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Benedetto XVI e il suo sguardo positivo sui media

Intervista di Zenit al direttore della rivista “Città Nuova” (Roma, lunedì, 12 maggio 2008)

di Miriam Díez i Bosch 

Michele Zanzucchi Il Papa vede i media in modo positivo. Lo esprime in questa intervista il giornalista Michele Zanzucchi, direttore in Italia della rivista “Città Nuova ” (...)

Il Pontefice sottolinea luci e ombre nella comunicazione. Si potrebbe dire che è un Papa "ottimista", di fronte al fenomeno dei media?

 

Benedetto XVI, come il suo predecessore, mi sembra che manifesti uno sguardo altamente positivo sui mezzi di comunicazione, “strumenti al servizio di un mondo più giusto e solidale”, per citare una delle tante espressioni contenute nel suo messaggio per la 42ª Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali.

Emerge giorno dopo giorno la volontà del Papa di favorire un uso appropriato, “al servizio della verità”, di tutti i media, in particolare dei new media, che hanno in sé enormi potenziali positivi, ma che nello stesso tempo ci fanno correre rischi finora sconosciuti, per via dell'incredibile sviluppo tecnologico di cui sono frutto.

Naturalmente, essendo i media dei semplici strumenti, il Papa non cessa di mettere l'accento sul fatto che la possibilità di utilizzarli positivamente è in primo luogo nelle mani dei comunicatori che, quando riescono ad essere “coraggiosi e autentici testimoni della verità”, contribuiscono a sviluppare “la comunione tra le persone e i popoli”.

Il 'realismo ottimista' del Papa non finisce di stupirci e di aiutare i comunicatori ad evitare le trappole del sensazionalismo e della fretta, della parzialità e della superficialità.

Benedetto XVI suggerisce nel suo messaggio di cercare la verità per condividerla. Come si fa?

È questo un invito rivolto in primo luogo a noi comunicatori cristiani, giornalisti in particolare, che abbiamo il compito, direi la missione, di cogliere nei fatti, nelle persone e nelle cose, le tracce di quella verità prima che è Gesù Cristo, e le tracce da lui lasciate nella Storia.

Se l'uomo è “assetato di verità”, come Benedetto XVI afferma, ai media va il compito di offrirla, di metterla a disposizione nei modi e nelle forme più consone e adeguate. È un lavoro di grande responsabilità.

Il giornalista, per proporre attorno a sé squarci di verità, deve sviluppare in sé quelle qualità che si può dire “vengono prima” della verità: l'onestà, l'obiettività, la competenza, la ricerca della veridicità. Così facendo, gli articoli che scriverà, i servizi che girerà sapranno cogliere brani del cammino dell'uomo verso la verità condividendoli poi con gli utenti del suo medium.

Più il giornalista sarà un vero professionista, deontologicamente attento e culturalmente preparato, più le sue parole sapranno costruire nel lettore, nel telespettatore, nel radioascoltatore qualcosa che resta, che costruisce l'uomo e la società.

Quale effetto hanno i messaggi papali sulla Giornata Mondiale della Comunicazione?

Non sono un'omelia, e nemmeno un insieme di buoni propositi. Mi sembra che invece questi incisivi messaggi siano una bussola con l'ago magnetizzato ben indirizzato al Nord.

Una bussola offerta ai comunicatori professionisti, a quelli occasionali e agli utenti dei media – non solo cattolici, non solo cristiani, non solo credenti –, affinché il loro turbinoso mondo possa continuare ad avanzare sì velocemente, ma guardando alla stella polare della comunicazione. Stella che è il “bene comune”, il contributo necessario alla creazione di una società sempre più umana, giusta e solidale. Una società più unita.

Insomma, se le Giornate della comunicazione sociale non avessero il messaggio papale, mancherebbe la più autorevole indicazione della direzione di marcia da intraprendere.

Lei è un comunicatore: quale pensa che sia la nota distintiva del giornalismo in chiave cristiana?

Il giornalista che opera da cristiano deve essere in primo luogo… cristiano.
Sì, sono importanti i messaggi che veicola, i valori che propone, i fatti che sottolinea. Ma mi sembra che debba essere un “testimone di Cristo” ancor prima di essere un professionista.

In un mondo della comunicazione in cui troppo spesso si corre il rischio di accrescere la distanza tra ciò che si scrive e ciò che si vive, ecco che il giornalista cristiano col suo stesso essere, con la sua deontologia, con la sua etica radicata nel Vangelo vissuto può comunicare attorno a sé col suo essere prima ancora che con le sue parole.

Che poi i giornalisti che si dicono cristiani debbano essere degli eccellenti professionisti, questo è indispensabile, ovviamente. Credo che la comunicazione giornalistica “cristiana” non dovrebbe mai avere come solo fine quello di incrementare i budget o di fare sensazionalismo; invece può e deve dare speranza, una speranza realistica e ragionevole perché basata sulla reale presenza al mondo dei cristiani.
L'identità del giornalista cristiano deve essere forte: è questa la condizione per poter dialogare con la società.