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di Michele Zanzucchi

Il politico e il fotografo

Ho saputo d’un uomo politico che si è spinto fino all’Aquila per portare la sua solidarietà alle popolazioni sinistrate dal terremoto del 6 aprile scorso. Non era solo: erano centinaia, forse migliaia. Anzi, erano il doppio, almeno, perché quasi tutti – salvo qualche lodevole eccezione – avevano con sé il proprio fotografo personale, o il cameraman.

Ebbene, quest’uomo politico di alto livello – di cui ovviamente non faccio il nome – ha detto al suo fotografo: «Fammi foto commoventi con le persone più disperate. Fammi dei capolavori per invadere la stampa della mia regione».

E un amico del soccorso alpino, impegnato nelle operazioni di recupero delle salme e di salvataggio dei superstiti rimasti intrappolati sotto le macerie, si è lamentato con le autorità perché la loro opera era intralciata da fotografici, cronisti e cameraman alla ricerca della foto terribile, della prima parola dei sopravvissuti…

Non poche vittime del terremoto e non pochi soccorritori hanno manifestato una forte insofferenza per gli operatori dei diversi media, considerati da loro i veri sciacalli della tragedia, e non quei quattro rumeni accusati e poi immediatamente rilasciati dopo il processo in direttissima perché non avevano commesso nessun misfatto. 

Ma non tutti i giornalisti capitati nelle zone del terremoto erano così. Anzi, possiamo quasi certificare che la stragrande maggioranza non aveva intenti da sciacallo, ma semplicemente s’era visto costretto a usare atteggiamenti invasivi perché i suoi capi pretendevano con rapidità asfissiante “della ciccia”. Gli esempi ci sono: giornalisti che si sono trasformati in soccorritori, fotografi che hanno cancellato le loro foto più brutali, registi che si sono autocensurati.

Il fatto è che siamo nella «dittatura dell’immagine», come diceva Ryszard Kapuscinski, in cui «la parola viene sommersa da quel che si vede», pensando che l’immediatezza sveli la verità dei fatti. È proprio il contrario: per ritrovare il senso del vero dobbiamo ritornare alla parola.