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Castel Gandolfo, 7/6/2003

"Il paradigma dell'unità nella comunicazione"

Seminario Internazionale sulla Comunicazione

intervento di Vera Araujo

Vorrei premettere che non sono esperta specificamente di teoria della comunicazione, perciò questa mia conversazione vuole soltanto offrire degli spunti sociologici generali al fine di una migliore comprensione della comunicazione tout court.

Certamente mi muoverò alla luce del paradigma dell'unità, il che significa, essere illuminata e diretta dalla prospettiva e dai valori che l'unità offre.

Gli scritti, i temi, le conversazioni di Chiara Lubich sono numerosi, variegati e profondi in modo tale da offrire un materiale molto vasto per lo studio e l'approfondimento di parecchie tematiche. Vorrei misurarmi con quella della relazione sociale che ha un posto centrale nella riflessione sociologica e che è direttamente legata al tema della comunicazione.

È bene sottolineare che la sociologia ha come oggetto suo specifico lo studio della realtà sociale in quanto sociale, cioè, nel suo dinamismo vitale di crescita, interazione, evoluzione ed involuzione, progresso, mutamento, conflitto, ecc. Quello che interessa alla sociologia sono i rapporti, le relazioni che si danno fra gli "Io" e gli "Altri", l'incidenza delle strutture sistemiche su queste relazioni, l'azione dei soggetti, degli "Io" sulla realtà nel suo insieme.

Analizzare, capire, comprendere, interpretare e possibilmente modificare queste relazioni micro e macro è lo scopo e il fine della sociologia.

Scriveva recentemente il sociologo belga Guy Bajoit che "i sociologi, nonostante le loro profonde divergenze, sembrano d'accordo almeno su un punto: la sociologia è la scienza delle relazioni sociali; essa cerca di spiegare i comportamenti degli individui e dei gruppi mediante le loro relazioni".

Alain Tourraine pone la questione in questi termini: "Bisogna dunque tornare alla domanda assillante: quale è l'oggetto della sociologia? Risposta: le relazioni sociali..." E più oltre: "...Le relazioni sociali, tutte le relazioni sociali, per quanto diverse siano le une dalle altre, perché l'oggetto della sociologia non è una cosa, ma una operazione: fare apparire le relazioni dietro le situazioni".

La spiritualità dell'unità emerge già agli inizi della vita del Movimento delineandosi in un visione del cristianesimo che avvolge tutta la realtà. Ma è chiaramente nel 1949 che Chiara Lubich e le sue prime compagne vivono un periodo di particolare illuminazione che è stato descritto e tramandato in forma di appunti e annotazioni e al quale ci si riferisce semplicemente usando l'espressione "il '49".

Negli scritti del '49 si può trovare una realtà sociale viva, attiva e ricca con elementi originali che attivano processi sociali inediti di conoscenza, integrazione, crescita, progresso e cambiamento. Questi processi, sebbene di origine spirituale, investendo la vita quotidiana nei suoi aspetti sia esistenziali individuali che sociali, possono essere conosciuti ed esaminati.

Vorrei analizzare alcuni elementi di dinamismo relazionale presenti in questi appunti. In essi si possono trovare i diversi modi e i diversi contenuti in cui la relazione si dispiega e si manifesta.

1.1 L'individuo: essere in relazione

Il concetto di persona emerge per la prima volta nel cristianesimo, perché con il cristianesimo si sottolinea l'altro in modo nuovo e decisivo.

Sappiamo che sono presenti alcuni congressisti di altre religioni: la presente ricerca - per precisione metodologica - si svolge all'interno della visione e della dottrina cristiana cattolica.

"Persona" vuol dire individuo razionale fondato su una relazione personale con Dio, nell'atto creatore; con l'altro uomo che diventa prossimo perché simile in umanità, uguale in valore, amato da Dio e degno di essere amato; con il cosmo, dono di Dio alla sua creatura.

