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ICT & new media

di Maria Rosa Logozzocom_partecipata_web

Negli ultimi 50-60 anni l'evoluzione rapida e inaspettata delle possibilità di comunicazione (dal telefono, a internet e ai cellulari) ha cambiato la società e indubbiamente continuerà a cambiarla. Analogamente a quanto successo in molti altri settori, il mondo politico non ha avuto il tempo di rendersi conto di quello che stava succedendo e ora fatica a recuperare le distanze.

Se prima per fare informazione ci volevano i soldi per pagarsi le costose apparecchiature necessarie a crearla e diffonderla, oggi basta un cellulare. Pure l'informazione ‘ufficiale' va alla ricerca di notizie sui blog o su Youtube, che permettono una condivisione più immediata.

Ultimamente, nel caso della tremenda sparatoria al politecnico della Virgina, la CNN è arrivata in ritardo rispetto alla documentazione su Youtube. Su internet troviamo informazioni di prima mano messe online da qualcuno che, trovandosi a passar nei paraggi, è partecipe senza volerlo di un fatto di rilievo. Gli stessi TG della RAI utilizzano queste fonti, tecnicamente di poca qualità ma ricchi di contenuto informativo.

Incredibilmente questo sorgere di una informazione più partecipata, che potrebbe essere di grande aiuto a una gestione pubblica più partecipata, sta invece divenendo uno dei fattori di distanza del mondo politico e amministrativo dalla vita della gente.

Perché? Perché la gestione pubblica è ormai vetusta, d'altri tempi: lenta, farraginosa, troppo mediata rispetto a un oggi in cui si è usi a tempi di risposta diversi e a contatti diretti.

Al mondo politico italiano di certo gioverebbe una maggior coscienza delle peculiarità e delle nuove possibilità che l'informazione partecipata offre, sia a favore di politiche che in opposizione ad esse. Negli Stati Uniti c'è stato un esempio evidentissimo di quanto riescano a operare - come sassolini che generano valanghe - quelle iniziative dal basso che sanno servirsi della tecnologia.

Un breve filmato su YouTube mostra George Allen, uno dei probabili candidati alla presidenza nel 2008, mentre  utilizza - trascinato dalla foga del discorso - un termine razzista nei confronti di qualcuno: l'eco che hanno avuto i pochi minuti di filmato ha costretto Allen a rinunciare alla sua corsa al potere.

Ora perché non usufruire di questa forza della comunicazione partecipata (blog, wiki, chat, videosharing per fare degli esempi) per provare a rigenerare quella partecipazione politica che sta morendo d'inedia?

Alla comunicazione partecipata non bastano i siti vetrina in cui i personaggi politici scrivono di loro e di quanto fanno (meglio di niente però!), non bastano i sondaggi predefiniti a scelta fissa, non basta la possibilità di inviare e-mail.

Una vera comunicazione partecipata si nutre di trasparenza, porge tutte le informazioni utili a comprendere un'azione politica ancora a livello di necessità e problematiche connesse e non a cose fatte. Solo allora il dialogo col cittadino e con quelle realtà economiche e sociali interessate a una particolare azione politica può evolversi al meglio e fruttare una partecipazione che contribuisca a ideare e implementare soluzioni adeguate e il più possibile condivise.

C'è un altro livello possibile. Quando è il cittadino stesso o una entità esterna a far presente una necessità al politico, magari tramite la comunicazione online perché ne ha sperimentato l'affidabilità e sa che la sua comunicazione arriverà al destinatario. Alcuni parlano addirittura della possibilità di pervenire a una specie di ‘apprendimento cooperativo' anche nel campo della governance. Una chimera?

Qui il mondo tecnologico potrebbe dare una buona mano al mondo politico, stimolando un dialogo sulla materia, mostrando qualche buona pratica (ci sono comuni che si stanno muovendo sempre meglio nella e-participation) e indicando strade possibili. E' vero che in passato si è incorsi in grosse delusioni per la scarsa attenzione che politici al governo hanno prestato a questi temi (ammettiamo però che il presentarli conditi con un forte spirito da 'advocacy' non sempre aiuta il dialogo) ma perché abbandonare le armi? L'avanzare stesso delle cose verso la e-democracy farà sì che questo dialogo politica-tecnologia si renderà indispensabile per entrambe le parti.

Stefano Rodotà, in un suo articolo su Repubblica , scrive tra l'altro: "La vera novità democratica delle tecnologie dell´informazione e della comunicazione, infatti, non consiste nel dare ai cittadini l´ingannevole illusione di partecipare alle grandi decisioni attraverso referendum elettronici. Consiste nel potere dato a ciascuno e a tutti di servirsi della straordinaria ricchezza di materiali messa a disposizione dalle tecnologie per elaborare proposte, controllare i modi in cui viene esercitato il potere, organizzarsi nella società.

Con questo vasto mondo - in cui la democrazia si manifesta in maniera "diretta", ma senza sovrapporsi a quella "rappresentativa" - i Parlamenti devono trovare nuove forme di comunicazione, attraverso consultazioni anche informali, messa in rete di proposte sulle quali si sollecita il giudizio dei cittadini, procedure che consentano di far giungere in parlamento proposte elaborate da gruppi ai quali, poi, vengano riconosciute anche possibilità di intervento nel processo legislativo. La rigida contrapposizione tra democrazia rappresentativa e democrazia diretta potrebbe così essere superata, e la stessa democrazia parlamentare riceverebbe nuova legittimazione dal suo presentarsi come interlocutore continuo della società".

Da quanto afferma si può dedurre come la e-democracy non possa pensarsi frutto di un insieme di eventi e interventi puntuali, bensì piuttosto risultato di un processo paziente, continuativo, aperto a tutti i portatori di interesse (realtà politiche, amministrative, sociali, legali, tecnologiche in un processo multi-stakeholder per utilizzare una terminologia corrente) pena il suo fallimento.

Per questo è necessaria una seria volontà politica che lo attivi. Come è scritto su un documento del Ministero per l'Innovazione e le tecnologie del 2004: "il software più innovativo non potrà mai colmare un vuoto di volontà politica".