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di Maria Rosa Logozzo

Due tipologie di ‘presentismi’

orologiDiario, uno dei supplementi di La Repubblica disponibile anche online, nel numero di Luglio approfondisce temi legati all’Alta velocità, anche dal lato storico, filosofico e politico-sociale - così come si può in due sole pagine - con articoli di Miguel Gotor, Carlo Petrini e Mario Perniola. Come sempre riporta un’apprezzabile bibliografia sul tema trattato.

Ne scrivo perché vorrei condividere un mio punto di vista su alcune affermazioni, ma prima mi pare utile riportare qualcosa degli articoli a mo’ di sottolineatura, per entrare in argomento.

Lo storico Miguel Gotor apre l’inserto. Scrive che gli scontri anti TAV in Val di Susa sembrano riaprire la «ferita antica del conflitto tra modernizzazione e tutela della natura» e ripropone due primi momenti in cui l’Italia si è cominciata a interrogare su ciò: quando la Montecatini nel 1927 costruì una fabbrica di alluminio in Trentino, e quando nacque il movimento anti-nucleare a Montalto di Castro nel 1977.

Carlo Petrini  (Le comunità dei pendolari), cita il Manifesto di Slow Food, movimento a cui ha dato vita: «La velocità è diventata la nostra catena, tutti siamo in preda dello stesso virus: la fast life, che sconvolge le nostre abitudini, ci assale fin nelle nostre case […] L’uomo sapiens deve recuperare la sua saggezza e liberarsi dalla velocità che può ridurlo a una specie in via d’estinzione…»; e critica chi legge in queste parole una contrapposizione tra lentezza e velocità, precisando che la distinzione che si vuol fare è piuttosto quella «tra l’essere attenti e l’essere distratti. La lentezza ha a che fare con la capacità di distinguere e valutare, con l’acquisizione di uno spirito critico che rende consci dei propri limiti». Parla di due grandi rischi: il fare il passo più lungo della gamba, il correre troppo, che porta «estinzioni, deturpamenti, alterazione di equilibri delicati, esaurimento di risorse non rinnovabili, compromissione della salute pubblica»; e il restringere la progettualità alle Grandi Opere, dimenticandosi di curare i bisogni delle comunità locali e di garantire a tutti un «reale benessere nel luogo in cui si sceglie di vivere».
I treni locali che continuano a subire cancellazioni e ridimensionamenti sono un esempio di questa dimenticanza: «continuo a metterci un’ora da Bra, la mia città, per andare a Torino, su mezzi decrepiti, quasi sempre costretto a cambiare in una stazione intermedia. Una situazione addirittura peggiore di 30 anni fa».

Il filosofo Mario Perniola (Il grande mito del tempo breve) sfata il luogo comune secondo il quale la velocità è legata alla giovinezza (di persone o di collettività) e la lentezza alla vecchiaia: «questa impostazione sottovaluta l’importanza delle prospettive di attesa: gli anziani immaginano di avere poco tempo davanti a loro e perciò hanno fretta; al contrario dinanzi ai giovani si apre un orizzonte temporale quasi illimitato che spesso li rende incapaci di prendere una decisione».
Pare che «solo attraverso un’accelerazione e un dinamismo esasperato sia possibile sottrarsi ad un processo di disgregazione e di frantumazione che avanza inesorabilmente dall’interno delle nostre società. Le generazioni che ci hanno preceduto erano abituate a considerare le disgrazie, le avversità, i disastri, le malattie come eventi normali dell’esistenza: da quando tutte queste cose sono diventate dei rischi e non dei pericoli (nel senso etimologico della parola di prove), è cominciata una corsa ossessiva verso la ricerca di una sicurezza che appare tanto più precaria quanto più conta sui rimedi predisposti per garantirla. ».

Ormai si tende all’istantaneità. Perniola poggiandosi sul pensiero di Paul Virilio scrive che «il mondo oggi non è altro che un perpetuo affrettarsi. Il posto del what’s new è stato preso dal next new. L’evento si consuma nel suo annuncio: quando avviene effettivamente, è già obsoleto! ».
Che sia così non si può negare, ma ritengo quantomeno affrettato arrivare da questo a concludere che «l’istantaneità, il presentismo, il cosiddetto ‘tempo reale’ non appartengono all’orizzonte dell’azione, ma a quello della comunicazione, nel quale non importano i contenuti, ma solo l’ebbrezza di essere partecipi a qualcosa che è ‘qui ed ora’ ».

Questo è il punto che vorrei discutere. Come si fa a negare che l’istantaneità appartenga anche all’orizzonte dell’azione? Non è forse l’immediatezza di un’azione istintiva che a volte salva da un pericolo?
E quale comunicazione è quella che l’autore intende? Immagino pensi agli sms, alle chat in tempo reale dei nuovi media o alle dirette in audio o video. Ma anche lì ci sono situazioni in cui il desiderio e la spinta a partecipare, ad ‘esserci’, sono accesi da contenuti condivisi che si desidera a sua volta condividere. Pensiamo al tam tam sulle reti sociali per stimolare l’andare a votare agli ultimi referendum italiani o quella comunicazione in tempo reale che ha portato i cittadini sulle piazze medio orientali a sfidare i Governi.
Direi che è rischioso asserire genericamente che nell’orizzonte della comunicazione non importano i contenuti. A volte no, ma molte altre volte sì.

Se poi pensiamo che la comunicazione, mediatica e non, è nel suo essere un creare relazione, il suo contenuto, non sempre espresso in parole e non sempre razionalmente di valore per chi è esterno alla relazione, è necessario e discriminante.

Un’altra osservazione che farei all’autore è che nel parlare di ‘presentismo’ bisognerebbe distinguere almeno due tipologie. Non esiste solo un presentismo ‘consumista’, ‘veloce’, quello del carpe diem, dell’opportunismo, del mirare al proprio tornaconto nello sfruttare l’oggi che passa, senza responsabilità per il dopo. Ce n’è un secondo, ben diverso, ‘sostanziale’, ‘lento’, che è l’essere interamente presenti a sé stessi in un adesso che contiene un passato ed è aperto ad un futuro. E' vivere un presente impegnati, senza rimpianti e senza distrazioni, a costruirlo propositivamente, punto dopo punto (comportamento simile all’ ‘essere attenti’ di cui scriveva Petrini nel primo articolo che ho citato). Così, «quel momento di sospensione, di abbandono, di disinteresse nei confronti dei bisogni e dell’utile» in cui secondo Perniola sta l’antidoto alle nostre paure, è assicurato.

Egli lamenta anche che con l’istantaneità «in ogni aspetto dell’esistenza viene eliminata la condizione dell’esperienza che implica non solo il vivere, ma anche il rivivere, il ricordare, il riflettere, il trovare un significato, l’individuare un cammino, un orientamento, un progetto». Se questo è vero per il presentismo ‘consumista’, è meno vero per quello ‘sostanziale’. Essere interamente presenti a sé stessi, attimo dopo attimo, è accumulare un’esperienza non effimera ma significativa, saporosa e promuovente nella quale è racchiuso, dapprima in nuce e poi sempre più esplicito, il proprio personale progetto di vita, quel «cammino che si fa camminando» per citare Antonio Machado, legato in armonia con quello altrui.