Dal profondo della persona fiorisce la socialità, come essenza ed esigenza, come prassi del vivere insieme con altri esseri umani in una rete di rapporti reciproci. La socialità o il sociale non è dunque fuori di noi, ma in noi, ed emerge per incontrare l'altro, pure lui dotato di socialità.

Dire persona, dunque, significa dire essere-con-gli-altri, vuol dire in definitiva essere-in-relazione. La persona reca in sé una spinta esistenziale verso i suoi simili. Essa è un nodo di bisogni, pulsioni, tendenze, desideri, aspirazioni, che formano un insieme organico, dinamico e articolato, fondamentale per la vita di ognuno.

È dunque il rapporto ciò che fa dell'individuo isolato una persona, che lo libera dalla propria "scatola chiusa" verso un orizzonte aperto e pieno di senso, che rompe e spezza l'individualità chiusa e la conduce fuori dell'io, per ritrovarlo nell'altro. Non si può essere persona, non si può essere se stessi, se non "perdendosi" nell'amore, per ritrovarsi.

1.2 Io in te e tu in me: la relazione

"Fà che siano tutti una cosa sola: come tu, Padre, sei in me e io sono in te, anch'essi siano in noi." (Gv 17,21). La relazione trinitaria è fondamento e modello del relazionarsi degli esseri umani.
Nella Trinità è la relazione che costituisce le persone divine. Il Padre è Padre in quanto genera il Figlio. Il Figlio è Figlio in quanto generato dal Padre. Lo Spirito Santo è Spirito Santo in quanto relazione d'amore fra Padre e Figlio.

Dice Chiara Lubich:
"...La Trinità, in cui per l'Unità vediamo l'assoluto e per la Trinità vediamo come l'uno è relativo all'altro: vale tanto in quanto è in relazione con l'altro. Nella Trinità anche la Relazione è Dio: lo Spirito Santo" (Scr. inediti).
Ogni Persona, dunque, nella Trinità è tale nel reciproco atto di darsi alle altre. Analogamente, succede lo stesso fra gli esseri umani.
Si è persona perché ci si dona.

"Più tu dai, più ti realizzi, più tu sei, perché si ha ciò che si dà, ciò che si dà, ci fa essere" (C.Lubich, Congresso Gen 1995, in "Città Nuova" 11[1995] p. 36).

La qualità primaria di questa relazione è l'amore evangelico = agape.

I due Io compongono la relazione che li avvolge, li comprende, li contiene, li trasforma condizionandoli dall'esterno e stimolandoli dall'interno. La relazione allora diventa una realtà fra i due, nata e alimentata dal loro essere e dal loro agire e, a sua volta, alimenta il loro agire, li aiuta a crescere, in dato modo e con una crescente profondità di vita.

1.3 Io in te e tu in me: unità e distinzione

La Lubich spiega che nella Trinità "il Padre è Lui perché afferma il Figlio, perché genera il Figlio. Se non ci fosse il Figlio, infatti non si potrebbe chiamarlo Padre" (cf Scr.inediti). Nella relazione c'è unità e distinzione a mo' della Trinità.


"E fra noi (...) potremo amarci, anzi dovremo amarci come Si ama Dio nella Trinità, come Dio ama Dio e cioè quanto più uno, tanto più distinti" (Scr. inediti).

Questo, oltre a significare differenziazione, vorrà dire anche "opposizione", ma nel senso che ognuno non è l'altro. Ed anche che ognuno è se stesso attraverso l'altro.

È non solo importante, ma necessario, che nella relazione ci sia sempre l'unità nella distinzione e distinzione nell'unità. In questo modo l'unità rafforza la simbiosi fra le parti, pur mantenendole distinte. La distinzione a sua volta sottolinea e preserva e tutela le identità di ciascuno.

1.4 Io in te e tu in me: la reciprocità

Uno dei dinamismi dell'azione sociale è quello di essere reciproca.
È il dinamismo trinitario.

