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di Maria Rosa Logozzo

Reporter di pace in Terra Santa

Ragazze arabeSono all’ultimo giorno di un viaggio organizzato in Terra Santa ed è  prevista la visita ad Emmaus El-Qubeibeh. Tra le tre località che ambiscono ad essere la Emmaus citata nei Vangeli per l’incontro col Risorto dei due affranti discepoli in viaggio, Emmaus El-Qubeibeh è una delle più idonee, poiché da lì all’epoca si poteva andare e tornare da Gerusalemme in una giornata, in coerenza all’episodio evangelico.

La cittadina però, a differenza delle altre Emmaus, è nei Territori palestinesi. Vi si arriva per strade non ben tenute, di difficile accesso ai pullman, e sottoponendosi ai controlli dei posti di blocco, severi soprattutto all’uscita dai Territori.

L’autista accetta di portarci fin là e partiamo di buon mattino. La nostra corsia di marcia è libera, nella corsia opposta invece c’è il traffico delle ore di punta nelle nostre città.
Stiamo per giungere al posto di blocco e ci prepariamo ai controlli, ma, a sorpresa, il posto di blocco non è presidiato ed è chiuso. Corre voce che quando è così il filo spinato è sotto corrente elettrica, ma di voci ne corrono tante e non si sa se vere o meno. Comunque non c’è che da tornare indietro e cercare un altro varco, imbottigliati in quel traffico che avevamo notato andando, e che – ora è chiaro - il passaggio chiuso contribuiva a creare.

Ci abbiamo messo quasi un’ora per raggiungere un altro varco e per fortuna l’autista conosceva le strade, altrimenti avremmo dovuto rinunciare alla méta.
Noi eravamo turisti, ma per chi vive nei Territori questa è vita quotidiana.

Ho voluto indagare se fosse stato diffuso alla popolazione qualche avviso della chiusura del varco, mi hanno risposto che no, che sempre ‘succede e basta’. E’ proprio la mancanza di informazione che, generando continua precarietà, ha praticamente azzerato nelle terre di Palestina il turismo religioso, principale risorsa anche per tutto l’indotto che genera.
Ora c’è povertà, la gente è rinchiusa e controllata, costretta a sopravvivere in un sistema autarchico, ma ha grande capacità di pazienza, aiutata in questo dal credo religioso, dall’affidamento a Dio: è Lui a volere tutto ciò che accade. Una religione che non aizza allo scontro, che è molto diversa dalla rappresentazione che ne danno i media occidentali.

Non mi addentro nelle vicende storiche che hanno portato alla situazione odierna, né su inutili analisi di prospettiva. Scrivo solo un’impressione ricavata dalle frequentazioni di quei giorni: gli ebrei conoscono poco cosa si vive al di là del muro. L’informazione non ne parla e un ebreo il muro non lo attraversa se non per motivi di servizio: agli ebrei israeliani è vietato per legge, e quelli che arrivano dall’estero non lo fanno per paura di cosa potrebbe loro accadere.

Una signora ebrea mi ha raccontato che, in un viaggio all’estero, una sera si è trovata nello stesso albergo, gomito a gomito, con due donne palestinesi. Riconosciute le reciproche provenienze è scattata tra loro una battaglia a parole forti durata fino alle tre del mattino dopo. Se ne sono dette di tutti i colori, ma alla fine si sono ritrovate ‘quasi amiche’ perché ormai ognuna sapeva quello che passava l’altra.

Difficile non prender parte per l’una o l’altra fazione quando ci si trova faccia a faccia con la realtà quotidiana e le sue ingiustizie, ma forse se si raccontassero più fatti che teorie e se questi racconti di vita vissuta arrivassero ai mezzi di informazione talis qualis, se passassero di bocca in bocca facendo rumore almeno quanto gli attentati (che in verità senza strumentalizzazioni non ci arrivano mai…), potrebbero cominciare a smuovere il terreno di questo status quo invivibile.

I fatti, però, non si possono indovinare a distanza, solo occhi sul territorio possono coglierli e raccontarli. Ma chi su quelle terre combatte ogni giorno l’esistenza non può raccontarla con imparzialità (“La forma delle cose si distingue meglio in lontananza” scriveva Italo Calvino), allora sarebbe auspicabile che le testate e le fonti di informazione, lasciando da parte le notizie di agenzia, investano in reporter che giungano in quelle terre martoriate con l’intenzione esplicita di lavorare alla pace, raccontando ‘asetticamente’ quella che è la vita corrente, di entrambe le fazioni, e contribuendo così ad accendere scintille di empatia.