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di Maria Rosa Logozzo

La speranza cambierà il mondo con la creatività dell’amore

(Testo della conversazione tenuta all’Universidad Santo Tomás di Bogotà il 26 Novembre 2008)

altNiente di importante è mai accaduto in questo Paese se non quando qualcuno, da qualche parte, è stato disposto a sperare. Ci sono persone disposte a lottare quando si sentono dire ‘No, non potete’, e loro rispondono invece ‘Sì, noi possiamo’ (…) ecco cos’è la speranza” .
Sono parole di Barack Obama del febbraio scorso, quando ancora la sua pareva una speranza utopica.
Il suo “Yes, we can” è stata una forza che ha trascinato e ha cambiato l’opinione pubblica di un Paese come gli USA. La sua speranza è riuscita ad accendere altre speranze.

Sarebbe stata un’impresa impossibile senza i nuovi media, che hanno continuato a riproporre la sua figura, le sue parole, le storie che raccontava… lo hanno reso vicino e, come ha simpaticamente scritto un giornalista italiano, ne hanno fatto un “avatar” .

L’avatar è l’alter-ego con cui ognuno di noi vive in rete. Obama è diventato un avatar, uno come noi vorremmo essere, uno che ci ha fatto scoprire migliori, più potenti di quanto ci pareva di essere.

Nell’Europa ci sentiamo un po' vecchi in confronto. Si scrive che siamo in un’epoca di tramonto, e si avverte la paura di non arrivare più a vedere un nuovo giorno; tramontano gli ideali della modernità, e non c'è alcuna prospettiva davanti.

E' d'uso far partire la modernità da quando, come diciamo noi europei, Cristoforo Colombo scoprì l'America. Secondo quanto egli stesso scrive sul suo giornale, gli obiettivi della sua avventura erano: salvare il mondo portando il battesimo ai pagani e riportare oro in patria.
Negli anni il portare il battesimo è stato sostituito dal portare “civiltà”, ma il gioco è rimasto lo stesso: esportare civiltà e importare ricchezza.

All'epoca gli artefici del colonialismo vissero questa loro storia di conquiste perché ingenuamente convinti che i popoli civili avevano il compito di incivilire gli altri. L'Europa si sentiva investita dal compito storico di unificare il mondo, ciò che nel suo ambito veniva detto dell'uomo si intendeva valido per ogni uomo.
Al termine dell'epoca dei colonialismi però noi europei non eravamo riusciti nell’impresa di unificare il mondo. Le idee che avevamo imposto non erano arrivate al cuore delle culture, non avevano avvicinato le civiltà, ma al contrario avevano provocato chiusure, autodifese, risentimenti, a volte avevano soppresso civiltà.

E’ su questa situazione di cosiddetta supremazia culturale – argomento che sarebbe da approfondire - che si è andato innestando il processo di crescita tecnologica.
Si è cominciato ad esportare tecnologia sempre nell'ottica di favorire la civiltà, e sempre imponendo il modello del mondo a nostro modo sviluppato.

Dove ci ha condotti questa strada? In un vicolo cieco. Oggi siamo ormai coscienti dell'impossibilità di estendere a tutti gli uomini il modello di vita della modernità e della sua tecnologia.
Siamo davanti al fallimento di tanti aspetti della modernità, anche se in ogni epoca, e quindi pure in questa, si possono individuare, accanto magari agli errori, dei passi avanti, come, ad esempio, l’accendersi del dibattito sui diritti umani sin dalle prime deportazioni di individui di pelle nera dall’Africa verso le Americhe.

Ma quale fu l'errore di fondo della modernità? Forse fu la mentalità di dominio, mentalità che ha fatto della storia una storia di armi e di guerre. Una supremazia sul diverso da noi e sulla natura, che ha illuso l'uomo facendogli credere che manipolando con la tecnica la realtà, egli sarebbe arrivato a realizzarsi. Si era sviluppata una ‘ideologia del progresso’, una fede nel progresso in quanto tale, pensato come un processo neutro, proseguibile all'infinito.

