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di Mario Dal Bello

Autunno veneziano

MostraCinemaVeneziaSi è chiusa con un certo rimpianto, l’11 settembre, la 67a mostra d’arte cinematografica a Venezia. Il motivo è presto detto. Non tanto per le condizioni climatiche, che hanno fatto assaporare le quattro stagioni alla folla – non eccessiva,  purtroppo – del Lido. E non solo per la presenza  meno eclatante dei cosiddetti divi dello schermo. Anche se è vero che non sono mancate star come Tylda Swuiton, Sofia Coppola, Catherine Deneuve, Ben Affleck, Vincent Gallo, John Woo, resta il fatto che di Brad Pitt, George Clooney e dell’atteso Dustin Hoffman, neppure l’ombra. A dire che la concorrenza con altri festival – Montreal, Roma sono i più vicini cronologicamente –ha il suo peso e le sue conseguenze.

Ma la malinconia viene dalla costatazione che alla giuria internazionale, presieduta da Quentin Tarantino, dell’arte cinematografica non interessa più di tanto.

 

Come spiegare infatti il Leone d’oro a Somewhere di Sofia Coppola, figlia d’arte ed ex di Tarantino, un film che era in sala già dal 3 settembre  e che, per quanto ben girato e accattivante come storia, è un lussuoso prodotto, ma senza particolari vibrazioni poetiche? Non parliamo del Leone d’argento allo spagnolo De la Iglesia per il suo Balada triste del trompeta, un surreale racconto d’amore sullo sfondo della storia spagnola, che certo è piaciuto a Tarantino per il gusto dell’eccesso. Certamente, i registi dei film appena citati sanno fare il loro mestiere, gli attori sono bravissimi, ma non basta. La realtà sembra esser quella che oggi si predilige- almeno nella giuria – un tipo  di film spettacolare, sopra le righe, fortemente emotivo, ma sostanzialmente di poco spessore umano. Insomma, siamo nell’epoca del virtuosismo, non della poesia.

Eppure, ce n’erano di lavori pregevoli. Film russi o cinesi o laotiani, in concorso. Storie di dolore e di amore di vecchi e di giovani, racconti di desolazione come il cinese Il fossato sulla vita in una campo di rieducazione maoista. Toccanti, profondi, e coraggiosi. Insomma, la poesia, l’arte del cinema esiste e resiste ancora (meno male che il direttore Muller li ha messi in concorso).

E gli italiani? Totalmente esclusi dalla premiazione. Possibile che un Martone e il suo Risorgimento non edulcorato, un Costanzo col suo dramma intimo di giovani in famiglia,  o il Mazzacurati di spiazzante  humour nero non avessero la forza di meritare almeno un premio collaterale? Forse, la verità è che dell’Italia  si loda  – specie in America – il grande cinema del passato  – e si considera quello attuale come piccolo e in realtà poco significativo. L’Italia insomma, per Tarantino e amici, è una provincia dell’Impero. Basti osservare come la Coppola, nel sul film, ha caricaturato la nostra televisione (ma ha mai visto quella spagnola o alcune americane?).

In compenso, ci sono state propinate pellicole  presuntuose. Penso al francese Happy Few o al tedesco Drei, manifesti di libertà anche dalla propria identità sessuale o  lavori di nichilismo estremo, come Essential Killing. In realtà, la mostra ha accolto opere per tutti e di tutti i gusti. Ormai risultano troppe, ed una selezione si impone, per non trasformarla soltanto in un mercato, o in un happening pseudo culturale. Più sobrietà nelle scelte, maggior respiro verso ciò che è poetico e che va valorizzato (leggi: distribuito in sala).

Ce la faremo il prossimo 2012? Ce l’ auguriamo. Anche di valorizzare film che parlano non solo di morte e di nulla ma pure di amore alla vita.