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Globalizzazione e mondo unito

NetOne, una proposta ai comunicatori

di Michele Zanzucchi

Un titolo impegnativo è Globalizzazione e mondo unito: l’ho scelto perché credo che nel momento in cui la società e ogni società sembrano perdersi in estenuanti conflitti tra forze centripete e forze centrifughe, pochi valutino l’unità del nostro pianeta come qualcosa da perseguire.

Direi di più, qualcosa di indispensabile. Si noti bene, l’unità, e non la globalizzazione, fenomeno dalla valenza estremamente discutibile.
Questa prima parola del titolo richiama un termine, ”rete“ o ”net“, che sembra imporsi nell’oggi della comunicazione. La rete non è una piramide, e non è neppure una retta: ogni punto può essere centro o periferia, e il successo di ogni punto dipende dalla ”presenza“ che esso ha sulla rete, dalla sua vitalità, dalla sua visibilità, dalla sua capacità di influenzare gli altri punti. Anche nel campo della comunicazione, quindi, siamo passati dalla logica della subordinazione a quella degli incroci, delle piazze più che delle vie.
L’altro termine del titolo, ”mondo unito“, non è semplicemente sinonimo di ”globalizzazione“ o di ”mondializzazione“, come taluni sembrano credere, uno stato di fatto insomma. È un fine. Il mondo unito è una ”rete di rapporti“ da costruire, è ”rete d’amore“ – pronunciamo pure questo termine tanto svalutato, che in questo caso mi sembra pregno di significato. Mondo unito è unità nella valorizzazione delle diversità.

Problemi e piste di ricerca


Quattro mi sembrano i principali problemi – e altrettante le piste di ricerca, se non di soluzione – nel dualismo tra globalizzazione e mondo unito. Pur non essendo futurologi e tanto meno profeti, si può cercare di individuare alcune direzione verso le quali ci stiamo incamminando.

Primo problema, sotto gli occhi di tutti: il potere, o meglio, l’uso del potere. Dice uno dei guru della comunicazione, Noam Chomsky: «Nel mondo della comunicazione la regola è scegliere atteggiamenti facili e obbedire al potere» [1]. La ”nuova economia“, considerata da tanti la nuova padrona della comunicazione, sembra andare proprio in questa direzione. Si guarda poco al nome che sta prima della chioccioletta, @, e ci si concentra piuttosto al nome che sta dopo di essa. Come reagire a tale diffuso problema? Mi sembra che una pista potrebbe essere quella di un duplice sforzo: da una parte creare delle forme di proprietà dei media più sociali, più attente all’uomo anche se ancora piccole, direi cariche di una forte carica utopica. L’altra, è ovvio, quella condivisa dalla maggioranza degli operatori della comunicazione, è la partecipazione attiva ai media esistenti, anche alle grandi organizzazioni comunicative, ma con l’impegno di costruire qualcosa di migliore.

Secondo problema, seconda pista di ricerca. Nel novembre 1999, ad Amman, partecipavo all’assemblea generale della Conferenza mondiale delle religioni per la pace (Wcrp), una sorta di Onu delle religioni, anch’essa, in fondo, un tassello della globalizzazione. Seduto accanto a un indù, ho ascoltato dalla sua voce una frase sibillina, gettata lì quasi per caso: «Noi stiamo andando dall’omogeneizzazione alla egemonia, from omogeneity to egemony». La minacciata negazione della diversità ad opera della globalizzazione è in effetti non solo possibile, ma spesso già in atto. Danni irreparabili sono già sotto gli occhi di tutti. La cultura occidentale dominante – industriale, liberista e libertaria, fortunatamente non la sola –, ridurrebbe lo spazio vitale delle altre culture fino addirittura ad annientarle. Ma questa omogeneizzazione ha luogo anche all’interno delle singole culture, nelle quali la massa può schiacciare la persona.
Ed ecco, allora, il grande problema del rapporto tra chi fa comunicazione (che ha il coltello dalla parte del manico) e chi la riceve (che invece sembra dover subire senza reagire). È l’eterno problema che si presenta ai fruitori dei media, a chi sta dall’altra parte dello schermo, del giornale o della radio. Il consumatore dei media può pretendere di essere attivo nei confronti di essi? Le organizzazioni dei genitori, dei consumatori, degli utenti sembrano gridare la loro protesta, spesso però non ascoltate, o prese in considerazione solo per qualche istante, in modo da far scoppiare la bolla della protesta per poi lasciare le cose come stanno. Ma c’è anche chi ritiene che, più che costituire organizzazioni di protesta, per forza di cose dallo spiccato senso corporativo, si debba impegnarsi nell’elaborazione di una nuova etica dei media e dei comunicatori. Un’etica che permetta di valorizzare l’uomo, di rispettare la sua integrità. Entrambe le piste sembrano degni di interesse.

