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di Maria Rosa Logozzo

Marina Corradi: "Chi non vuole vedere e chi muore"

Avvenire 21 agosto 2009Oggi ho letto molto sulla vicenda dei cinque eritrei sopravvissuti a un disperato viaggio della speranza, costretti a buttare a mare uno alla volta, via via che morivano, familiari e compagni di viaggio; morti perché lasciati a morire da coloro che potevano salvarli.

Per la portata dell’incredibile assurdità, varie testate hanno mandato inviati ad intervistare di persona i sopravvissuti.

E questi hanno raccontato la loro vita in Libia per riuscire a partire, la fine della benzina in alto mare, la morte che li mieteva e infine la storia più crudele, quella del rifiuto di salvataggio e del far finta di non vederli da parte di uomini come loro.

Perché così? E’ un perché che rimane, pesante come il piombo, a interrogare la nostra umanità di gente pasciuta e per bene.

Questo pomeriggio Silvio Daneo mi ha inviato l’editoriale di Marina Corradi su Avvenire, forte e coinvolgente come la sequenza realistica di un film drammatico. Ma film purtroppo non è.

Parla di una “nuova legge del non vedere. Come in un’abitudine, in un’assuefazione”, e fa un paragone con il non vedere che avvolgeva i convogli delle deportazioni naziste. Ma lì c’era “il totalitarismo e il terrore, a far chiudere gli occhi. Oggi no. Una quieta, rassegnata indifferenza, se non anche una infastidita avversione”. E conclude: “L’Occidente a occhi chiusi. Cinque naufraghi sono arrivati a dirci di figli e mariti morti di sete dopo giorni di agonia. Nello stesso mare delle nostre vacanze. Una tomba in fondo al nostro lieto mare. E una legge antica violata, che minaccia le stesse nostre radici. Le fondamenta. L’ idea di cos’è un uomo, e di quanto infinitamente vale.