Oggi le situazioni concrete mostrano che così non può essere. Prima la bomba atomica e poi i disastri ambientali, la gravissima carenza di acqua e di risorse energetiche, il buco dell'ozono, i fallimenti del libero mercato e gli esempi potrebbero continuare... tutto ciò ha incrinato la fiducia cieca nel progresso e nella sua economia, immettendo il timore che, lasciato a se stesso, esso possa condurci all'autodistruzione.
Da qui il tramonto senza speranza, da qui il fatto che, anche quel mondo scientifico che prima non vedeva ostacoli al suo avanzare, comincia a profetizzare e far profetizzare sventura.

Sotto le paure e le insicurezze di vario genere che oggi avvolgono le società in cui viviamo, ci sono da un lato le conseguenze della mentalità di dominio che ci ha finora guidati, ma c'è anche la difficoltà odierna di esercitare il dominio come in passato. La società complessa in cui siamo rende sempre meno facile esercitare un controllo, e questo ci manda in crisi come non sentissimo più il terreno sotto i piedi.

Il prof.Raffaele Meo del politecnico di Torino, intervenendo al Congresso di NetOne nel 2004, per mostrarci come la complessità della tecnologia renda oggi illogico brevettare le opere di ingegno, ci ha mostrato una diapositiva con un cavatappi da una parte e un transatlantico dall'altra. Il cavatappi può essere stato opera di un solo cervello, che può quindi vantarne i diritti intellettuali, ma la nave di certo no, la sua realizzazione si è poggiata sull'ingegno di molti uomini succedutisi nella storia, sulle loro scoperte, da qui l'illogicità di brevettarla.

Perché vi ho portato questo esempio? Tempo fa attorno a noi c’era l’illusione di vedere una sola civiltà e ci pareva che quella fosse la sola buona a migliorare la specie umana, aveva una specie di 'diritto di civiltà'.
I mezzi di comunicazione di oggi hanno aperto finestre di contatto, fisico o virtuale, con appartenenti ad altre civiltà. Le culture si stanno contaminando a vicenda. In questo panorama variegato e multiculturale chi può più accampare 'diritti di civiltà' sulla specie umana?

Due anni fa ho trascorso un mese a Londra. Mi ha fatto molta impressione che gli inglesi fossero come mosche bianche perché ormai le razze, dopo generazioni di convivenza, si sono intrecciate e il colore della pelle testimonia questo meticciato. In varie nazioni del mondo comincia ad essere così.
Forse tutte queste paure odierne, queste chiusure, verranno naturalmente superate con l'andare del tempo. Semplicemente perché, mentre noi stiamo a discutere, la vita va avanti nel senso del meticciato.
Questo non vuol dire negare le problematiche che esso porta, ma vuol dire cercare di affrontarle non con animo di difesa ma coll’intenzione di costruire un futuro migliore per tutti.

Dove poggiarsi per sperare ancora?
Pascal ha affermato che "l’homme dépasse infinitement l’homme", l’uomo supera infinitamente l’uomo. L’uomo porta nel suo DNA un’aspirazione a superarsi sempre, che è un’aspirazione all’infinito, alla bellezza, all’amore ed è una ricerca continua.
Questa aspirazione lo spinge sempre avanti. François Varillon, gesuita francese, ha delle belle espressioni in proposito: “Il compito dell’uomo è fare l’uomo (…) perché l’uomo non è cosa fatta”. Oppure, laddove parlando dell’amore spiega il ‘magis’, l’amare di più: “Il magis è l’acconsentire alla perpetua novità. Domani amare di più (…) che cosa vuol dire? Non ne so assolutamente nulla. L’amore nasce soltanto se si apre a esigenze sempre nuove1.

Balducci parla di due livelli nell’essere umano , quello della sua identità elaborata all'interno di una cultura particolare – che chiama uomo edito - e quello delle sue possibilità che ancora non hanno trovato attuazione: uomo inedito.

L'uomo edito è legato alla storia vissuta, alle tradizioni, all'ordine, al calcolo, al concreto, alle sicurezze... un uomo con i 'piedi per terra'.
L'uomo inedito invece, come un bambino, ha entusiasmo per il nuovo, per l'inizio, guarda al futuro, è creativo, ha gusto per il diverso, è l’imprevedibile, è il non realizzato.
Potremmo guardare l'impulso unitario che c'è nella specie umana come caratteristica dell'uomo edito e quello diversificante come caratteristica dell'uomo inedito.
Si richiama simpaticamente a Pascoli e scrive: “Ci sarà qualcosa o qualcuno che possa risvegliare quel fanciullino che in noi dorme? Qualcuno che ci guidi verso spazi e sogni che non siano sotto le cure delle multinazionali?2

Nel Vangelo troviamo la figura dello scriba che, divenuto discepolo, cioè messosi ad amare, trae fuori dal tesoro cose vecchie e cose nuove. E' nell’equilibrato articolarsi di uomo edito e uomo inedito che risiede la speranza, anche per il processo interculturale.