Un terzo problema mi sembra quello dell’eccesso. Giorgio Bocca scrive: «Nell’era delle notizie, nessuno sa niente»[2]. Questo problema consiste nel fatto che ormai abbiamo a disposizione una quantità incredibile di informazioni, come testimonia ad esempio l’uso della posta elettronica: se appena si fa circolare il proprio indirizzo, ecco che si viene immediatamente subissati da una valanga di email… Ma – ed è questo un problema nel problema ben più grave – spesso si raggiunge addirittura l’impossibilità di ragionare con la propria testa, e si è annichiliti dal medium stesso, ingabbiati, schiavizzati.
Una risposta va ricercata nella responsabilità dell’uomo, del comunicatore e dell’utilizzatore dei media. Alcuni parlano di ”etica della responsabilità“, come Hans Jonas negli Stati Uniti. Ma perché tutto ciò non resti solo una bella teoria, emerge la necessità di lavorare assieme, di produrre degli strumenti, delle società, delle associazioni, dei media che possano essere capaci di creare informazione. Qui in Italia, non va trascurato il caso di un coraggioso religioso comboniano – padre Giulio Albanese – che, tornando dall’Africa dopo anni di soggiorno laggiù, ha creato un’agenzia che si occupa in particolare di quel continente che, lo sappiamo bene, è stato da tempo abbandonato dai media (salvo riproporre format alla Grande fratello). Albanese ha creato un’agenzia che effettivamente trasmette delle notizie vere, verificate e verificabili. Tra i suoi clienti vi sono ormai i più grandi network.

Il quarto problema è radicalmente diverso: parliamo della tecnologia, un tema fondamentale non solo per i filosofi, ma per ognuno di noi, e in primis per ogni comunicatore. In fondo, i media nella storia sono rimasti sostanzialmente immutati dai tempi di Gutemberg fino all’avvento della televisione, per secoli e secoli. Non abbiamo fatto ancora a tempo a digerire il tubo catodico – col digitale ci sarà un altro boccone da ingoiare –, che, d’improvviso, abbiamo assistito ad un’altra esplosione, quella dell’informatica e del digitale, appunto. Attualmente i microprocessori, che sono il cuore del computer, raddoppiano di velocità ogni anno e spesso le nostre tasche lo sanno bene, perché siamo ”costretti“ ad aggiornare periodicamente i nostri computer. La tecnologia avanzata sembra essere l’ultima frontiera dell’occupazione: essa crea continuamente nuovi mestieri, e rivoluziona quelli già esistenti nel mondo dei media. E persino lo stesso concetto di comunicazione sembra dover mutare sotto la pressione dell’informatica.
Ci si può lasciare portare dall’onda, e subire passivamente progressi tecnologici e la conseguente obbligazione a sposarne le nuove esigenze, oppure cercare di capire il fenomeno, metterlo a distanza per non essere schiacciati dal ritmo spasmodico del cosiddetto ”progresso“. Se una volta esso era identificato nella macchina utensile – e si è visto quanta fatica ci sia voluta per dominarla e predisporre i necessari correttivi sociali –, oggi sembra il chip. Vogliamo far a meno della lezione ricevuta dalla rivoluzione industriale?[3]