"Il Padre genera per amore il Figlio, si ‘perde’ in Lui, vive in Lui, si fa, in certo modo, ‘non essere’, per amore e proprio così è, è il Padre. Il Figlio, quale eco del Padre, torna per amore al Padre, si ‘perde’ in Lui, si fa, in certo modo ‘non essere’ per amore e proprio così è, è Figlio; lo Spirito Santo che è il reciproco amore tra Padre e Figlio, il loro vincolo d'unità, si fa, anch'Egli, in certo modo ‘non essere’ per amore e proprio così è. È lo Spirito Santo" (C. Lubich, Discorso all'università S. Tomas, in occasione del conferimento del dottorato honoris causa in teologia, in "Nuova Umanità" n. 109 [1997] p. 23).

Nella visione del carisma dell'unità l'interazione nei suoi concetti emerge anch'essa dal paradigma trinitario: agape, kenosi, pericoresi.

Agape è lo stesso amore di Dio partecipato e donato agli esseri umani.

Dio è amore, Dio è tutto amore, Dio è solo amore. E questo suo essere amore "spiega" la creazione, la salvezza, la partecipazione della sua stessa vita ai suoi figli.

Non è un amore che si aggiunge agli amori umani, ma li informa tutti, sottostà a tutte le possibilità di amore nelle loro diverse sfumature. Cosicché ogni tipo di amore umano è più pienamente tale nella misura in cui si modella sull'amore che viene da Dio, portando le persone a rapportarsi fra loro in certo modo con la stessa qualità di relazione che unisce le Persone della Trinità.

La kenosi (concetto teologico) indica lo svuotamento, lo spogliamento della divinità compiuta dal Verbo per farsi uno con noi, uno di noi. In questo "movimento" l'essere esige il non essere. Ciò è possibile, è vero nell'amore-agape. Pericoresi è l'amore che nella Trinità ha la natura di oblatività totale e di reciprocità (mutua inabitazione). Significa dunque il mutuo contenersi, il reciproco essere l'uno nell'altro, la compenetrazione che avviene reciprocamente tra le Persone divine, le quali si uniscono distinguendosi e si distinguono unendosi.


Siamo vicini al concetto sociologico di empatia

Nelle relazioni fra uomini troviamo lo stesso dinamismo, se vogliamo, la reciprocità. Essa non è possibile se non nel triplice movimento di agape, kenosi e pericoresi. L'amore che, donandosi (= perdendo) va e ritorna fra i più, fra i molti.
Sappiamo che Ernest Simmel vede la relazione sociale come una categoria teorica fondamentale. La relazione sociale deve essere intesa come interazione.
Interazione vuol dire che tutto avviene come azione reciproca.
La relazione compiuta è interazione, ossia azione reciproca.

1.5 Io in te e tu in me: la relazione come dono

Ai paradigmi dell'individualismo e dell'olismo metodologico in sociologia, oggi il dono emerge addirittura come un terzo paradigma, che risponde a una logica di libertà e gratuità nei suoi tre momenti costitutivi: dare, ricevere, restituire.


Il dono appare così come un concetto forte di riferimento per la descrizione, la comprensione e l'interpretazione delle dinamiche e delle relazioni sociali.

"Il dono contiene un ineliminabile risvolto di socialità e di relazionalità; e in esso è presente una concretezza di espressioni e di conseguenze, anche indipendentemente dagli orientamenti interni o interiori - ad esempio caritatevoli, filantropici o ‘interessati’ - di chi lo pone in essere" (Gasparini, Elementi per una sociologia del dono, p. 18).

I sociologi del MAUSS - Movimento antiutilitaristico nelle scienze sociali - definiscono il dono come "ogni prestazione di beni o servizi effettuata, senza garanzia di restituzione, al fine di creare, alimentare o ricreare il legame sociale tra le persone" (Godbout e Caillé, Lo spirito del dono, p.30).

Si apre dunque tutta una letteratura molto ricca e molto interessante sull'argomento.
Il dono, nella nostra visione, affonda le sue radici nel messaggio evangelico e si dischiude in tutta la storia del cristianesimo.