In tutto questo processo c’è un ruolo specifico che gioca la memoria e la comunicazione in genere.
Si può dire che una civiltà nasca quando nasce la sua memoria. Ora quando non c'era la scrittura ma solo la tradizione orale, essa risentiva fortemente della soggettività del suo autore… non aveva autenticazioni di sorta.
Coll'avvento della scrittura questa autenticazione divenne possibile.
Solo che, a saper scrivere, e quindi a esercitar la verifica, erano i più in alto nella società e questo sistema di controllo ha cancellato dalla memoria le visioni e i fatti di chi non aveva le capacità per farli presente. Pensiamo alla positività con cui fu tramandata la figura di Colombo, o a come la storia sia mutata a seconda delle epoche politiche.

Facciamo un salto di anni, arriviamo all’epoca dei mass-media. Anche qui, fino a pochi anni fa, la diffusione della comunicazione aveva necessità di apparati tecnologici molto costosi e di competenze specialistiche elevate. Per questo tutt’ora sono dei centri di potere a controllare l’informazione massmediale, a determinare quale informazione far passare e quale no e con quale taglio, a determinare la cosiddetta agenda setting.
Ma le cose stanno mutando, e l’elezione di Obama tra il resto lo testimonia.
Man mano che gli analfabeti diminuiscono, man mano che i mezzi di comunicazione sono accessibili a sempre più persone e possono essere usati con poche competenze e poche spese, alla memoria storica fornita da chi è stato al potere viene ad affiancarsi la memoria di coloro che hanno dovuto soggiacere a tale potere. Si assiste oggi a un recupero di tale memoria.
Ecco la figura di Colombo letta con gli occhi degli indios, e su e su fino alle fonti di informazione alternativa, fino agli odierni blog che correggono le fonti di informazione ufficiale, fino a Wikipedia. Oggi un vero controllo della comunicazione, dell’informazione è impossibile.
Pare che ancora ci sia un controllo perché Internet è in fondo poco diffusa; col suo diffondersi all’informazione si potrà ribattere, ma non la si potrà più sopprimere.
C’è chi dice che così la verità verrà a galla e chi dice che non ci si capirà più nulla, che varrà la verità di chi urla di più o di chi saprà usare meglio il mezzo. Ma nessuno può mettere in dubbio che l’epoca del controllo, dell’autenticazione, esercitato come in passato si avvia al termine.
Questo richiederà innanzitutto una nuova buona formazione critica, richiederà nuove soluzioni, nuovi modelli in tanti campi della società.

Si avvia al tramonto la comunicazione di stile marketing, che si fa venditrice di certezze, è la fine delle visioni uniche e universalmente valide, ma si apre un brulichio di visioni; ha successo non la grande idea globale ma la personalizzazione originale, la comunicazione amichevole, che ha coscienza dei suoi limiti e per questo viene avvertita più credibile e più vicina.

Ciò, in sé è positivo, ma porta altre problematiche.

Eugenio Scalfari, noto giornalista italiano, ha usato un'immagine che rende bene il punto in cui siamo. Egli ha scritto che “lo specchio si è rotto” , non riusciamo più ad avere una visione d'insieme, per cui pare che non ci sia più opinione pubblica, che noi uomini non riusciamo più a compaginarci attorno a un'idea. Questo ad esempio è il problema delle sinistra in Italia e Francia, o della destra in Thailandia e Australia.

Oggi una visione unitaria monolitica si rifiuta perché ha sentore – e a ragione – di dominio o di chiusura, di “comunitarismo che alza mura” per dirla con un'espressione di Luigino Bruni.
Ma c’è una specie di pena del contrappasso. Non riuscendo più a far corpo, restando frammentati, siamo più influenzabili dal primo vento che spira e questo torna a favorire l'opera di quei 'poteri forti', che sfruttando i mass media ci manipolano e ci educano a loro piacimento.

