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di Maria Rosa Logozzo

In coro con Santoro sul ritornello di Gaber

SantoroHo il ritornello "Libertà è partecipazione" nelle orecchie e non riesco a mandarlo via. Merito del coro di conduttori, ospiti e pubblico che ha chiuso ieri la puntata di Anno Zero. Non c'è che dire, Santoro è un maestro nell'utilizzare il mezzo televisivo suscitando reazione nel pubblico.

Non desidero entrare nelle questioni Santoro-Masi all'ordine del giorno. Vorrei uscire dall'emotività del momento per condividere qualche spunto su cosa ci può dire, cosa può implicare che "Libertà è partecipazione".

Seguo uno dei ritornelli della canzone di Gaber che Vauro ieri sera ha 'disegnato'.

"Libertà non è stare sopra un albero": anche se guardare le cose a distanza, sia in senso fisico che temporale, facilita una visione e comprensione d'insieme, occorre anche saper scendere nelle situazioni, lasciarsi penetrare da esse senza idee preconcette e 'sporcarsi le mani' per migliorarle.

"Libertà non è neanche avere un'opinione": bisogna avere un'opinione per non vivere di parassitismo, ma questo non basta, perché fermandosi lì si incorre nel rischio di restar chiusi dentro un solo modo di vedere le cose, il nostro, incapace di maturare se non si confronta, parziale dunque ristretto, non libero.

"Libertà non è uno spazio libero",  in cui poter dire e fare quello che si pensa: se non coinvolgiamo altri la nostra opera è inutile, forse deprimente e a rischio di ledere la libertà altrui. Ledendo la libertà altrui si restringe sempre anche la nostra. "Non posso farti male senza ferirmi" diceva Gandhi.

"Libertà è partecipazione". Eccoci arrivati a quella affermazione che ieri sera, dopo Anno Zero, è riecheggiata su Twitter di secondo in secondo. Questo ritornello-slogan, che è un dover essere di Internet, è stato ripetuto anche nella campagna contro la cosiddetta legge-bavaglio, vi si parlava di libertà come 'partecipazione informata'. Definizione di libertà adatta alla situazione, ma non bastevole ad esaurire il concetto.

In ogni caso la realtà dei fatti è lontana anche dalla libertà come partecipazione, riusciremo mai ad appressarci ad essa?
Me lo chiedo e non ho coraggio di rispondermi sì.
Perché "Libertà è partecipazione" ha ancora oggi un colore di scontro, si fa  via per una rivoluzione di rivendicazione (la rivoluzione si è chiamata in causa in un momento della trasmissione di Santoro ieri sera). Finché sarà così dubito che riusciremo nell'intento.

Potremo avere qualche speranza di questa libertà solo quando la partecipazione diventerà più inclusiva, più capace di coinvolgere sia chi pensa rosso che chi pensa nero, perché se una delle due sponde manca, la partecipazione è meno capace di libertà. Ciò non vuol dire annacquare le differenze per mediare una possibilità di convivenza, ma metterle in luce per incastonarle laddove sono più utili.

Davanti al pericolo però (e l'informazione oggi è in pericolo) bisogna pure usare mezzi forti e bisogna stringersi in cordata per contrastarlo (Santoro ha chiesto ai suoi ascoltatori di agire, di raccogliere firme casa per casa); convengo anche sul fatto che per mutare il nostro rassegnato tran tran le rivoluzioni ci vogliono, a cominciare da quella che dobbiamo fare ogni giorno su noi stessi per toglierci le pantofole di un'esistenza mediocre, mettere scarpe da cammino e guardar oltre, avendo a cuore il bene di tutti e muovendoci con l'operatività che ne consegue.

Santoro a volte è un mago manipolatore, conduce il programma in modo che l'ascoltatore arrivi a pensare quello che pensa lui (vigiliamo per non caderci anche noi!), ma un grazie glielo dobbiamo per il suo portare alla luce situazioni che si tengono nascoste per profitti di vario genere, per il suo riuscire a farsi 'catalizzatore' di chi non vuole rassegnarsi a lasciar andare le cose come vanno.

Però solo quando ognuno riuscirà ad offrire senza imporre il buono del suo pensiero e del suo agire e avrà la capacità di ricevere il buono del pensiero e dell'agire altrui - specie quando è di altro colore -, solo quando si riuscirà anche a parlare di quanto riteniamo errato nell'altro con chiarezza sì, ma con la semplicità di 'una mano che lava l'altra mano, che lava sé stessa' - citando la Lubich -, solo quando avremo davvero la volontà di agire insieme non per dividerci i profitti ma per il bene comune, solo allora toccheremo quella libertà che ci porterà in dono una nuova comprensione della realtà e la giusta creatività per innovarla.

Fuori da qui il gioco sarà sempre parziale e - a volte - anche un po' meschino. Non c'è da illudersi, di esempi ne abbiamo a iosa. Che fare allora? Cominciamo a rimboccarci le maniche.