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di Maria Rosa Logozzo

Primo Congresso di NetOne a Lubiana

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Dal 5 all'8 marzo ho soggiornato in Slovenia.

Il popolo sloveno, un popolo che nella storia ha subito dominazioni continue e dolorose preservando una grande dignità, mi ha letteralmente conquistata. Essi riservano all'ospite un'accoglienza familiare e attenta, che mette a proprio agio.

Lubiana è bella ed è a misura d'uomo. Si desidera tornare tra il suo verde, lungo il suo fiume, ad ascoltare le sue storie.

Ero lì con  Nedo Pozzi, dovevamo intervenire al primo congresso sloveno di NetOne .

 

Una mattina abbiamo visitato il castello che domina la città: un panorama a 360 gradi, un luogo intriso di storia.

Lì in una saletta, muniti di appositi occhiali e di una radio per la traduzione italiana, abbiamo ripercorso in tridimensionale la storia della città e della nazione, dai primi agglomerati in epoca romana alla proclamazione d'indipendenza nel secolo scorso: gli occhi di tutti si sono inumiditi alle scene di felicità di quell'occasione.

Ma lì il filmato ha avuto un salto inaspettato, di stile e di pensiero. Mi aspettavo che si concludesse con l'entrata della Slovenia in Europa e con la presidenza slovena in corso.

Macché! Come un pugno nello stomaco ecco apparire, a segno e frutto della conquistata libertà, le icone della società globalizzata: bar e ritrovi, giovani che si divertono, moine, shopping, evasione.

Ma possibile mai che il fine di tanta storia, il fine della lotta per l'affermazione della identità slovena sia stato raggiunto nell'appiattimento culturale sugli standard e i luccichii vuoti del mercato globalizzato?

Mi pareva di sentire urlare i martiri che per la Slovenia hanno dato la vita. Mi pareva che tutti i grandi compositori che hanno suonato nella nota filarmonica della città, che tutti gli scrittori e gli artisti che l'hanno nel corso dei secoli fatta quella che è, si rivoltassero nelle tombe.

Sono uscita da quella sala con un tale senso di rabbia e impotenza addosso che mi toglieva ogni capacità di godere.

La raccontavo a quanti potevo questa mia impressione e mi comprendevano; sì, quel mondo di cartapesta non era il loro. Replicavano: "Lubiana è un'altra" e mi spiegavano che quella finale al documentario era stata giustapposta dall'amministrazione comunale vigente, ma non rispecchiava certo la vita di una città di cultura, dove i libri vanno a ruba più che in altre capitali europee e la buona musica si continua a studiare e a godere.

Ho voluto riportare questo episodio perché introduce bene la situazione dell'informazione in quel Paese. I mezzi di comunicazione sono rimasti sotto il controllo di persone del precedente regime - i soldi sono rimasti nelle loro mani - che diffondono una informazione materialista e laicista a senso unico, un messaggio in linea con la conclusione di quel filmato. Non esistono purtroppo quotidiani di diverso pensiero.

Ma ci sono giornalisti, li ho incontrati, che vorrebbero riuscire a muovere le cose. Ma hanno le mani legate perché sono i soldi a comandare e purtroppo non ci sono avvisaglie di cambiamento all'orizzonte. A lungo andare ci si adatta per sopravvivere.

In particolare il mondo dei credenti non ha voce, è semplicemente ignorato. In una situazione così è facile che si arrivi a barricate tra due fronti, ad affermazioni e difese di identità.

Ma NetOne vuole restare uno spazio di dialogo anche in questa situazione, uno spazio che si pone a monte delle divisioni, uno spazio dove tutti hanno diritto d'accesso. NetOne non ha nulla da difendere per principio, a parte la dignità dell'uomo e ciò che questo implica, ed ha tanto da proporre per costruire insieme.

Questo è stato il nostro messaggio alla cinquantina di giornalisti e comunicatori, molti giovani, che si sono ritrovati il 7 maggio. Mi pare che sia stato apprezzato, abbia dato respiro e abbia fatto intravedere nuove modalità di confronto e collaborazione.

Una speranza la hanno aperto anche Internet e i nuovi media, che, se usati bene, senza bisogno di grossi mezzi economici, sono capaci di dar voce a chi non avrebbe potuto averla; rosicchiano terreno all'informazione monopolizzata; suscitando partecipazione nell'opinione pubblica.

