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di Michele Zanzucchi

La Parola e le parole. Comunicare è essenziale

MicheleZanzucchi_201110(Intervento tenuto nel corso del XV meeting online di Comunicare per un mondo unito del 14 ottobre 2011)
Affrontiamo un tema che per i comunicatori è essenziale. Quello della Parola, con la maiuscola, cioè Gesù come Verbo del Padre, modello possibile e orizzonte di pensiero e di etica per chiunque lavori nella comunicazione, al di là del proprio credo e del proprio ambiente di lavoro.
Ma anche quello delle parole, con la minuscola, che rappresentano, che simboleggiano tutti gli strumenti del nostro lavoro, tutto un mondo come quello mediatico che invade sempre più le giornate di ogni uomo sulla terra.

Steve Jobs è morto, e taluni lo hanno osannato come un profeta del futuro prossimo venturo. Anzi del presente che riassume il passato e indica il presente. Al di là delle esagerazioni e delle emotività – Jobs non era un profeta ma un visionario, industriale e artista nel contempo, un capitalista illuminato – mi sembra che la sua figura indichi bene come le parole debbano essere veicolate, e che il veicolo sia altrettanto importante delle parole veicolate. Ma questo veicolo non può mai prendere il posto della Parola, con la pi maiuscola, pena lo svuotamento di ogni comunicazione.

Le parole, cioè una sommatoria di espressioni senza un senso compiuto, sarebbero «un cicaleccio senza misericordia», direbbe Canetti. Mentre la Parola, attraverso le parole concatenate, può diventare e diventa spesso linguaggio, cioè quel che dà luogo alla comunicazione, quella che costruisce i legami sociali: «Conversare è accogliere», dice ad esempio il filosofo argentino Humberto Giannini (esempio delle cronache politiche televisive che perdono il contatto con la realtà).

Il comunicare, infatti, è parte integrante della persona, la costituisce, togliendola dall’isolamento dell’individuo vagante nel nulla. Attorno a questa intuizione, penso che vi sia una consonanza pressoché totale tra gli studiosi delle scienze della comunicazione, di qualsiasi tendenza siano, ma anche tra i comunicatori di professione. Comunicare è essenziale per la persona, per la costituzione stessa della persona. Chiara Lubich stessa ricordava sempre che «quel che non va comunicato va perso», intendendo con ciò che la comunicazione è costitutiva della persona umana e non va sprecata (esempio di uno scoop che avevo tra le mani e che ho perso per “pigrizia”).

Tuttavia la comunicazione che proponiamo a NetOne ha un corollario fondamentale: comunicare è amore. E anche viceversa: amore è comunicare. Se non comunico, disperdo il capitale di amore che è in me; ma se amo, non posso non comunicare. E la Parola (quella con la maiuscola) è amore.
Le parole, il linguaggio, entrano nella comunicazione, la costituiscono e la sostanziano, come hanno ben intuito ad esempio la linguistica e poi la semiotica, aprendo un lungo capitolo culturale che ancora non ha dispiegato tutta la sua potenzialità. Anche se il rischio corso da tali scienze del linguaggio è quello di rinchiudere nella prigione dorata delle parole concatenate il comunicatore. Il linguaggio ha da essere significante, cioè un mezzo per dar significato alla realtà; ma se perde il contatto con la realtà del comunicatore e del suo elemento personale unico e irripetibile, si ritrova senza senso, in un universo di segni di nuovo babelici. È questo il rischio forse maggiore che corrono le comunicazioni di massa (esempio del data flood delle news).

Tra i tanti studiosi che hanno investigato le capacità del linguaggio e il loro rapporto con la concretezza delle persone, val la pena di ricordare Paul Watzlawick e la scuola di Palo Alto da lui avviata assieme ad altri. Essi affermano che «l’essenza del linguaggio è che la comunicazione è la matrice nella quale sono incassate tutte le attività umane». Usano espressioni quali «comunicare vuol dire entrare a far parte dell’orchestra», «ogni comunicazione attraverso le parole può essere analizzata in contenuto e in relazione», volendo con ciò affermare che il linguaggio provoca delle relazioni che possono modificare lo stesso contenuto della relazione interumana. Comunicare quindi è essenziale, ed essenziale è il linguaggio e le parole che vengono usate.

Se le parole costruiscono la società, la Parola è quel che costruisce la comunità, cristiana in particolare. Comunicare, allora, significa in primo luogo partecipare alla comunità, alla vita del corpo sociale, attraverso le parole e il linguaggio, anzi i linguaggi (al plurale) della vita comunitaria. Se poi nella comunità la presenza di Gesù è assicurata, ecco che la Parola diventa via certa alle parole che noi comunicatori usiamo. Solo questo potrebbe farci capire quanto sia importante avere una comunità tra comunicatori. Quello che NetOne vuole fare.