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di Maria Rosa Logozzo

Rimuginando un’omelia

Il profeta EzechieleDomenica scorsa, nella chiesa di Valtournenche, località dove ogni anno trascorro le ferie, ho ascoltato un’omelia preparata, sintetica e interessante. Così ho chiesto al parroco, don Paolo Papone, di averne copia coll’intenzione di tornarci su.

L’argomento era il difficile compito dei profeti, di Ezechiele in particolare.
In tempi duri in cui, a guardare i dati di fatto, Dio ha deluso il popolo e il popolo ha deluso Dio, essi sono chiamati ad "esporre la prospettiva di Dio su quello che la gente sta vivendo".
Un difficile ruolo di mediatori dunque tra “due prospettive opposte”.

Mi è venuto spontaneo il paragone con chi oggi esercita questo ruolo comunicando per professione, per una 'chiamata' laica, e può sentirsi in una situazione analoga, impegnato a scandagliare prospettive opposte per cercare di trovarne il senso.

Chi deve informare e vuole, con buona coscienza, riflettere, scavare dei perché a partire dall’evidenza dei fatti, si trova spesso come Ezechiele a dover affrontare un'impresa che “pare davvero disperata, perché si tratta di proporre una diversa interpretazione della realtà a chi ha fatto della rigidità dei ragionamenti una difesa contro il pensare, per non doversi mettere in discussione”.

Credo che a tanti di noi capiti di non sapere a quale santo rivolgersi per risvegliare l’uomo dall’anestesia mediatica che lo rabbonisce e lo rimbambisce. Come far sì che rimetta a far funzionare la sua materia grigia, cercando un senso al suo andare e alle sue scelte diverso dall’effimero proprio tornaconto?

“(…) c'è un conflitto tra il profeta e il popolo – dice don Paolo -, un conflitto che talvolta ridurrà il profeta al silenzio, o lo costringerà a diventare attore, mimo, per smuovere ancora una briciola di stupore e così socchiudere la porta dell'ascolto.
Stupire, catturare l’attenzione – come fa un Benigni ad esempio – per aprire il pubblico ad un ascolto pensante.

(...) il profeta, ponendosi necessariamente dalla prospettiva di Dio, non può non esercitare la sua critica.
Oggi in Italia esercitando una critica seria, ben fondata, si può venire oscurati dalla società mediatica. Per sopravvivervi in pace è necessario mantenere una specie di voto di ubbidienza cieca alla linea editoriale di chi ci paga. Di esempi ne abbiamo tutti i giorni.

Alla radice di questo conflitto sta la sensazione irriflessa che ogni critica implichi svalutazione,
negazione di chi ne è oggetto. Questa è una prospettiva tipicamente umana, di uomini fragili che si sentono perennemente in pericolo, tanto da temere che basti una parola di negazione per cancellarli dalla scena del mondo.

E qui non guasta un esame di coscienza da parte di chi questa critica deve esercitarla per mestiere.
Ci nutre tutti i giorni quel giornalismo ‘arrabbiato’, ‘distruttivo’, lesivo della dignità umana che usa la critica come arma per uccidere l’avversario. Se l’intenzione è manifestatamene quella allora è logico ritenere la critica letale e temerla.

Al contrario, dalla prospettiva di Dio la critica è un atto d'amore, è l'invito a prendere coscienza della realtà per fare dei passi di cambiamento che portino a una vita più vera, più intensa, più duratura.

Magari, imparando a criticare per amore, la libertà d’informazione crescerebbe nel mondo, perché non si avrebbe timore di chi non la pensa come noi, ma lo si cercherebbe per capirsi e capirne di più.

Don Paolo conclude così l’omelia (che trovate linkata integralmente sotto) : “La sola presenza di un profeta, per quanto scomodo, già significa tutto il desiderio di Dio di essere con il suo popolo, di camminare con il suo popolo: è una promessa di vita.
Se i comunicatori avessero come primo datore di lavoro Dio, o la coscienza se di fede laica, e si arrischiassero ad agire in ascolto e accordo di questo mandante, con amore in cuore, non potrebbero divenire anch’essi “una promessa di vita”, “profeti di speranza” che fanno "prendere coscienza della realtà per fare dei passi di cambiamento"?

Ma ci serve il coraggio dei profeti. Essi, noti o meno noti, ci hanno sempre accompagnato nel cammino dei secoli, accomunati da quel "per amore del mio popolo non tacerò" che ad alcuni, come a don Peppe Diana, è costato financo la vita.

Il testo dell'omelia di don Paolo