Il dono è al principio di tutto. Dono in Dio Trinità, di Dio; dono dell'universo e della vita che Dio fa all'uomo attraverso la creazione; dono del Figlio all'umanità e dello Spirito.
Il dono emerge dunque non solo in una dimensione verticale (da Dio agli uomini) ma anche orizzontale (dall'uomo all'uomo).

Possiamo vivere il dono secondo la logica di dono che pervade Dio nella sua espressione trinitaria di Padre, Figlio e di Spirito.

"Ho sentito - scrive Chiara Lubich- che sono stata creata in dono a chi mi sta vicino e chi mi sta vicino è stato creato da Dio in dono per me. Come il Padre nella Trinità è tutto per il Figlio ed il Figlio è tutto per il Padre" (cit. in: Povilus, Gesù in mezzo nel pensiero di Chiara Lubich, p. 75).

Il carisma dell'unità rivela e spiega anche in che cosa consista l'essenza del dono. Se il dono è l'essenza stessa di Dio, esso non può essere altro che amore. Dono dunque, è sinonimo di amore. Il dono non è altro che amore in atto, che non solo non si chiude, ma è di per sé diffusivo. L'amore richiede il dono, chiede ad ogni creatura umana di trasformarsi, come Dio, in un donatore.
Questo è vero già come una dimensione naturale, come una qualità umana, senza la quale non si può vivere, senza la quale l'essere umano piomba in una solitudine paragonabile ad una seconda morte. Ma il dare umano è invitato ad aprirsi alla fecondità di Dio per far sì che sgorghi quell'incontro interpersonale che realizza una compenetrazione vicendevole di vita, a immagine della vita uni-trinitaria di Dio.


Scrive Chiara Lubich:
"E amare significa donarsi: pensare al fratello, vivendolo..." (Scr. inediti).

Il dono di noi all'altro si manifesta pure come continuazione del dono di sé, nel dare beni spirituali e materiali, come comunione di beni.

"Così l'Amore circola e porta naturalmente (per la legge di comunione che vi è insita), come un fiume infuocato, ogni altra cosa che i due posseggono per rendere comuni i beni dello spirito e quelli materiali" (Scr. inediti).

Nasce una vera arte del dare che ingloba atteggiamenti e comportamenti precisi: gratuità, letizia, larghezza.

1.6 Io in te e tu in me: la relazione come comunione

La relazione come interazione reciproca si compie nella comunione. La comunione è una categoria molto ricca che ha molte valenze.
La comunione trova la sua fonte generatrice nella comunione di vita di Dio stesso nel seno della Trinità, comunione d'amore tra Persone.

La comunione trinitaria dunque è il fondamento ontologico di ogni forma di comunione, come sostanza e come vita.

Chiara Lubich afferma che è la presenza di Gesù a compiere questa operazione umano-divina: "Quando siamo uniti (= in comunione ndr) e Lui c'è, allora non siamo più due ma uno. Infatti ciò che io dico non sono io a dirlo, ma io, Gesù e tu in me. E quando tu parli non sei tu, ma tu, Gesù e io in te. Siamo un unico Gesù e anche distinti: io (con te in me e Gesù), tu (con me in te e Gesù), Gesù fra noi nel quale siamo io e te" (Scr. inediti).

La relazione diventa comunionale nella misura in cui ingloba l'amore, la reciprocità, la condivisione. I membri che costituiscono la comunione vengono arricchiti infinitamente dalla comunione stessa.

La comunione diventa poi categoria sociologica, economica, giuridica...

La comunione può diventare così un paradigma valido per interpretare, capire e spiegare le relazioni sociali.

2. La relazione e la comunicazione

In ogni relazione è insita la comunicazione proprio perché si ha comunicazione quando all'interno di una relazione sociale due o più soggetti arrivano a condividere particolari concetti e significati.