E c'è un'altra banale riflessione da fare: se lasciamo ad ogni pensiero la stessa valenza, se ci fidiamo del nostro solo criterio, deboli e limitati come siamo, non ci sperderemo in un groviglio di sentieri senza sbocchi?
Ed ecco il relativismo.

Vi è mai capitato di avere un problema, una domanda, e di parlarne con un amico? Parla tu e parlo io e parla tu e parlo io... si apre una soluzione che nessuno aveva in mente. In genere questo succede con gli amici, succede con quelli con cui si va d'accordo. E tu avverti e lo avverte anche l'altro che non ci avevi pensato a quella cosa, e risulta valida ed evidente per entrambi.
Non sarà che oggi la ricerca di avvicinamento alla verità, all'obiettività, abbia da seguire questo percorso? Un percorso di onestà di coscienza individuale prima di tutto, ma che non basta, occorre un percorso di onestà di coscienza fatta in un qualche ambito 'collettivo', ma di un collettivo dove più che la quantità conti la qualità, l'intesa. Succede che allora scatti una creatività che genera del nuovo.

Con una mentalità di scontro a questo non si arriva. Un personaggio italiano, Danilo Dolci3, ha scritto che “la creatività è non violenta”.
Parliamo di scontro, non di diversità di vedute: succede che una diversità di vedute che si poggi su una serenità di fondo, su un ascolto, sull'amarsi a vicenda, accresca la potenzialità creativa.

Questa creatività libera e nata dall'amore è la sola che potrebbe avere la capacità di sgretolare, corrodere la mentalità di dominio e di affermazione di sé, e di aprire alternative anche davanti a prospettive catastrofiche.
Allora l'autorità, sempre necessaria alla vita collettiva, anche nella funzione di controllo e verifica, diventerà quella evangelica, non potere ma servizio, una chiamata ad amare di più.

E' per questo che, per noi di NetOne è fondamentale riuscire, prima di tutto, a mantenere un amore 'vivo', non scontato, e generarlo laddove non lo troviamo. E' come un far respirare a pieni polmoni il bambino evangelico, l’uomo nuovo che ciascuno si porta dentro, e che, se lasciato vivere, ci tiene aperti al nuovo, attivi protagonisti, mai succubi di rassegnazione.

E se affermiamo che cardine della comunicazione è la reciprocità, essa non vuol significare io dico e tu ricambi dicendo, questo non basta. Ci vuole un salto di livello, un salto in un qualcosa che ci superi e rimanga come stella polare ad indicarci il cammino.
Chiara Lubich in una conversazione rimasta inedita fino a maggio scorso dice: “Dio, la cui logica ci trascende, la comunione col quale non è somma né sintesi umana4. Ecco il salto di livello della nostra reciprocità.
E' questa qualità di amore ad aprirci a una 'reciproca fecondazione', tra singoli come tra gruppi e culture. Nell’amore reciproco il nostro pensare può arrivare a toccarla questa logica che ci trascende; un pensare che non sarà somma e che non sarà sintesi del pensiero e della cultura di ciascuno, sarà tutt'altro, un novum, un barlume di Verità.

Se restiamo intellettualmente onesti e liberi, al di là delle fedi e delle etichette, saremo perennemente in ricerca di questa verità, sarà un anelito che, unito al dolore del limite che ci segna - limite che ciascuno di noi sperimenta continuamente - diverrà il propulsore nel nostro cammino, ci darà il coraggio per continuare, per spingerci ogni volta un passo più avanti.
Allora ogni cosa che comunicheremo, racconteremo, creeremo avrà in sé tracce di quel seme di speranza, di quella verità, di quel 'già e non ancora' che ci albergherà in cuore, seme che ogni uomo e ogni cultura non potrà non sentire suo.

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1François Varillon, Traversate di un credente, Jaka Book 2008

2Ernesto Balducci, La terra del Tramonto. Saggio sulla transizione, Giunti 2005

3Danilo Dolci, Dal trasmettere al comunicare, Sonda 1988

4Chiara Lubich, “Paradiso ‘49“, in Nuova Umanità n.177, maggio-giugno 2008