Tutto ciò, mi sembra confermi come la globalizzazione sia di per sé neutra, finché l’uomo non la trasforma in qualcosa di positivo o di negativo. Il ”mondo più unito“, invece, è qualcosa in fieri, uno scopo che si cerca di raggiungere. Nel contempo mi sembra sia già in qualche modo una presenza reale, proprio grazie al lavoro di coloro che seguono le quattro piste di ricerca parallele ai grandi problemi della globalizzazione, che ho cercato di esplicitare. È solo un sogno, solo un’utopia, come tanti dicono, e forse talvolta anche coloro che lavorano per un mondo più unito? Forse.
Mi rifaccio tuttavia ai teologi – mi si perdoni l’intrusione – che usano una felice espressione, ”già e non ancora“, per indicare che l’escatologia si comincia a costruire sin da ora. Ebbene, penso che si possa continuare a lavorare nei media per una grande idea, grande come il mondo, perché qualcosa esiste già, qualche seme di un mondo più unito.

Unità e distinzione


«La globalizzazione non soffocherà i popoli, ma si trasformerà in una comunione mondiale tra le civiltà e le culture, dove tutte le ricchezze spirituali e materiali diventeranno patrimonio comune, senza mortificare ma sottolineando la singolarità di ciascuno, in una continua dinamica di unità e distinzione"». Sono parole, queste, pronunciate da Chiara Lubich nel giugno 2000, ad un convegno dal titolo ”Comunicazione e unità“[4], che ha visto la data di nascita di un nuovo soggetto nel vasto e inflazionato mondo della comunicazione. NetOne, ”rete uno“: un nome, un programma.
È un soggetto nato per ispirazione della fondatrice del Movimento dei Focolari. Se guardiamo alla sua storia, costatiamo come in fondo già 50 anni fa, nell’esperienza iniziale del movimento, si parlasse proprio di ”rete“, una rete che avrebbe dovuto avvolgere il mondo: non tanto un’organizzazione artificiale concepita a tavolino, quanto ”un’architettura“ di rapporti reali e fraterni tra gente dei cinque continenti. E se, a posteriori, oggi costatiamo come il movimento sia ormai diffuso in 184 nazioni, ebbene, forse si può dire che almeno qualcosa di quel sogno degli anni Quaranta e Cinquanta si è realizzato[5].

