Text Size

varie

di Lella Siniscalco

Lontanissimi e presenti: nessuno ci è estraneo 

(Intervento tenuto nel corso del terzo meeting online  di Comunicare per un mondo unito del 26 luglio 2008)lella siniscalco

 In un Grande Dizionario della Lingua Italiana in 24 volumi, della fine anni ’70, inizi ’80, i termini multicultura, multiculturalità non esistono. Così in altri dizionari in altre lingue, di quel periodo. Quindici anni dopo leggiamo che “il termine di multiculturalità indica un dato di fatto: l’esistenza, su un territorio, di molteplici culture, e con interculturalità si intende un progetto di interazione tra le parti”. Così scriveva nel ’98 il sociologo Alessandro Bosi.

Oggi, per rimanere in questo campo di osservazioni, si è appena concluso in Centro Italia il Meeting internazionale “Contro ogni razzismo, capire le differenze, valorizzare le diversità”. Queste brevi citazioni vogliono evidenziare quanta strada, in un breve segmento di tempo, ha compiuto la riflessione culturale, sociale, pedagogica nell’ assumere le istanze, i disagi e le esigenze provenienti dai grandi cambiamenti prodotti nella società, certamente dalle correnti migratorie, certamente dal diffondersi della globalizzazione economica, ma anche sicuramente dal complesso sistema dei media, con il suo flusso di informazione tra il Nord e il Sud, tra l’Est e l’Ovest del pianeta.

La realtà mass-mediatica è diventata infatti l’universo simbolico di riferimento che, da un lato influenza lo sviluppo socio-economico, attraverso la produzione e la diffusione di modelli di comportamento, dall’altro induce al rifiuto ideologico, spesso violento, di tali modelli.

La società multiculturale, nelle sue espressioni più mature e consapevoli, guarda e interpella fortemente le diverse forme della comunicazione, cogliendo e facendo quasi inconsapevolmente propri quei contenuti che parlano di interculturalità, espressi nello specifico dei diversi linguaggi. Nel cinema,ad esempio, nell’audiovisivo, la suggestione dell’immagine può comunicare messaggi complessi, intuizioni forti.

Un esempio, leggero, rimasto nel sentire comune: l’immagine dei due ragazzini, uno bianco, uno nero, che nel gioco uniscono il palmo delle loro mani, un gesto diventato simbolo di incontro gioioso di due razze ( e pazienza se si trattava della réclame di un biscotto con due creme di diverso colore…); oppure, altra immagine emozionante: il piano riavvicinato del piede, nudo, scuro, di Gandhi, che con forza si pone sulla bianca scalinata marmorea del palazzo del Governatorato Britannico.

E ancora, sappiamo che il cinema è di per sé capace di farci vivere personaggi e situazioni. Moltissime le opere che hanno contribuito, in modo positivo, a diffondere una cultura della multi e dell’interculturalità. Partendo dal lontano “Indovina chi viene a cena”, e sorvolando sui tanti e importanti film di denuncia del razzismo e dell’intolleranza, ricordo qui il bellissimo “Il grande silenzio” di Philip Groening, con i suoi dettagli ( il piano di legno con la scodella, le poche verdure, l’inginocchiatoio, la fune della campana), che ha saputo comunicarci una cultura “altra”, farci fisicamente e spiritualmente entrare nelle silenziose e intense giornate dei monaci della Grande Chartreuse di Saint Pierre, in Francia. Un esempio di intercultura che ci ha fatto condividere e amare quell’esperienza di vita.

Passando a un altro ambito della comunicazione, il giornalismo, è un’osservazione propria del comune sentire che l’informazione, a tutti i livelli, e di ogni tipo, ha un grande potere e anche quello,negativo non solo si ampliare, ma addirittura di produrre gli stereotipi che ben conosciamo.

Paradossalmente, ad esempio, nei giornali italiani, non troveremo titoli come “italiano, settentrionale, deruba una anziana…”, mentre il fatto di cronaca nera è connotato, possibilmente, dalla nazionalità straniera. Per quanto riguarda gli immigrati, poi, i fatti che li riguardano vengono raramente inquadrati nell’intreccio di situazioni che li coinvolgono, spesso drammatiche. Con il risultato della crescita dei sentimenti di paura, di rifiuto, se non addirittura di razzismo.

Certamente, e lo diciamo a noi stessi, l’informazione che voglia diffondere interculturalità, capace di promuovere dialogo, comprensione, condivisione, ha bisogno non solo di saper scegliere e ricercare le fonti, i metodi e i mezzi adeguati, ma di promuovere anche un cambiamento culturale e relazionale all’interno dell’ambiente lavorativo e istituzionale, in modo da far acquisire mentalità aperte a quei valori.

Obbiettivo, questo, che si scontra con pregiudizi e presunzioni spesso sotterranei e non ammessi da noi stessi, quasi, ma ben radicati: ad esempio, la convinzione che la nostra identità culturale e sociale, in senso ampio, sia la migliore, quella valida universalmente.

Per una volta ci concediamo di essere autoreferenziali, citando un articolo di Città Nuova italiana, sulla difficile situazione delle lavoratrici straniere, impiegate come assistenti, “badanti” di anziani. Un articolo che ci ha entrare nella pelle di queste persone, scritto con equilibrio, chiarezza, e attenzione alle varie situazioni che sottostanno a questa realtà. Infine un breve sguardo ai new media, che meriterebbero un discorso ben più ampio, tenendo conto delle realtà sociali, psicologiche,culturali, economiche toccate e modificate dal diffondersi della comunicazione prodotta da questi media, dalle chat, ai forum telematici, ai molti siti specializzati eccetera...

Tali media non sono più solo strumenti di trasmissione da un emittente a un ricevente di un testo codificato, ma sono agenti di formazione di un nuovo tipo di utente, singolo o gruppo, che può scegliere i propri contenuti, creare strutture di comunicazione alla pari, senza gerarchie, dove è possibile proporsi, farsi conoscere e conoscere.

Non vogliamo qui parlare della situazione drammatica del differente sviluppo tecnologico di molti paesi che non permette a tutti l’uguale utilizzo di questi mezzi, e non ci nascondiamo i diversi limiti che alcuni studiosi attribuiscono a questi media, come il rischio,ad esempio, della frammentazione del conoscere, della discontinuità, della superficialità nell’apprendere, da parte dell’utente; come anche la difficoltà di una giusta comprensione di tanti codici espressivi diversi che non possono essere ricomposti in una struttura ordinata e sequenziale.

Al di fuori, e al di sopra di tali e di tante altre problematiche, rimane comunque vero che la tecnologia dei new media può in ultima analisi fornire l’occasione di suscitare una nuova forma di comunicazione interculturale, dove lo scambio di conoscenza reciproca sia la prima tappa, per chi lo voglia, di un cambiamento delle proprie opinioni e convinzioni sull’altro, di un percorso di accettazione reciproca, di accoglienza, in una parola, di un dialogo vero, fino a giungere alla fraternità.

Tutte le forme della comunicazione dunque ( e quante ne abbiamo tralasciate!)possono rispondere alla sfida della multiculturalità, dell’interculturalità, del dialogo! 

______________

Lella Siniscalco è stata assistente alla regia e regista in Rai nei primi anni della TV italiana, fino agli anni '80-'90. Dal 1983 al 2003, come giornalista, è stata titolare della rubrica di critica televisiva della rivista Città Nuova, collaboratrice della Rivista del Cinematografo e della  Radio Vaticana.