coprire con qualcosa di successivo l’intuizione iniziale che voleva porgere. Questo suo continuo esercitarsi in una 'ascetica' di stile comunicativo, ha permesso che i suoi interventi e i suoi testi acquistassero una profondità di senso che continua a parlarci. 

Un’altra sua raccomandazione frequente era di “creare l’atmosfera” prima di instaurare una qualsivoglia comunicazione. 

Con ciò voleva dirci di tener vivo l’amore, possibilmente reciproco, perché sarebbe stato di luce sia per chi si esprimeva che per chi ascoltava, parola e ascolto insieme facevano il messaggio. 

La Lubich non ha mai voluto usare i massmedia per farsi pubblicità. Citava una frase che le aveva detto don Calabria ‘taneta e buseta’, stare nelle tane e nei buchi, operare nascostamente, lasciando che siano le opere e la vita a testimoniare più che le parole2

Quando i molti frutti non potevano più restare nascosti, capì che era giunto il momento di mostrarli, il momento di ‘mettere la luce sul moggio’, ma lo fece con la semplicità che l’ha sempre caratterizzata. 

Nell’oggi dove religioni e culture sono spesso causa di scontro, Chiara è stata attiva promotrice di dialogo.

Un giorno qualcuno le chiese se il dialogo superasse la tolleranza. Nella sua risposta salvò la tolleranza – meglio la tolleranza che lo scontro disse – ma poi sottolineò che il dialogo è di tutt’altra portata perché è creare già la fraternità su questa terra, è diventare “uomini mondo” che hanno dentro tutti gli altri e sono riusciti a dare del proprio3

Ricordarsi, ricordarsi, ricordarsi – ci diceva – che dialogare per noi significa amare, non significa parlare”, perché amando già si stabilisce un rapporto4

Lo ha testimoniato in maniera speciale negli ultimi suoi mesi di vita. Riusciva a dire poche parole con grande fatica, a volte neanche quelle, eppure il suo sguardo come un vuoto profondo e caldo, accoglieva e comunicava più intensamente che mai. 

E si capiva perché un giorno proprio a noi di NetOne aveva detto che il comunicatore compie la sua funzione di mediatore della realtà quando 'non è'. Ci aveva fatto l’esempio di Gesù che quando si sentì abbandonato da Dio, totalmente nulla, tolse ogni diaframma tra l’umanità e Dio. 

Nella profondità dello sguardo di Chiara quel Dio Amore per cui aveva sempre vissuto pareva di toccarlo. 

Ora che Chiara ha compiuto il suo viaggio terreno il suo messaggio rimane accanto a quello dei grandi testimoni, un messaggio che è come un viatico per l’umanità tutta. 

(intervento nel corso dell'appuntamento della serie 'Comunicare per un mondo unito', fatto online e via satellite il 12 aprile 2008, per ricordare Chiara Lubich) 

Note 

 1 cfr. Chiara Lubich, IX tema sulla spiritualità collettiva: VII aspetto: "L'amore che unisce", Castel Gandolfo 21 settembre 2002, inedito 

2 cfr. Chiara lubich, Conferenza stampa, Milano 10 marzo 1995, inedito   

3 cfr. Chiara Lubich, Risposte alle domande, Castel Gandolfo 8 febbraio 1998, inedito 

4 cfr. Chiara Lubich, Risposte alle domande, Loppiano 12 maggio 1987, inedito