700 sono stati i comunicatori presenti al convegno fondatore del 2000, provenienti da circa quaranta paesi: «C’è chi ha intravisto nelle comunicazioni sociali una possibilità di mettere in rapporto cultura e grande pubblico – spiegava uno dei relatori, l’argentino José Maria Poirier, direttore della rivista Criterio - , e chi invece si è sentito affascinato dalla complessa e incalzante attualità che richiede un’interpretazione. C’è chi lavora in questo campo come un modo di intervenire nel sociale e nel politico e chi lo fa solo per vivere». «Ma tutti, o quasi tutti – precisava Jean-Michel Merlin, altro relatore, francese, responsabile della comunicazione al Secours Catholique –, sono coscienti che il loro mestiere è sì personale, estremamente personalizzato, ma che nello stesso tempo non può prescindere dall’équipe, dal gruppo di lavoro, sia nel campo delle idee che in quello della tecnica e della forma».
Le provenienze dei partecipanti sono risultate le più varie. Ma nessuno evitava frasi del tipo: «Ho lottato a lungo per non scendere a compromessi», «lo sforzo maggiore è stato quello di rimanere fedele ai miei principi», «tante volte mi sono chiesto come avrei potuto influire su questa macchina pazzesca che sono i media»… Era presente gente che, nel realismo cui la professione la costringeva, era convinta che l’ideale del mondo unito sia fatto apposta per la comunicazione; anzi, che ne sia insieme il destino, lo scopo e il progetto.
Intendiamoci, questa gente non aveva nulla dei fantasticatori a buon mercato, né dei sognatori preda della virtualità. Aveva un’intenzione, uno scopo. Mi si dirà che ci sarebbe di che scandalizzare coloro che pretendono che il comunicatore sia super partes, che non debba coinvolgere più di tanto la propria sensibilità per rispetto della verità… Ma, come dice Ryszard Kapuscinski, «il vero giornalismo è quello intenzionale, vale a dire quello che si dà uno scopo e che mira a produrre una qualche forma di cambiamento»[6].
Un esempio di tali comunicatori può essere Carmel Bonello, pubblicitario maltese, uno dei maggiori operatori del settore nel suo paese. Per lui «il mondo unito non è solo una prospettiva, ma è la linea d’azione del mio agire sul lavoro». Un altro: William Esposo, filippino, fondatore di network, centri studi, società di produzione. Sostiene che «a scuola ci si raggruppa in associazioni di studenti. Fuori della scuola, in gang. Finita la scuola, in club e partiti, solo per poter dirsi parte di qualcosa. Questo bisogno di stare insieme non può trovare risposta in una omogeneizzazione, perché è nostalgia di una casa… Casa mia è qui». Un terzo: Leo Pauwels, vicepresidente della televisione Vrt belga, e presidente degli Eza, 45 centri di formazione ai media europei. Non va per il sottile quando dice che «primo, nel modo di comunicare i cristiani sono troppo unilaterali nell’uso del messaggio stampato nelle sue varie forme; secondo, tante volte c’è carenza di professionalità giornalistica moderna e nella forma espressiva; terzo, c’è troppo poco scambio di nuove espressioni che possano ispirare e dare concetti nuovi». Un ultimo esempio: Silvia Gambardella, già anchor woman della Nbc americana, ora nota free lance. Afferma risoluta di «aver scoperto una prospettiva di lavoro nei media che è adattissima al mercato statunitense». E potrei continuare.
Gli operatori presenti al convegno hanno voluto costituire da quel momento una ”rete“ di comunicatori, rispondendo all’invito formulato da Chiara Lubich nel suo denso intervento, che è diventato la magna charta di chi aderisce a NetOne[7]. Prova ne sia il fatto che al convegno si è parlato di comunicazione, certo, ma soprattutto si è comunicato. Perché ogni spazio era importante per confermare che comunicare implica un interessamento reale all’interlocutore. Si è parlato molto di ascolto… e si è ascoltato.

Nel titolo del convegno – ”Comunicazione e unità“ –, era fondamentale la congiunzione ”e“, che portava con sé alcuni corollari.
Il primo voleva coniugare insieme ”unità e diversità“: non avere paura del diverso da sé, valorizzare la propria cultura ma anche quella altrui: «Per comunicare farci uno con l’altro», si era detto.
Secondo corollario era ”unità e universalità“. Tutti devono poter comunicare, grandi e piccoli, dotti e ignoranti, uomini e donne; deve risultare normale l’uso dei media, accessibile a tutti, senza discriminazioni: «Il comunicare è essenziale», si era convenuto.
Terzo corollario, ”unità e unicità della persona“. Il primo mezzo di comunicazione, il più valido, cos’è? Siamo noi stessi, altrimenti i mezzi non servirebbero assolutamente a nulla. E non si tratta solo di comunicare, ma addirittura di dare sé stessi nella comunicazione. Ricercare una realtà concreta, non una virtualità di rapporti: «Importa l’uomo non il medium», era stato affermato nel convegno.
E ancora, ”unità e verità“: questo corollario nasconde l’auspicio che ciò che si trasmette corrisponda a verità, e che perciò anche il negativo, purtroppo ben reale, non sia gettato in pasto senza raziocinio agli spettatori, ai consumatori. Serve una comunicazione di qualità. «Sottolineare il positivo», era stato l’invito rivolto ai partecipanti.
Ultimo corollario: ”unità e famiglia“. Lo scopo di un mondo unito equivale a costituire una grande famiglia con le dimensioni della stessa umanità. A ben guardare, questo è anche lo scopo della comunicazione, di quella non invadente, che ha rispetto del pubblico, che non lo strumentalizza, che propone valori veri e condivisibili. L’umanità ha bisogno di famiglia, quel luogo dove ognuno acquista il proprio ruolo, quel luogo dove in fondo l’uomo trova la propria felicità.