Questo mi induce a pensare che la comunicazione esige l'esistenza di attori sociali, individuali o collettivi, dotati di intelligenza e volontà e di strumenti comunicativi. In questo senso la comunicazione consisterebbe nell'informare il ricevente circa qualcosa. Ma non è così perché la comunicazione è molto di più: prima di comunicare qualcosa bisogna comunicare se stesso.

Spiega il noto moralista E. Chiavacci:
"Quando io trasmetto un messaggio, con ciò stesso io riconosco nel ricevente un partner, un compagno di umanità che mi sta di fronte. La comunicazione è quindi sempre in qualche misura, un riflesso del mio atteggiamento verso quel preciso altro o anche dell'altro in generale; è un concretizzarsi del mio modo di collocare l'altro nel mio progetto di vita"
(...)
"La prima conseguenza è questa: in ogni atto comunicativo io in qualche misura ho la possibilità, e quindi il dovere, di mettere me stesso a servizio dell'altro. Qualunque cosa io voglia comunicare, io debbo con quel gesto comunicare me stesso e il mio amore, la mia disponibilità per l'altro (...); che ogni comunicazione sia un dono di me".
Questa verità carica ogni relazione sociale comunicativa di una dimensione etica. Etica nel senso che si riveste di un valore che è sempre presente anche quando si usano gli strumenti di comunicazione di massa.

Insisto su questo punto perché è determinante per valutare la bontà o meno di una comunicazione. Infatti, il male radicale, nella comunicazione, come in ogni altro momento o dimensione della vita di relazione è il non-dono, ossia l'egoismo.

Nel giudicare la bontà di una informazione, debbo tener presente prima di tutto non tanto il suo contenuto di verità (viene dopo), quanto il suo essere espressione di amore, di servizio, di dono. Il vero problema etico è comunicare con la maggior generosità possibile tutto ciò che possa essere di servizio agli altri.

A partire da questo atteggiamento di fondo affronto anche il problema della verità e della menzogna, del vero e del falso nei contenuti dei messaggi trasmessi.

Se collochiamo questo modo di intendere la comunicazione all'interno della società post-moderna, possiamo cogliere la vastità dei problemi che si pongono.

Prendiamone uno a mo' di esempio: il pluralismo culturale, religioso, etnico presente nella società contemporanea.

Come e cosa si comunica in una società pluralista, dove il famoso altro - sia esso una persona, una comunità, un popolo, una religione, una civiltà - si presenta con un volto diverso e con un quadro di riferimento diversificato?

In questo caso comunicare diventa non più un mestiere o un lavoro, ma un'arte. Non si tratta di proiettare se stesso sull'altro e, ancor peggio, di assimilarlo a sé, di integrarlo in sé, ma piuttosto di comporre con lui una relazione di reciprocità, attraverso il dialogo costante. E questo perché credo che l'altro è diverso sì da me, ma può da me essere compreso, ascoltato, rispettato.

L'era della comunicazione globale può allora diventare, per la persona, una grande occasione per realizzare il più pienamente possibile la sua capacità di creare relazioni; ma può anche diventare una trappola mortale quando i "mezzi" si trasformano nella comunicazione stessa, quando impediscono un contatto e una relazione personale; più ancora, quando sottraggono i soggetti dalla realtà, dalla vita reale per portarli in una dimensione virtuale.

Il pericolo è reale. A livello micro come a livello macro. Ma i sentieri positivi non sono tutti chiusi. Si tratta di lavorare con fiducia per allargarli.

3. La relazione conflittuale e la comunicazione bloccata

Afferma Lewis Coser: "L'esistenza di conflitti all'interno e fra i gruppi è una caratteristica perenne della vita sociale, una componente essenziale dell'interazione in ogni società conosciuta". Il che sta a significare che il problema non è tanto quello di eliminare i conflitti dalla vita sociale (cosa che molti considerano un tentativo destinato al fallimento), quanto di capire quando il conflitto diventa dannoso o disfunzionale al benessere sociale. Ma ciò non basta: la grande sfida di una società civile e vivibile sta nel trovare le motivazioni e le capacità per trasformare la dialettica conflittuale di violenza, contrasto e contrapposizione, in una dinamica di empatia, armonia e cooperazione.
Ciò richiede una conoscenza teorica e pratica dell'essenza stessa degli attori sociali e dei processi che li coinvolgono nella costruzione di una convivenza sociale armoniosa e felice, dinamica e in crescita.

