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due commenti di Federico Guiglia

L’identità italiana o è universale o non è

Federico Guiglia(Commenti del giornalista nel corso del filo diretto con gli ascoltatori di Prima Pagina, Radio3 domenica 13 dicembre 2009, trascritti integralmente. Lo stile quindi non è quello di un testo scritto ma di un parlato. Gli interventi degli ascoltatori a cui risponde sono sintetizzati)

Un cittadino italiano, nato nel Sud America, nel corso di un viaggio in Bolivia ha sentito una coppia di italiani affermare che a Bergamo c’erano 25.000 boliviani, andati lì per ubriacarsi e rubare. Quando ha osservato loro che anche gli italiani emigrano, si è sentito rispondere: ma per andare a lavorare.
Chiede se ci siano sondaggi che indichino quanti italiani la pensino così, il 50% o il 60% o il  20%...

“Non so se sono stati fatti sondaggi al riguardo ma onestamente io appartengo a quella categoria di persone che considera il sondaggio puramente un attimo fuggente, il cui esito, il cui risultato può dare un’indicazione, un’idea, ma che, in fondo, molto poco vuol dire di decisioni di politica, soprattutto che si devono prendere.

Lei ha posto una questione centrale che ha una parola precisa e si chiama pregiudizio.

E’ evidente che non si possono identificare i popoli sulla base di quello che alcuni appartenenti a questi popoli - e sempre la parte minoritaria ma più rumorosa perché fa notizia - commettono indipendentemente da dove si trovino; ed è ovvio, ma non c’è neanche bisogno che io lo dica, che non si può da una parte esaltare – come è giusto esaltare – il lavoro e il sacrificio degli italiani nel mondo e contemporaneamente immaginare che gli stranieri che vengono in Italia siano animati da altri intenti.
Mentre nella stragrande maggioranza dei casi anche per loro vale lo stesso principio, cioè vengono qui per lavorare, per avere un futuro per poter dare speranza ai propri figli… che difatti molto spesso nascono in Italia e non hanno la cittadinanza italiana.
Questo è veramente un’altra delle cose che un parlamento- diciamo - meno enfatico e pieno di preconcetti - in questo settore dovrebbe al più presto aggiustare.
Io sono però – rispetto all’ascoltatore – sicuramente ottimista, nel senso che credo che quando i problemi si conoscono, quando con le persone si parla, anche i pregiudizi, anche le paure che pure ci sono, resistono, si vedono e si possono probabilmente anche identificare con dei sondaggi, passano.
Quindi sarà un lavoro lungo ma inevitabile e soprattutto bellissimo perché in fondo stiamo parlando della convivenza tra persone e tra persone diverse che poi, dando ciascuno la propria cultura, finiscono per rafforzare la straordinaria cultura italiana di cui facciamo tutti parte.”

 

Una signora afferma: “L’italiano è razzista, ne prenda coscienza e cerchi di cambiare se gli riesce, altrimenti non siamo neanche degli di dirci una civiltà occidentale, cristiana, laica… quello che vogliamo, ma una civiltà”.

"Dissento in modo radicale dal suo giudizio così severo e così generico. Non si può dire che un Paese o un popolo sia razzista per degli episodi di razzismo che certamente sono avvenuti, che purtroppo continueranno ad avvenire, ma che avvengono in tutta Europa, non soltanto nel nostro Paese.
E non si può dirlo soprattutto - proprio il bellissimo articolo che ho letto ieri da Repubblica - quando esistono degli antidoti così forti e così belli e così profondi e così intensi.
Nel senso che, anche episodi di razzismo e di xenofobia, di paura dello straniero, che continueranno ad avvenire non solamente al Nord (e quindi sui quali in qualche modo non dobbiamo coltivare delle sorprese), finché avranno – diciamo – la resistenza e l’opposizione non solo della legge (e ce l’hanno), ma anche di una coscienza generale come quella che ha dimostrato lo scrittore che ieri ho citato, non potranno certamente spaventare al di là dell’episodio specifico.
Io credo esattamente il contrario, che una delle caratteristiche dell’identità italiana, sia sempre stata nel corso dei secoli – non soltanto di questi ultimi anni - l’umanesimo.
Umanesimo significa capacità di accogliere, significa capacità di aprire le proprie città; Roma e Milano sono delle città apertissime.
Nel tempio della lirica due o tre giorni fa abbiamo visto un successo, nel primo teatro al mondo, teatro italiano, a cui hanno contribuito argentini, ucraini, persone di ogni nazionalità.
Quindi questo è il punto di vista, il punto – diciamo – di raccolta dell’identità italiana.
L’identità italiana o è universale o non è.
Io ritengo che l’identità italiana sia un’identità prettamente e tipicamente universale, anche nell’uso della lingua italiana che è così evocativo in giro per il mondo, e quindi bisogna – come dire – affrontare questi problemi che non mancheranno, che continueranno ad essere odiosi, a spaventarci, a farci arrabbiare - di razzismo piccolo o grande nei prossimi anni - affrontarlo forti di questa fortissima cultura millenaria che abbiamo e con una grande speranza di poter piano piano cambiare anche la mentalità diffusa e di dimostrare che la mescolanza può solo dare maggiore ricchezza a chi dà e a chi riceve.”

(Chi è  Federico Guiglia)