NetOne, nuovo soggetto nella comunicazione[8]


NetOne riunisce quindi dei comunicatori – e delle aziende di comunicazione – che operano nel sempre più vasto campo della comunicazione, anche se in settori professionali diversi: dall’informazione all’intrattenimento, dalla pubblicità al cinema, dall’informatica alla comunicazione aziendale… Tale varietà delle figure professionali non intende mortificare o confondere le singole specificità professionali, ma nasce dall’esperienza dell’arricchimento reciproco e dalla crescita intellettuale e creativa che viene da uno scambio approfondito, senza distinzioni non solo di cultura, di credo o di nazionalità, ma anche di categoria tra coloro che per professione debbono comunicare o mettere in comunicazione le persone. I confini tra un profilo professionale e l’altro sono d’altronde sempre meno definiti; anzi, ne nascono continuamente di nuovi. Specializzazione e interdisciplinarietà vanno perciò sempre più di pari passo: bisogna quindi evitare scorciatoie mutuamente esclusive.
NetOne vuole perciò collegare liberamente persone e gruppi interessati a una comunicazione ampia e responsabile, consapevole di essere fatta da uomini e donne che si rivolgono a un pubblico di altri uomini e altre donne con percorsi diversi ma con un destino comune. In questo contesto, come comunicatori, si vuole essere attenti a tutto ciò che può concorrere alla fratellanza universale, e cioè a un mondo pi÷ unito, nella convinzione che esista un bene comune per il quale lavorare, senza che ciò significhi negare le diversità, né tanto meno volerle omologare in un ”pensiero unico“.

Pur valorizzando le espressioni culturali finora elaborate - a livello comunicativo, artistico o di opinione pubblica -, NetOne crede che oggi, sotto la spinta degli epocali cambiamenti determinati dalla mondializzazione e dal progresso tecnologico, occorra contribuire a rinnovare a fondo il mondo della comunicazione. Tale rinnovamento deve investire sia i suoi meccanismi interni - che rischiano di isolare, invece di avvicinare fra loro i comunicatori -, sia le modalità e i contenuti con i quali ci si rivolge agli interlocutori. E non può aver luogo senza la solida base di una necessaria elaborazione culturale, che va effettuata in un contesto sociale dai caratteri inediti: pluralità di modelli di riferimento; crescente individualismo; preferenza per rapporti basati sulla relazione piuttosto che sulla gerarchia; concentrazione della proprietà dei mezzi di comunicazioni in poche mani; commistione generalizzata tra poteri politici e proprietà dei media; massicci fenomeni migratori…
Tale elaborazione culturale, è evidente, richiederà tempo e creatività agli aderenti a NetOne, in ciascun campo della comunicazione. In essa sono coinvolti docenti ed esperti, ma anche studenti e professionisti: NetOne è infatti convinta che tale approfondimento non possa essere prodotto solo in ambienti accademici, ma che debba piuttosto essere il frutto di una reale sinergia tra i pensatori e i professionisti nei diversi ambiti lavorativi dei media. Per corroborare questa convinzione, non si dimentica che le cosiddette ”scienze della comunicazione“ sono discipline di recente istituzione e di natura ”geneticamente“ interdisciplinare.