In che modo il carisma dell'unità, nella ricchezza della sua dottrina spirituale e nell'applicazione fatta dai suoi membri in situazioni sociali tanto varie quanto universali, può offrire un modello o addirittura un paradigma per la costruzione di modelli teorici, di strategie di ricerca empirica e di schemi di applicazione innovativi?

Quali indicazioni può offrirci nella comprensione dei meccanismi conflittuali e nella possibilità concreta di passare ad una tappa successiva di crescita e progresso?

Il carisma dell'unità ci indica nel mistero di Gesù crocefisso e abbandonato l'evento chiave dove il superamento della relazione conflittuale si compie in pienezza.

La nostra esperienza pluridecennale ci ha edotti su come lo Spirito Santo ha insegnato a Chiara Lubich a portare sino alle ultime conseguenze il suo "leggere", "interpretare" e "risolvere" i mali del mondo - tutti - alla luce dell'abbandono di Gesù:
"Per amare - così afferma - non veder nelle difficoltà e storture e sofferenze del mondo solo mali sociali cui portare rimedio, ma scorgere in esse il volto di Cristo, che non disdegna di nascondersi sotto ogni miseria umana".

Un'analisi e una lettura che prendono molto sul serio la solidarietà, l'identificazione dell'Abbandonato con tutti i crocefissi della terra.

Si può scorgere e trovare Gesù abbandonato nella negatività che oggi permea la trama della vita sociale, politica, economica, culturale, multimediale, internazionale. Possiamo trovarlo nelle strutture di peccato, nella bramosia del denaro, nella prepotenza e nella sete del potere, nei meccanismi finanziari e monetari ingiusti e oppressivi, nei regimi di governo corrotti, nella delapidazione del creato, nelle relazioni sociali antagonistiche, nei mass media falsati. L'elenco si può allungare a dismisura.

Ma non basta "leggere" e "costatare" la Sua presenza nel mondo. Gesù abbandonato si è svelato come il vero "segreto" e la preziosa "chiave" per realizzare l'unità, per trasformare il negativo in positivo. Come per un'alchimia divina, il dolore amato si risolve in positivo: la divisione, il conflitto, la contraddizione trovano il modo di ricomporsi in armonia, in unità. È un'esperienza di vita che può diventare dato sociologico.


In un'occasione Chiara Lubich risottolineava:
"...Gesù abbandonato è stato Colui che ha spiegato ed ha aiutato a risolvere tutti i problemi che abbiamo potuto incontrare nella vita, ma soprattutto le disunità, le divisioni, le contrapposizioni, le lacerazioni, i traumi, le disarmonie che si potevano presentare in noi e in mezzo al mondo".

Una domanda si impone a questo punto: in che modo e con quali strumenti chi si fa guidare dal paradigma dell'unità si pone davanti a queste situazioni di conflitto? In che modo incidere, e non solo come atteggiamento personale, per la loro risoluzione?

1. Non voler misconoscere l'esistenza del conflitto nelle relazioni sociali ad ogni livello. Esso esiste e va guardato in faccia. Ma esso ha un volto e un nome: si chiama Gesù abbandonato.
2. Gesù abbandonato, l'appeso al legno maledetto è l'uomo che assume tutte le disunità del mondo: ("Gesù abbandonato è l'incarnazione della Disunità" [Chiara Lubich, Scritto inedito]). E, come tale, Egli è il Dio dei credenti e dei non credenti, ridotto come ad essere solo uomo, meno che uomo.
3. Una volta individuato, Gesù abbandonato-conflitto, va "abbracciato", fatto proprio, assunto, amato per poter essere trasformato: "Gesù abbandonato abbracciato, serrato a sé, voluto come unico tutto esclusivo, consumato in uno con noi, consumati in uno con Lui, fatti dolore con Lui Dolore: ecco tutto. Ecco come si diventa (per partecipazione) Dio, l'Amore".

