Text Size

ICT & new media

di Maria Rosa Logozzo

Rivoluzione Twitter

A seguito delle vicende di Teheran, l'informazione giornalistica ha cominciato ad avvedersi di quale potenzialità si nasconda nei nuovi tipi di comunicazione a rete.
Lo esprimeva bene ieri Massimo Gaggi sul Corriere parlando di Twitter, una piattaforma di micromessaggi (140 caratteri max) che, mettendo in connessione cellulari e internet, permette di comunicare con facilità potenzialmente tra tutto il mondo.
Twitter – già nato da alcuni anni - si presenta sul suo sito come un servizio “che permette di comunicare e restare connessi tramite il veloce e frequente scambio di risposte a una sola semplice domanda: Che cosa stai facendo?”.

«Allora può succedere che – scrive Gaggi - vai, col computer o col telefonino, su Twitter (...) e sprofondi nei più noiosi diari di vita quotidiani che si possano immaginare: gente che racconta 'in diretta' (...)  cosa sta comprando al supermercato, a che ora andrà a prendere i figli a scuola.
Ma quando il jet della US Air ammara sul fiume Hudson o quando c'è il terremoto a Los Angeles, la notizia arriva coi messaggi di Twitter molto prima che sugli schermi della CNN o sui terminali dell'Associated Press: un cambiamento che costringe i giornalisti a dotarsi di una nuova 'cassetta degli attrezzi' per affrontare rivoluzioni tecnologiche che stanno cambiando il modo di fare informazione.
Poi arriva la rivolta in Iran e scopri che, con i corrispondenti stranieri messi alla porta dal regime degli ayatollah, Twitter diventa l'unico vero canale di informazione su quello che sta accadendo nel Paese: migliaia di ragazzi armati di cellulare che trasmettono brevi messaggi e immagini della sommossa e della repressione.»

Ho provato a cercare su Twitter la parola Iran, in questo momento arrivano una ventina di messaggi ogni 10 secondi: avvisi su come proteggersi da presunti tranelli della polizia, inviti a mettere una banda verde sul proprio avatar per indicare partecipazione e sostegno ai manifestanti, segnalazione di news su giornali e blog, offerte di traduzioni dal farsi, oltre a notizie in diretta.

Lo stesso Biz Stone, ideatore di Twitter insieme con Evan Williams, in un'intervista di oggi su Repubblica, afferma di averlo iniziato come «un sistema divertente per essere iper-connessi con la famiglia, con gli amici o con persone care», ma oggi non è più solo questo, è «uno strumento che si connette alla vita vera di milioni di persone, e che in occasioni come quella delle proteste in Iran diventa uno strumento democratico, drammaticamente insostituibile.(...) non solo per far arrivare le informazioni fuori dal paese, ma soprattutto per farle circolare nel paese, per spingere le persone ad aiutarsi, per coordinarsi in tempo reale anche mentre sono in strada».

L'ultima domanda che Ernesto Assante gli fa, è quella che verrebbe a chiunque:  140 caratteri non sono pochi per comunicare davvero? «La brevità è un limite, non c'è dubbio. Ma è pur vero - risponde Stone - che si può essere creativi anche con 140 caratteri, e che porre limiti costringe ad essere più creativi. (...) Twitter è un flash in tempo reale su qualcosa che accade a noi, un emergenza, una passione, un pensiero. Io non credo che Twitter possa esaurire la comunicazione, può essere utile per le notizie immediate, poi abbiamo sempre bisogno di chi ci racconta storie, più ricche e complesse che in 140 caratteri».

Ieri Michele Zanzucchi ha scritto che quella dei blogger iraniani è «un'informazione frammentata, puntuale, che difetta di una visone globale degli avvenimenti, che pecca di esaustività». Non si può negarlo.

Esprime generalmente il sentire delle fasce di popolazioni più giovani, di quelle use alla tecnologia; non dice nulla – ad esempio - a riguardo di chi vive nelle campagne. Ma non si può negare che la conoscenza di altre società e culture - che la tecnologia facilita - è di ostacolo per i sistemi dittatoriali e ideologici. 

Questi ultimi tipi di comunicazione sociale, mettendo a diretto contatto con la realtà senza mediazioni, sbattendo in faccia le cose come stanno, pare che riescano a smascherare certa informazione di regime.

Tutto vero?
Non è detto. Basta scorrere i messaggi su Twitter per rendersi conto che tanti che utilizzano lo strumento sono coscienti delle verità false e delle manipolazioni che potrebbero verificarsi proprio perché – come evidenzia Gaggi - «per evitare le 'retate ' della polizia elettronica, devono restare ignoti sia l'identità di chi fornisce la notizia sia il luogo dal quale parte il messaggio (...) Allora il cronista deve dotarsi di nuove antenne e di filtri per valutare il flusso di materiale prodotto dal cosiddetto citizen journalism. La rapida evoluzione tecnologica spiazza i regimi autoritari, ma mette in affanno anche i canali informativi tradizionali»

Come distinguere vero da falso? Oggi è sempre più difficile.
Forse un aiuto può venire dal confronto e dalla valutazione in seno alla comunità di appartenenza, virtuale o no - pensiamo ad esempio alla redazione di un giornale. E' la comunità quel tessuto capace di generare anticorpi che evidenziano e isolano il marcio. Certo non sempre ce la fa, ma non  riesco ad intravedere altre facili alternative.

Ho scorso con interesse i commenti all'articolo del Corriere:

- Un messaggino da 140 caratteri è poco più di un avviso. Ad un giornale 'decente' si richiede di analizzare le fonti, ampliarle, spiegarle, analizzarle, approfondirle.

- La voglia di essere sempre i primi nel dare la notizia ha superato la qualità dell'informazione. Ormai la notizia non è più d'inchiesta ma è una corsa a chi vede e scrive la catastrofe del momento per primo.

- La raccolta delle percezioni individuali attraverso twitter ha bisogno quantomeno di una elaborazione statistica.

- L'informazione deve essere gratuita.

- Nessuno può conoscere la verità dei fatti.

- Il problema è l'ignoranza tecnologica di molti giornalisti.

- I giornali, i telegiornali sono un copia e incolla di notizie di agenzie. I vecchi media sono diventati aggregatori di feed. Per raccontare le cose bisogna scendere in strada tra la gente.

- Secondo me cercare di scimmiottare questi nuovi media farà solo peggiorare le condizione in cui si trova oggi la stampa.

Sono tante piste aperte che, come tutte le cose di questo mondo, presentano aspetti in apparenza contrastanti, da sviscerare e valutare per cercare di venirne a capo.