Esiste un'ulteriore sfida da raccogliere in questo inizio di nuovo millennio. Gli antropologi affermano infatti che la comunicazione non può essere disgiunta da una comunità e da una cultura: l'una non può esistere senza le altre. Se questo è vero, quando tutte le forme di comunicazione vengono trasformate in merce, la cultura - materia della comunicazione - diventa inevitabilmente anch'essa una merce. E questo è proprio ciò che sta accadendo. La dimensione di questo fenomeno è enorme, se si pensa che stiamo assistendo alla commercializzazione di una vasta gamma di esperienze culturali. Da tutto ciò è facile prevedere come il ”mercato della comunicazione“ sarà popolato di "prodotti culturali" in continua crescita. Ma di quale qualità?

NetOne e le sue idee


Per riassumere quanto detto finora, mi sembra di poter dire che alcune prime intuizioni sono alla base dell'elaborazione culturale che sta avvenendo all'interno di NetOne, e nel confronto dei comunicatori che vi si riferiscono con il mondo dei media e delle scienze della comunicazione. Eccole.

  • • La comunicazione possiede una radice ontologica: ha a che fare con l'essere dell'uomo e con le sue basi antropologiche fondamentali. È inscritta nel divenire dell'umanità. È in primo luogo un'espressione della fraternità originaria e irriducibile che unisce le persone umane.
  • • Il comune orizzonte, il fine della comunicazione, qualsiasi comunicazione che metta in relazione le persone, è l'unità. La comunicazione è essenziale per una corretta e piena vita in società e per la realizzazione della vocazione sociale dell'uomo. Perciò essa deve concorrere al bene comune.
  • • La comunicazione è per l'uomo, e non l'uomo per la comunicazione. Così, per comunicare effettivamente ed efficacemente è necessario avvicinarsi all'interlocutore con un atteggiamento di ascolto e di rispetto. Perché no, anche di amore.
  • • I media sono per quanto detto strumenti per realizzare un mondo più unito. Sono degli strumenti, e non un fine in sé. Esiste in questo senso un enorme potenziale assopito nei media, potenziale che va risvegliato.
  • • La comunicazione è di per sé e in sé, positiva. Quindi anche la comunicazione professionale è di per sé e in sé, positiva. E di conseguenza pure i media sono di per sé e in sé positivi, anche se possono diventare negativi in base all'uso che se ne fa.
  • • Nella comunicazione in genere, e nella comunicazione professionale in particolare, si dovrebbe sottolineare quel che consente all'umanità di progredire verso la sua piena realizzazione (l'unità), piuttosto che quel che l'allontana dalla sua vocazione.
  • • Nella comunicazione, e nei media in particolare, la doverosa denuncia del male dovrebbe essere anch'essa orientata al bene. Perciò la comunicazione professionale richiede da coloro che vi operano una responsabilità etica corrispondente ai fini che ci si propone.
  • • Tutto quanto detto dovrebbe valere sia per chi crede che per colui che ha convinzioni non religiose. Per chi crede, la comunicazione ha a che fare in primo luogo con l'essere stesso di Dio. Per chi ha poi una fede cristiana, poi, la comunicazione ha a che fare con il Dio-Amore-Trinità annunciato dai Vangeli.