In una parola, la realtà conflittuale va amata per essere superata e risolta. Ma cosa significa "amare"?

La risposta è semplice e allo stesso tempo complessa. Significa: dialogare.

Viviamo in una società complessa, non più univoca e tanto meno unitaria. Si moltiplicano, all'interno della società, degli Stati e fra gli Stati l'intreccio di valori, culture, religioni, civiltà. Come trovare allora un punto di riferimento, uno schema che ci permetta di comunicare, di sbloccare la comunicazione?

La risposta è una sola: il dialogo, come mezzo per lanciare ponti tra parti in contrapposizione, per annodare fili spezzati, riaccendere la comunicazione interrotta, ravvivare l'interazione spenta.

Nella situazione attuale multi-culturale e multi-etnica il dialogo non può più essere un "optional", ma si impone come necessità.

Scriveva recentemente con molta acutezza Franco Ferrarotti che il dilemma attuale sembra chiaro: dialogare o perire.

Per realizzare il dialogo il paradigma dell'unità offre un metodo, una strategia molto ricca ed efficace, il cui cuore può sintetizzarsi in due parole: farsi uno.

"Farsi uno" implica un doppio movimento: uscire da sé (= svuotarsi) ed entrare nell'altro per compiere una integrazione che non è fusione, ma unità piena, nella distinzione. Il primo movimento (= uscire da sé) si concretizza nella disponibilità all'ascolto, a liberare la mente e il cuore per creare un luogo di silenzio su cui l'altro possa parlare, creare uno sfondo d'ombra che possa evidenziare la luce. Il secondo movimento (= entrare nell'altro) è conseguente. Si tratta di "trasferirsi" nell'altro superando i confini del sé. Il risultato è l'integrazione, l'unità nella distinzione. Le parti vengono così a trovarsi nelle condizioni di essere arricchite di una verità più vera, di una nuova identità che supera quella di ognuno, verità universale e allo stesso tempo comune ad entrambi, eppure colta ed espressa da entrambi i soggetti nella loro distinta identità. Le parti cui mi riferisco non sono solo gli attori individuali, ma anche gli attori collettivi, ossia i gruppi, le comunità, gli Stati. I rapporti che si creano non sono solo interpersonali ma anche presenti nelle dimensioni "macro" delle istituzioni e strutture tanto private quanto pubbliche.

È ovvio che il modo di farsi uno varierà secondo le dimensioni delle parti in causa, ma il nocciolo dei contenuti relazionali è sempre lo stesso.

"Farsi uno" allora permette e rende possibile di far accendere un contatto là dove la relazione, ogni relazione, si è spenta o sembra morta (= conflitto latente); di intavolare una reciprocità dove si è bloccata (= conflitto in atto); di aprire una breccia dove la relazione si é chiusa, di creare uno spazio dove diventa agibile un movimento; di far scattare un mutamento dove la relazione è ferma; di far fluire la comunicazione là dove é cessata o dove é falsata.

Questo dinamismo del "farsi uno" non é mai automatico e molto meno istantaneo. Ma al contrario, secondo la varietà delle personalità e dei contesti in cui si opera, esige ritmi e tempi variegati. Ritmi e tempi non vuoti, ma intrisi di atteggiamenti e di valori quali la pazienza, l'aspettativa, l'attesa, la vigilanza e anche il controllo, il vaglio e la capacità di intervenire nel momento opportuno.

Solo così si è in grado e si è attrezzati per affrontare ed eventualmente trovare soluzioni alle relazioni conflittuali nelle loro svariate forme, nonché ai possibili fallimenti del proprio operare.

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