Ma, abbiamo sottolineato, questi mezzi saranno efficaci tanto in quanto li useremo con spirito non di rivendicazione ma di pace, di ascolto, servizio e amore all'uomo, pur nella necessaria chiarezza.

Dopo le conversazioni che Nedo Pozzi e anch'io abbiamo tenuto, e dopo quattro brevi buone pratiche di giovani giornalisti sloveni, ci hanno fatto delle domande.

Tra queste ne vorrei ricordare una, che, esprimendo lo stato d'animo di molti, ci interrogava su quale etica mettere in pratica e sul perché un comunicatore dovesse fare una comunicazione onesta, in antitesi al sistema vigente, mettendosi magari in cattiva luce e andando incontro a delusioni.

Che ci si guadagnava a far così?

Abbiamo risposto in due. Trascrivo.

Nedo Pozzi:

E' vero che i giornalisti e chi lavora nei media per l'informazione si trovano spesso in difficoltà, perché sono combattuti tra le proprie convinzioni etiche e le attese dei direttori dei giornali, dei redattori delle rubriche e anche dei lettori.

E non è sempre facile trovare la via giusta, che vada d'accordo con la promozione dell'uomo e la difesa dei valori e il fatto di creare un'informazione interessante: è il lavoro, il travaglio, la fatica di tutti i giorni.

Vi racconto un episodio, perché queste cose si capiscono meglio con un'esperienza che con un trattato.

C'è un nostro amico a Roma che fa il redattore del telegiornale della prima rete nazionale.

Mi è capitato di vedere due o tre di questi servizi da lui fatti su episodi particolarmente feroci, riguardanti assassinii o azioni vandaliche, che mi avevano stupito perché erano particolarmente 'lievi'. C'era un'informazione completa, non mancava nulla, senza però quell'insistere nel sottolineare gli aspetti più deleteri della cronaca, soprattutto quando c'è di mezzo l'uccisione tra ragazzi o all'interno di una famiglia.

Una volta che l'ho incontrato gli ho detto quest'impressione e gli ho fatto i complimenti.

Gli ho detto: "Finalmente una cronaca nera che si può seguire!". E gli ho chiesto: "Ma come fai a fare un'informazione così completa, che ci fa pensare e che non ci fa vergognare di guardarla?". E lui, riferendosi all'assassinio di un giovane da parte di un coetaneo a scuola: "E' molto semplice, penso di raccontare l'accaduto ai suoi genitori". "Ah, ai genitori dell'assassinato" dico io. E lui: "Sì, ma anche ai genitori dell'assassino."

Questo mi ha aperto una dimensione nuova nel leggere gli avvenimenti del giorno. Il pensare come lui riusciva ad immedesimarsi, ad entrare nell'anima di questi genitori tutti distrutti dal dolore, ma anche dei due distrutti dalla vergogna, mi ha fatto capire che c'è un modo nuovo di fare la cronaca: guardare ai fatti cogli occhi di padre, cogli occhi di madre.

Io:

Che ci si guadagna a fare un'informazione onesta? Chi ce lo fa fare?

Credo che ce lo faccia fare innanzitutto un rispetto verso noi stessi. Noi siamo uomini, ognuno con la propria identità, con la propria ricchezza, ognuno libero. Per essere felici dobbiamo essere coerenti con la coscienza che abbiamo dentro, con la libertà che abbiamo dentro.

Una persona che non è libera di fare come sente di fare, non è mai felice. Quindi un'informazione onesta la dobbiamo prima di tutto a noi stessi.

E la dobbiamo poi agli altri, perché non dandola li impoveriamo di quello che noi potremmo dare.

Questo è un principio, nella pratica dobbiamo sempre mediare.

Perché uno stipendio a casa dobbiamo portarlo, le famiglie che abbiamo dobbiamo mantenerle. L'importante però è che questo desiderio interiore di libertà, di autenticità, non si spenga e che questa ricerca di realizzazione personale e di felicità continui, se no l'umanità resterà più povera.

Si è continuato a parlare molto quella sera, a gruppi e gruppetti, consumando insieme un rinfresco abbondante e preparato con cura.

L'indomani alcuni giovani hanno voluto continuare a parlare con noi sulle problematiche e le opportunità di media vecchi e nuovi. Più di due ore di fila nella sala di una parrocchia.

Non mi dilungo di più, ma vi offriamo un album di foto, quasi tutte scattate da Janez Snoj