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di Michele Zanzucchi

L’arte dell’intervista

Conversavo ieri con un giovane praticante giornalista, un po’ sconfortato a dire il vero. Mi diceva: «Sento un sacco di volte che vengono smentite frasi scritte sui giornali o addirittura pronunciate in tv, che l’intervistato assicura di non aver mai detto, e che quindi sarebbero da imputare alla fantasia del giornalista. A volte è vero, certo; ma altre non è affatto vero, e ci sono delle registrazioni a confermare quanto l’intervistato ha detto al giornalista. Ma nessuno ci bada, le errata corrige non esistono più e conta chi grida più forte, non i fatti».

L’intervista è effettivamente un’arte, una delle più difficili del giornalismo.

Richiede tempo, dedizione, esperienza. Più la domanda è infatti pertinente, più la risposta sarà interessante. Più la genericità sarà sbattuta sull’intervistato, più la risposta sarà banale. Più l’intervistatore andrà di fretta, più l’intervistato sbrigherà la faccenda con due parole in croce.

Chi parla più di “deontologia dell’intervista”? Nessuno, o quasi. Eppure è una delle “branche” dell’etica specializzata del giornalismo più importanti. Lo scorso  viaggio di Benedetto XVI in Africa ha dato la stura a sentimenti eticamente riprovevoli, con la ben nota estrapolazione di una sua dichiarazione sul preservativo pronunciata nell’aereo che volava verso il Camerun. Sì, forse il papa non s’è reso conto pienamente della possibile strumentalizzazione cui sarebbe incorso con quella sua affermazione, ma è assolutamente da condannare il fatto di aver isolato quella frase dal contesto, stravolgendone il senso: si voleva dire che l’uomo (e quindi l’uomo africano) non può pensare di realizzare sé stesso solo usando il preservativo, che tra l’altro in un contesto complesso come quello africano non può avere effetti sicuri: basti pensare alla pratica di usarlo più volte…

Ma torniamo a noi. L’intervista, per essere efficace, ha bisogno di tornare alla pratica d’una volta – ne sono convinto –, cioè alla rinuncia al telefono, al bisogno di concordare le modalità dell’intervista tra giornalista e interlocutore, al dovere che il giornalista ha di documentarsi adeguatamente non solo sul personaggio intervistato, ma anche sui problemi oggetto dell’intervista.

Aggiungerei una raccomandazione e una pratica, entrambe assolutamente non obbligatorie, ma sperimentate da validissimi giornalisti in testa ai quali si nota il grande Ryszard Kapuściński.
Raccomandazione: non porsi di fronte alla persona intervistata come se si dovesse fare un dibattito, come se il giornalista possedesse la verità, come se l’unico scopo dell’intervista fosse per il cronista di far cadere nel tranello l’interlocutore!
Pratica: far leggere all’interlocutore il testo dell’intervista sbobinata, o fargli vedere o ascoltare i tagli effettuati.

Se si usano questi due suggerimenti, novantanove volte su cento l’interlocutore sarà soddisfatto dell’intervista, e non ci saranno malumori. L’emergenza della verità verrebbe negata? Innanzitutto, cos’è la verità? E poi, siamo sicuri che, almeno per il giornalista cristiano, la verità non coincida con l’amore?

Non si può dire che Ryszard Kapuściński non abbia fatto scoop, non abbia denunciato fatti terribili, non abbia pubblicato interviste drammatiche. Eppure ha usato sempre questa raccomandazione e questa pratica.