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ICT & new media

di Maria Rosa Logozzo

Bastano semplici strumenti a contrastare i tabù cinesi

freetibet.gifHa avuto vasta eco sui mezzi d'informazione del mondo la protesta di quattro coraggiosi studenti, due britannici e due statunitensi, che, nelle vicinanze dell'area olimpica in Cina, hanno issato su un alto palo un cartello con la scritta: “One World, One Dream, Free Tibet”.

Federico Rampini su Repubblica di oggi ne ha fatto un bel commento. L'articolo si intitola "Il tabù cinese”, a sottolineare il fatto che «per quanto abbia rinnovato la propria classe dirigente, con dei giovani tecnocrati moderni in posizioni-chiave, questo regime resta refrattario alle critiche, allergico a ogni dissenso.

Ha concesso molte libertà personali, ha tolto il guinzaglio in tanti campi alla società civile, ma il tabù supremo resta intatto: nessuno può contestare la legittimità del partito comunista come unico detentore del potere, arbitro imperscrutabile degli interessi nazionali.»

Ma vorrei portare l'attenzione su quanto Rampini scrive a proposito del soft power della comunicazione partecipata online.

«L'impresa dei quattro , arrestati dalla polizia, ha rubato l'attenzione alla star di regime Yao Ming. Il campione di basket ieri portava la fiaccola nel tratto più evocativo: sotto la porta della Città Proibita, davanti alla gigantografia di Mao Zedong, fino al centro della Piazza Tienanmen, il luogo simbolico del potere comunista (e il teatro del massacro degli studenti nel 1989). Lo scontro fra quelle due scene è destinato a durare: accompagnerà queste Olimpiadi fino alla fine.

Certo il 99% dei cinesi ha visto solo Yao Ming, lo striscione pro-tibetano non appare sui loro siti Internet né è stato ripreso dalle tv di Stato. Ma per il resto del mondo Free Tibet è un "titolo" che giganteggia nelle cronache. E le Olimpiadi non dovevano servire solo come un'operazione di propaganda interna.

La contraddizione di Pechino 2008 è questa. La Repubblica Popolare è arrivata all'appuntamento storico dispiegando una straordinaria efficienza nei preparativi materiali, dalle infrastrutture all'urbanistica. Nello hardware è già promossa con dieci e lode. Ha trascurato invece il software politico-culturale. I suoi dirigenti non hanno capito a che punto i Giochi sono l'occasione per un esame quotidiano davanti all'opinione pubblica internazionale: sui diritti umani e sullo smog, sul Tibet e sulla libertà di stampa.

I militanti che hanno srotolato lo striscione in questo senso sono più "moderni" del presidente Hu Jintao. Sanno che nell'èra-Internet un blitz amatoriale di pochi istanti può conquistarsi la stessa visibilità delle colossali coreografie che il regime prepara da lungo tempo. (...)

Iain Thom, uno degli attivisti che hanno esibito lo striscione Free Tibet, ha scritto sul suo blog : "Visto che il governo cinese usa i Giochi per la propaganda, li usiamo anche noi". In questo candore c'è il soft power di chi conosce le regole della comunicazione globale meglio di Hu Jintao. Pechino si è costruita un palcoscenico coi riflettori accesi in permanenza: ora è alla portata di tutti. »

Anche i semplici 140 caratteri dei messaggi twitter (chi non conoscesse twitter può guardarne un simpatico video esplicativo che, selezionata la lingua italiana nell'apposita casella, sarà sottotitolato in italiano), messaggi dove si fa sapere agli amici cosa si sta facendo in un determinato momento, sono soft power quando riportano la cronaca in diretta di questi avvenimenti. Un esempio lo troviamo in fondo al post di Global voices sulla protesta dei quattro dissidenti, dopo due brevi servizi in diretta di Noel Hidalgo, vlogger di Qik.com (potenziale strumento di soft power anch'esso: è un sito che permette di trasmettere in diretta online le riprese del proprio cellulare).