Insomma, troppo spesso, nel dibattito culturale attuale, si riduce il problema della comunicazione a quello dei mezzi di comunicazione, dei media. NetOne ritiene che ciò sia riduttivo e fuorviante, perché, prima della discussione sulla natura di tali mezzi con le loro specificità, i loro contenuti, le loro professionalità e la loro etica, esista una finalità intrinseca alla comunicazione stessa. Tale finalità è l'incontro tra le persone che comunicano. La comunicazione, in effetti, è sempre l'incontro di una persona con il mondo circostante. Incontro, e non semplice relazione, perché, se avviene una comunicazione vera, sia chi comunica sia chi è destinatario della comunicazione non rimane uguale a quel che era prima dello stesso processo di comunicazione. Tale incontro, sostanziato di tutte quelle espressioni - come l'ascolto, l'accoglienza, il rispetto, la solidarietà… - che si possono riassumere nell'amore (parola usata e abusata, ma sempre più essenziale per la comunicazione, se riportata al suo valore intrinseco, senza sentimentalismi e banalizzazioni), ha come primo frutto quello di avvicinare tra loro le persone, inserendole in quella dinamica di unità che è la finalità stessa - e l'orizzonte - del convivere tra persone.

Una comunicazione autentica è naturalmente confrontata anche al male, cosi come lo si vede patire da tanti uomini e donne oggi nel mondo, si presenti come guerra, morte, dolore, malattia, sofferenza, ingiustizia, abuso del potere. Sono realtà, queste, espressione del male che vuole negare l'esistenza del bene, cioè di realtà invece buone, vere e belle. Spesso si mette in discussione persino la possibilità stessa di una comunicazione che disponga all'accoglienza, mentre al contrario si suscitano ostilità, incomprensioni, dubbi, paure, conflittualità.
Per quanto di competenza dei comunicatori professionali, NetOne ritiene di doversi ovviamente far carico di tale problema; non come prova di un'insuperabile debolezza dell'uomo, ma come segno drammatico che l'autentico senso del dolore, ancora una volta, va oltre il puro dato materiale. Perciò NetOne si impegna a non venire meno alla propria responsabilità di cercare, riconoscere e trasmettere questo significato ”ulteriore“ che si può cogliere sotto le realtà anche più dolorose.

NetOne vuole quindi essere un laboratorio senza barriere, a livello planetario, nel quale sperimentare la finalità intrinseca della comunicazione - l'incontro sostanziato d'amore, via all'unità -, verificandone metodo, contenuto e risultati. L'amore è visto come premessa necessaria all'unità, e l'unità come necessario sbocco dell'amore. Perciò la comunicazione, incontro sostanziato d'amore, porta all'unità.
NetOne è un laboratorio nel quale non si elaborano solamente teorie o principi etici. Si crede infatti che il pensiero nasca dalla vita, la quale a sua volta si nutre del pensiero, in una spirale ascendente, in una sinergia che si ritiene, come già detto, necessaria per una nuova elaborazione culturale della comunicazione.



1 Noam Chomsky, Linguaggio e natura, in AAVV, Filosofia del linguaggio,Raffaello Cortina Editore, Milano 2003, p. 281
2
InL'Espresso, 24 giugno 2000, p. 29
3
Stimolante a proposito di questi argomenti è il volume, a cura di Graziano Lingua, Comunicare senza regole? Etica e mass-media nella società globale, Medusa, Milano 2002, in particolare il contributo di Ettore Sandretto
4
Gli atti tale convegno sono stati di recente pubblicati: Lella Siniscalco e Michele Zanzucchi (edd.), Comunicazione e unità, Quaderni di NetOne n° 1, Città Nuova, Roma 2003
5
Per la cronaca, il giornale, Città Nuova, espessione dei Focolari, per motivi di copyright, per alcuni anni, agli inizi, si è chiamato proprio La rete
6 Ryszard Kapuscinski, Il cinico non è adatto a questo mestiere, Edizioni e/o, Roma 2002, p. 39
7
Lella Siniscalco e Michele Zanzucchi (edd.), op. cit., pp. 23-36
8
I due paragrafi conclusivi sintetizzano l'elaborazione di un gruppo di studio che ha presentato i risultati dei suoi lavori, in corso di pubblicazione, al secondo seminario internazionale di NetOne, tenuti a Castelgandolfo (Roma), nel giunio 2003

in cultura&libri, nummero 144, luglio - settembre 2003 

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