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di Maria Rosa Logozzo

famigliaoggi Il numero di maggio/giugno 2007 di Famiglia Oggi è dedicato a Comunicazione e Infanzia. Mi ci sono imbattuta per caso in Rete e ho apprezzato molto alcuni degli articoli proposti.

  Ne vorrei segnalare uno, di Piermarco Airoldi - docente di media e processi sociali presso la Cattolica di Milano - intitolato Da baby-sitter a personal shopper. L'autore evidenzia alcuni aspetti che mi auguro riscuotano sempre maggiore attenzione da parte dell'opinione pubblica e degli educatori in particolare.

"Dopo la paleo-tv (1954-1980) e la neo-tv (1980-2000), siamo oggi di fronte a quella che diversi osservatori (come Franco Monteleone e Fausto Colombo) hanno definito post-tv: la televisione digitale, sia terrestre che satellitare, destinata a convivere ancora per qualche tempo con la vecchia Tv analogica ma già in grado di definire, accanto alla formula generalista e domestica che ben conosciamo, nuovi modelli comunicativi, tematici, mobili e interattivi.

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non si tratta solo di un ampliamento dell'offerta di canali ma anche del moltiplicarsi delle piattaforme sulle quali fruire la programmazione tv nei suoi nuovi e diversi formati: dal computer (nelle diverse forme di download o distreaming) al telefono cellulare di ultima generazione, all'i-Pod che consente la visione di formati audiovisivi brevi o lunghi, scaricati da Internet anche grazie alla moltiplicazione dei siti aggregatori come YouTube o My Space, o scambiati direttamente all'interno della rete degli amici.

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la Tv tematica satellitare disegna un'offerta estremamente abbondante dal punto di vista quantitativo e molto segmentata per età che, a sua volta, definisce veri e propri target commerciali: come è noto, proprio la presenza di bambini in famiglia costituisce una delle principali motivazioni che spingono i genitori a sottoscrivere un abbonamento Sky, nella speranza di trovare nell'offerta tematica a pagamento quella qualità e quel grado di protezione dal rischio che non sembra più possibile attendersi dalla Tv commerciale free e, per certi versi, nemmeno dal servizio pubblico. 

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due fenomeni di particolare interesse che investono soprattutto la "vecchia" televisione generalista: il primo riguarda i processi di autoregolamentazione che le diverse emittenti televisive hanno avviato nella forma della sottoscrizione di un vero e proprio codice condiviso (...) mentre il codice recinta la fascia pomeridiana (h. 16-19) denominandola "Tv per minori" e garantendone la "protezione specifica", gli spettatori più piccoli la disertano e si affollano in altri luoghi del palinsesto generalista, privilegiando trasmissioni che si potrebbero definire "per adulti". (...)la maggior parte di questi programmi "adulti" che raccolgono un pubblico di bambini e preadolescenti non ha carattere narrativo, e dunque non è generalmente sottoposta, al momento, a un rating che si traduca in qualche forma di segnaletica

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Il secondo fenomeno, legato al primo, è costituito dalla progressiva adolescentizzazione dell'intera offerta generalista che finisce per attirare gli spettatori più piccoli; qui il discorso si fa più complesso perché riguarda l'affermazione di un modello antropologico di "eterno adolescente" su cui sono chiamati a convergere sia i bambini che gli adulti.(...)bambini e preadolescenti si incontrano davanti allo schermo con i loro fratelli maggiori e spesso con i loro genitori, riconoscendosi in adolescenti "quasi-adulti" o in "eterni ragazzini" in grado di interpellare contemporaneamente, seppure in modo differente, le diverse generazioni. Il guadagno in termini di complicità genitori-figli si sconta probabilmente in termini di chiarezza e propositività dei ruoli educativi

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la specificità comunicativa - specificità di programmi, contenuti e linguaggi - richiesta dall'infanzia sembra salvaguardata in altri luoghi del sistema Tv, e proprio dal mercato: come si è detto, infatti, l'offerta della Tv satellitare conosce una differenziazione per segmenti di età molto più dettagliata. (...) è proprio questa permeabilità al mercato che costituisce uno dei tratti più interessanti del rapporto delle nuove generazioni con i media, e dunque anche con la Tv. Infatti, oltre a costituire in sé un mercato, la comunicazione televisiva rappresenta un ambiente fondamentale per introdurre e sostenere nuove pratiche di consumo e per attribuire a tali pratiche valori simbolici e sociali.

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Più dei contenuti dei programmi trasmessi, dunque, è la funzione di orientamento dei consumi svolta dalla televisione - quasi una personal shopper sempre a disposizione per suggerire il look e gli accessori giusti - a costituire un motivo di attenzione da parte degli educatori. 

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L'adolescentizzazione precoce e prolungata ha di fatto contribuito a creare un target di 14-34enni per il quale consumare costituisce il metalinguaggio per eccellenza e spendere l'agire strumentale che garantisce i diritti di cittadinanza. Ma un tale target va coltivato fin da piccolo; non si diviene teen consumer senza essere stati kids consumer. Soprattutto, si diventa buoni kids consumer se il consumo stesso è percepito come lo strumento attraverso il quale si realizzano e si certificano la propria crescita, l'acquisizione dell'autonomia, la somiglianza ai fratelli e alle sorelle più grandi, l'adeguamento ai propri idoli, la realizzazione della propria identità sessuale.

La formazione dei kids consumer in questa prospettiva è la grande impresa a cui si dedicano a tempo pieno, con la collaborazione delle emittenti televisive, molti brand commerciali, a partire, ovviamente, dalle multinazionali dell'enterteinment, del giocattolo e dell'informatica, per non parlare delle compagnie di servizi telefonici (il 61% dei bambini tra gli 8 e gli 11 anni possiede un cellulare), dell'industria musicale, di quella alimentare, di quella della moda, dell'industria farmaceutica e cosmetica (per fermarci solo a quelle legali).

Forse la frontiera più calda su cui saranno impegnati gli educatori nei prossimi anni è proprio quella dell'educazione del desiderio."

Ho messo io in grassetto la conclusione dell'articolo perché la condivido pienamente. Per 'educare il desiderio' - aggiungerei - potrebbe servire cominciare a stimolare nei bambini, sin dalla più tenera età, accanto alla domanda sulle cause e i fini dei loro desideri, anche l'attenzione all'altro e ai suoi bisogni/desideri, quella comprensione e condivisione che porta a rinunciare a qualcosa di proprio in favore dell'altro.  Aiutiamoli ad armonizzare l'io voglio con il tu vuoi, conducendo e accompagnando il loro sguardo in una esplorazione benevola della piccola società che li circonda.