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di Maria Rosa Logozzo

Riacquistare consapevolezza

Conferenza stampa Berlusconi 7 agosto 2009Vi invito a riascoltare a mente fredda le parole che il Presidente del Consiglio italiano nella conferenza stampa del 7 agosto ha rivolto ai giornalisti del TG3.
Pur tenendo conto delle pressioni forti, crescenti ed esasperanti a cui i media “della sinistra” - per usare un suo termine – lo stanno sottoponendo in questi ultimi mesi, pur considerando che ci possano essere eccessi ingiusti in questo tiro al bersaglio mediatico su di lui, non gli si può lasciar passare una visione dell’informazione errata.

 

«Non dobbiamo più sopportare, non possiamo più sopportare che la Rai sia l'unica tv pubblica del mondo che con i soldi di tutti attacca il Governo» così ha affermato.
Occorre ricordargli che tra i compiti che una sana informazione giornalistica deve svolgere c’è la cosidetta funzione di “watchdog”, cioè l’attenzione vigile sull’operato dei politici e dei poteri in genere, a difesa degli interessi del cittadino. Dunque i soldi dei cittadini all’informazione pubblica sono proprio per controllare come si esercita il Governo, non per coprirne le magagne (una mia conversazione in proposito a giovani studenti di politica).
Certo questa funzione i giornalisti possono esercitarla con signorilità e chiarezza oppure con uno spirito di rivalsa che accende gli animi togliendo obiettività ed esacerbando i toni. Ma questo è un’altra storia.

 

Qualche anno fa Paolo Mieli parlando della libertà di stampa ha scritto che “essa costituisce l'elemento fondamentale di una società democratica dal momento che in essa si realizzano due condizioni cruciali per la sua vitalità: da un lato l'esistenza di un pubblico informato dei fatti, dall'altro una discussione collettiva sul significato di tali fatti".

E’ basilare allora quanto il presidente della RAI Garimberti ha replicato a Berlusconi: è obbligo per un servizio pubblico raccontare tutti fatti. "L'informazione del servizio pubblico non è - e non deve mai essere - nè pro nè contro alcuno, ma ha l'obbligo di raccontare i fatti. Le notizie non hanno colore nè odore e vanno date tutte, sempre, ma tenendole accuratamente separate dalle opinioni. Questo è il dovere del giornalismo, che sia servizio pubblico o privato ed è il suo patto fondante con i lettori e gli ascoltatori, tanto più se pagano il canone". Queste le sue parole.

 

Mieli nell'articolo citato continuava:

"La libertà di stampa è dunque un potere per contrapposizione, per contrasto: se la stampa è compiacente, infatti, essa finisce molto rapidamente per non contare più nulla, per non avere più potere. Libertà di stampa vuol dire dunque, alla fine, solo e sempre libertà di criticare i poteri (...)

In una democrazia la verità non è in linea di principio monopolio di alcuno. Proprio per questo è necessario che la stampa abbia una costante disponibilità ad ascoltare ogni voce ed eviti di appiattirsi sullo scontro politico con troppo facili entusiasmi e troppo facili anatemi”.

Ieri su Repubblica Ilvo Diamanti in "La paura a telecomando" ha presentato un’analisi statistica a dimostrazione di come, dando una percentuale più o meno alta di notizie di crimini, si possa accentuare o meno il senso di insicurezza della popolazione e dunque giocare contro o a favore di una percezione di efficacia dell’azione di Governo: "La paura scompare insieme alla criminalità. Oppure riappare. A (tele) comando".

 

E di giochi come questi se ne possono fare molti, manipolando quali informazioni dare e con che taglio.
Gli addetti al lavoro ne sono ben consapevoli, ma i cittadini?


Certo quando il TG1 ci intrattiene a lungo sulla vendita dei gelati o sulle spiagge dove gli italiani godono il sole… un dubbio che qualcosa si nasconda e che si voglia ridurre l’universo al nostro ombelico a qualcuno viene.
Ma non è neanche il ‘nostro’ ombelico! Non certo il mio né quello dei miei amici, allora?


Occorre parlarne, suscitare dibattito in tutti i luoghi possibili, col vicino di pianerottolo, con il negoziante, con l’assessore, nei bar, nelle discoteche, quando facciamo la fila alla posta… ovunque. Perché è urgente ricostruire insieme un’opinione pubblica critica e democratica. E se non può farlo il servizio pubblico lavoriamoci almeno noi.